Dio è un Elefante

Se fossi credente in un qualche tipo di spiritualità o religione penserei con convinzione che l’esistenza dell’elefante è la dimostrazione inequivocabile dell’esistenza di Dio. Da non credente quale sono, da ateo come si dice, sono incline a pensare quasi la stessa cosa: se ci fosse un Dio e se vivesse sulla Terra questi sarebbe sicuramente un elefante.

L’elefante è maestoso e regale, vive il branco proprio come gli esseri umani vivono la propria famiglia, ed è uno degli animali più imponenti e impressionanti, uno dei mammiferi più intelligenti, con i quali l’uomo ha accompagnato il proprio sviluppo. Il rapporto tra uomini ed elefanti è un rapporto antico, quasi ancestrale, e ancora oggi la vita e l’esistenza stessa degli elefanti si intreccia con quella degli esseri umani, che con il loro rapido e incessante sviluppo continuano a rosicchiare spazio vitale ai grandi pachidermi, in Africa e in Asia.

L’elefante è magico perché dall’elefante discendono cure «miracolose» utilizzate nella medicina tradizionale nel sud-est asiatico e nella Cina meridionale. L’elefante è uno status symbol perché nessun potente lo è abbastanza se non colleziona zampe e oggetti d’avorio, perché nessuna donna è abbastanza splendente se privata di monili e gioielli realizzati con le preziose zanne. L’elefante è una commodity perché altrimenti l’uomo non ne ucciderebbe più di 30.000 esemplari, ogni anno, solo in Africa.

Il mercato illegale dell’avorio vale 3 miliardi di dollari l’anno. Un valore ridicolo se rapportato al numero di vite di elefanti che servono ad alimentarlo.

Dal 1990 il mondo, proprio per proteggere gli elefanti e per la prima volta nella storia dell’umanità, ha proibito a se stesso il commercio dell’avorio con una moratoria internazionale approvata dalle Nazioni Unite ma questo ha creato involontariamente, nemmeno a immaginarlo, il mercato nero dell’avorio. Attualmente sono due i mercati d’avorio più imponenti del pianeta, quello cinese e quello statunitense: tuttavia mentre la Cina ha mantenuto la promessa di mettere al bando definitivamente il mercato dell’avorio entro la fine del 2017 gli Stati Uniti, a marzo 2018, hanno reso nulla la legge che proibiva l’importazione di «parti» di elefante, avorio compreso, nel Paese, questo nonostante i media ci dicano il contrario. C’è anche da dire che se l’avorio non arriva più in Cina questo può arrivare a Hong Kong, almeno fino al 2021, un fatto che per il momento salva il mercato dell’avorio asiatico.

E l’Europa?

Nel settembre 2017 la Commissione Europea ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere informazioni e opinioni circa la chiusura del mercato dell’avorio sia interno che da e verso la UE, attualmente il più grande esportatore legale di avorio del mondo, 2,8 tonnellate di materiale grezzo e 4,1 di avorio lavorato tra il 2007 e il 2014. Un mercato lecito ma mal regolamentato, spiega la Commissione UE, che rappresenta in realtà una minima parte del grande iceberg di avorio che galleggia spostandosi nei porti internazionali: i 250 sequestri tra il 2000 e il 2017 (12 tonnellate in totale, circa 1800 elefanti) sono appena una scalfittura di questo iceberg. A questi vanno sommate le 6,5 tonnellate sequestrate dalle autorità europee al di fuori dei confini dell’Unione.

Se c’è una buona notizia che accompagna la Brexit questa è l’annuncio della messa al bando del mercato dell’avorio, compreso quello legale, da parte del governo del Regno Unito: un passo avanti enorme rispetto all’assenza di una posizione comune nell’Unione Europea.

© Slow News

L’orfanotrofio degli elefanti

Mentre la jeep rombava polverosa sulle strade sterrate del Nairobi National Park, cercando di raggiungere il lago dove si abbeverano i pericolosissimi ippopotami, era impossibile non notare la skyline di Nairobi sullo sfondo: era come fare un rally nel Parco Sempione di Milano o a Villa Borghese a Roma, come cercare elefanti, impala, leoni e facoceri nel bel mezzo di un giardino selvatico al centro di una metropoli. Affascinante e triste allo stesso tempo.

Era impossibile non pensare all’inevitabile e costante riduzione dello spazio vitale di questi animali.
Accanto al Nairobi National Park, in Kenya, si trova il David Sheldrick Wildlife Trust, un’organizzazione fondata nel 1977 che si occupa della conservazione, della preservazione e della protezione delle specie selvatiche di animali e vegetali. Un’attività che include la lotta al bracconaggio, la tutela dell’ambiente, la protezione delle comunità rurali che portano ancora avanti stili di vita tradizionali, l’assistenza veterinaria agli animali vittime non solo del bracconaggio ma anche dello sviluppo umano.

Il David Sheldrick Wildlife Trust attira decine di turisti e scolaresche ogni giorno. Il parcheggio di terra rossa è sempre affollato di coloratissimi matatu e boda boda, oltre che di Land Rover, Nissan e Mitsubishi in assetto da fuoristrada. L’accoglienza dei guardiani è sempre calorosa, la loro preparazione invidiabile: sanno conversare con la stessa semplicità sia con ricercatori universitari europei che con bambini della scuola primaria locale, il loro compito è aprire ai visitatori le porte dell’Orphan’s Project, il centro di accoglienza e recupero per i cuccioli di elefante provenienti da tutto il Kenya.

Qui vengono portati cuccioli d’elefante, che saranno pure cuccioli ma sono grossi come la mia Fiat 500L 1973 che ho in garage in Italia, che hanno visto sterminare il proprio branco e la propria famiglia e che si sono salvati unicamente perché le loro zanne non erano ancora abbastanza sviluppate.

Sembra, rileggendo, che qui si voglia paragonare la visita all’Orphan’s Project ad una visita in un orfanotrofio i cui ospiti sono persone. La realtà però è che gli elefanti sono emotivamente molto simili agli esseri umani, e non è parere di chi scrive ma opinione scientifica consolidata da anni di studi proprio da parte dei ricercatori del David Sheldrick Wildlife Trust: gli elefanti conoscono l’affetto e la compassione (patire-con), vivono la propria esistenza (spesso lunga) in un complesso ambiente sociale e sempre in funzione del gruppo.

Daphne Sheldrick, moglie di David e co-fondatrice del centro, ha detto al National Geographic che «le loro emozioni sono esattamente uguali alle nostre. Se perdono le proprie famiglie o hanno visto le loro madri macellate quando arrivano qui da noi si mostrano aggressivi, distrutti, affranti o in lutto. Soffrono di incubi o insonnia a causa di ciò che hanno passato».

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La storia di Ngila, un cucciolo di elefante oggi abbastanza grande dal farsi spuntare le zanne, è emblematica: secondo quanto mi è stato raccontato dai guardiani Ngila aveva 3 mesi quando è finita in un pozzo 500km a nord di Nairobi, dove con il branco era andata a fare il pieno d’acqua. Non riuscendo a salvarla il branco l’ha dovuta lasciare lì, valutando la sopravvivenza del gruppo come male minore, dove è stata ritrovata da un gruppo di allevatori masai che avevano condotto il bestiame al pozzo per l’abbeveraggio: nel panico dell’abbandono Ngila si era ferita cercando di liberarsi da quella trappola mortale, la narrazione ci racconta che è stata nel pozzo per 48 ore, ma i sanitari giunti sul posto in elicottero l’hanno medicata e trasportata alla nursery a Nairobi, dove l’ho incontrata.

La gestazione di un cucciolo di elefante è lunga quasi due anni: 600 giorni. La madre partorisce un cucciolo di circa un quintale per un metro di altezza che, bracconaggio permettendo, vivrà in media 40-50 anni. Sono animali dotati di un cervello complesso e massiccio, del peso di oltre 5kg, e possono sviluppare zanne di avorio lunghe fino a 3 metri per 90-100kg, l’orgoglio e la condanna di ogni elefante del mondo.

Per sostenere pesi e dimensioni così imponenti gli elefanti adulti arrivano a pesare fino a 6 tonnellate e per nutrirsi arrivano a ingerire fino a 400kg di cibo al giorno; tra loro riescono a comunicare anche a decine di chilometri di distanza grazie a vocalizzi che si estendono su dieci ottave e alle grandi orecchie, capaci di captare frequenze tra gli 8 e i 10.000 Hz, che agitano continuamente per mantenersi in equilibrio.

All’orfanotrofio gli elefantini si presentano dai guardiani ogni tre ore reclamando giocosi la loro poppata: questi imboccano i pachidermi con biberon da 5 litri pieni di un liquido studiato appositamente per loro dalla Wyeth Laboratories SMA, società farmaceutica americana a marchio Pfizer: oli vegetali, fibre e latte di cocco, magnesio, vitamina C, porridge di farina e avena. Ne bevono fino a 30 litri per poppata. Nessun «ingrediente segreto», a parte l’affetto dei guardiani che sembrano divertirsi con i piccoli elefanti.

L’obiettivo del centro è curare, svezzare e rimettere in libertà questi elefanti, la loro destinazione finale sarà il Parco Nazionale dello Tsavo, tra Nairobi e Mombasa: fino ai 3 anni infatti i cuccioli sono completamente dipendenti dalla madre, un periodo piuttosto lungo e difficile tanto che in assenza della famiglia l’aspettativa di vita degli elefantini si riduce drasticamente.

Durante le operazioni di allattamento, che durano circa 45 minuti sotto l’umido sole del Parco, il pubblico viene invitato ad accarezzare i pachidermi, che appaiono ben contenti di interagire con gli umani e si comportano, se è possibile fare questo paragone, proprio come un cane affettuoso. Chi scrive ha avuto l’onore, e l’onere, di dover sostenere il peso di un elefante di 2 anni e mezzo che per mostrare quanto gradisse giochi e carezze mi si è affettuosamente appoggiato addosso, proprio come fa il mio bracco la sera dopo cena, con tutti i suoi 450kg di peso.

Toccare un elefante è come entrare in contatto con qualcosa di antico, come accedere per la prima volta in un luogo sacro abbandonato da centinaia d’anni: la pelle rugosa e dura, grinzosa e terrosa, quei lunghi e radi peli duri come fili di nylon, lasciano sulla punta delle dita e sul palmo della mano una sensazione remota di vita, di storia primitiva. Mentre la proboscide esplora e assimila conoscenza da ogni tuo odore tu hai la sensazione precisa e quasi certa di star conoscendo qualcuno, e non qualcosa, di nuovo: barrisce, ti spaventa e lo spaventi, ti soffia in faccia aria umida dalle enormi narici, si appoggia a te, si affida a una corda che gli ricorda la madre.

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Fuoco e fiamme

L’autista che mi accompagna nel Nairobi National Park si chiama Paul. Dopo due curve a destra attorno ad alcuni imponenti fusti di acacia c’è una salita fangosa, si percorre e si arriva a una grande radura verde. Il cielo è grigio, l’umidità afosa: «Benvenuto al Burning Memorial Site» dice Paul con fare orgoglioso, con l’aria di quello che ama gli elefanti quanto sua moglie. Nel 1973 la popolazione di elefanti del Kenya era di 130.000 esemplari, crollata a 16.000 nel 1989, anno in cui il Presidente Nyayo, nomignolo col quale Arap Moi è meglio conosciuto e che in swahili significa impronte, mise al bando l’avorio: «Gli unici ad avere diritto di indossare l’avorio» dice Paul «sono gli elefanti».

Il 18 luglio 1989 in questo luogo, proprio al Burning Memorial Site nel Parco Nazionale della capitale del Kenya, 12 tonnellate di zanne d’avorio estirpate a migliaia di elefanti uccisi dai bracconieri e sequestrate dalle autorità keniote sono state date alle fiamme in quella che è stata la prima dimostrazione di deterrenza e contrasto al bracconaggio dei pachidermi nella storia dell’umanità. L’evento fu maestoso, c’erano tutte le televisioni del Paese e i corrispondenti internazionali residenti in città, c’erano le autorità e c’era la fanfara: per la prima volta il governo del Kenya rinunciava alla vendita all’asta di quelle zanne, che potevano valere fino a 1 milione di dollari, per dare il via ad una vera battaglia di civiltà.

«Grandi obiettivi richiedono a volte grandi sacrifici. Chiamo a raccolta le persone di tutto il mondo affinché si uniscano a noi in Kenya per eliminare una volta e per sempre il commercio d’avorio» compare scritto su una placca d’ottone applicata quel giorno sul piccolo mausoleo degli elefanti che sorge in quel punto del Parco. A volte basta dare l’esempio per essere seguiti: nel 1975 il governo di Nairobi già aveva firmato, con altri 181 governi di altrettante nazioni del mondo, la CITES, la Convenzione internazionale per le specie in via di estinzione [qui il testo aggiornato, nda], e quel giorno di luglio del 1989 la stessa CITES si convinse a mettere l’elefante africano in cima alla lista degli animali in via di estinzione da tutelare.

Prima ancora che venisse abbattuto il Muro a Berlino, il 9 novembre, il prezzo dell’avorio sul mercato internazionale crollò vertiginosamente passando da 13 a 1,5 dollari al chilo. Non era la fine bensì l’inizio di una battaglia sanguinosa e dolorosa, una battaglia contro un mostro a più teste: la corruzione, il business nel mercato nero, la passione per la caccia sportiva di molti ricchi occidentali, l’inefficienza dei controlli, la miopia della politica internazionale, il consumismo. Oggi un chilo di avorio ha un valore che oscilla moltissimo, tra i 500 e i 3.000 dollari, ma che rappresenta bene non solo la domanda ma anche la difficoltà nel trasportare e vendere la materia prima.

Il primo risultato raggiunto da chi combatte il bracconaggio e il mercato dell’avorio è una sorta di de-finanziarizzazione del bene: usando il proibizionismo, uno strumento tipico del capitalismo, si è reso il mercato talmente labile e insicuro che oggi investire in avorio non conviene più a nessuno. Dall’altro lato però questo bene si è concentrato nelle mani di pochi, ma ben introdotti, mercanti di morte.

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