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Elezioni 2022

Elezioni 2022 - I diritti civili

Come viene affrontato il tema dei diritti civili nei programmi elettorali delle elezioni politiche 2022 e a quale tipo di diritti civili pensano i partiti che chiedono il nostro voto?

Nella collezione di documenti che abbiamo realizzato Pinpoint – uno strumento della Google News Initiative – abbiamo spulciato i programmi elettorali, che sono reperibili nella sezione dedicata alle Elezioni in Trasparenza del sito del Ministero dell’Interno, cercando parole chiave come ad esempio “fine vita”, “Eutanasia”, “diritti civili”, ma anche “fobia”, “SPID”, “digitale”, “cittadinanza”. Abbiamo avuto qualche conferma, qualche sorpresa e non poche difficoltà.

In Italia, quando si parla di diritti civili, l’asticella del dibattito è sempre al di sotto degli standard che potremmo (e dovremmo) aspettarci. Il primo passo per l’analisi che segue è stato definire i diritti civili: la Treccani li definisce “diritti di cui godono tutti i cittadini di uno Stato in quanto tali. Sono i diritti riconosciuti dall’ordinamento giuridico come fondamentali, inviolabili e irrinunciabili (dunque non suscettibili di compressione da parte dello Stato), i quali assicurano all’individuo la possibilità di realizzare pienamente se stesso”. È anche vero però che il tema dei diritti civili, e il termine stesso, si presta da sempre a innumerevoli interpretazioni, perlopiù derivanti dalla sensibilità e dalle convinzioni personali.

Nell’affermare che i diritti civili “assicurano all’individuo la possibilità di realizzare pienamente se stesso” si vuole ampliare il più possibile la definizione: non sappiamo come sarà la società del futuro e quali sfide giuridiche, sociali, politiche e democratiche dovrà affrontare sotto il punto di vista delle libertà individuali. Facciamo un esempio: nell’era dell’iperconnessione, dove è possibile fare più o meno qualsiasi cosa con il proprio smartphone, la democrazia italiana fatica a implementare politiche attive e inclusive relativamente all’identità digitale dei cittadini. Durante la pandemia ci siamo accorti come lo SPID, la PEC e la firma digitale, e quindi la possibilità di sbrigare pratiche burocratiche senza peregrinare tra affollati e disorganizzati uffici pubblici, possano facilitare all’individuo il suo essere cittadino. Finalmente anche in Italia l’e-government è diventato una realtà, mentre dal punto di vista dell’e-democracy c’è ancora molto da fare. Il tema è nuovo per la politica italiana. Nell’estate 2021 sono state addirittura raccolte centinaia di migliaia di firme per due referendum, poi bocciati nel merito dalla Corte Costituzionale, ma nell’estate 2022 la stessa cosa non è stato possibile farla per la raccolta firme delle liste elettorali: il Ministero dell’Innovazione tecnologica e la transizione digitale non ha mai lanciato la piattaforma pubblica gratuita necessaria a garantire a tutti la possibilità di raccogliere ed autenticare firme online. Un preambolo necessario alla possibilità di far votare i cittadini in remoto.

Il ministro Colao, a giugno 2022, aveva spiegato che le norme attuali non consentono “una completa digitalizzazione, estesa per esempio all’autenticazione delle firme o alla raccolta dei certificati elettorali, che sono disciplinati ancora in maniera analogica”. L’identità digitale italiana è quindi una realtà monca e, in quanto tale, non garantisce ai cittadini il pieno godimento dei propri diritti civili. Questo nonostante il confine tra online e offline sia sempre meno nitido, nella vita reale, nei diritti e nella vita democratica delle persone.

Tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel programma della coalizione di centrodestra il tema dei diritti civili semplicemente non esiste e bisogna andare a guardare tema per tema per trovare qualcosa. Si parla però di “inclusione sociale e lavorativa degli immigrati regolari” senza tuttavia specificare cosa significhi e che tipo di proposta si avanza. Anche nel programma di Italexit il tema dei diritti civili, e tutte le questioni che affrontiamo qui di seguito, è completamente inesistente.

SPID e digitale

I regolamenti europei equiparano le firme elettroniche a quelle autografe ma le norme italiane non hanno mai recepito pienamente quelle europee: se infatti è possibile, come è stato, depositare quesiti referendari raccogliendo le firme e autenticandole in forma totalmente digitale, non è possibile fare la stessa operazione con le liste elettorali. Una riforma incompleta che, di fatto, lede un diritto civile dei cittadini. Di tutti i cittadini.

Di SPID, identità digitale e democrazia nei programmi elettorali si parla poco. Se cerchiamo la parola “SPID” vediamo che il programma dell’alleanza Azione-Italia Viva propone la semplificazione per l’ottenimento dello SPID per gli italiani iscritti all’AIRE (residenti all’estero) ma si limita a questo, ai “servizi pubblici celeri ed efficienti”. Anche il partito Italia del Meridione mostra di intuire le possibilità di innovazione democratiche e sociali della firma digitale ma resta sul vago, proponendo di introdurre lo SPID “per alcune tipologie di operazioni”, senza tuttavia specificare quali. +Europa, pur senza menzionare la questione civile e democratica dietro l’identità digitale, va più nello specifico proponendo di “rafforzare le strutture impegnate nell’attuazione dei programmi dell’Agenda digitale 2026 e che le amministrazioni pubbliche, gli apparati centrali, aderiscano alle piattaforme nazionali” come lo SPID. Piattaforme che tuttavia, come dicevamo più su, ancora non sono complete.

Quello della “SPID-democracy” è uno dei capitoli meno considerati dai partiti sul tema dei diritti civili dei cittadini.

Contrasto all’omotransfobia, al razzismo e ai crimini di odio

Italia-Viva e Azione, nel loro programma, propongono l’istituzione di un’Autorità nazionale indipendente per la tutela dei diritti umani, un tema presente già in un progetto di legge del 1991. La proposta, con qualche distinguo ma identica nella sostanza, è presente anche nei programmi di Possibile, del Partito Democratico e di +Europa. Nessuna di queste proposte tuttavia cita i 15 organismi pubblici già esistenti, tra comitati, osservatori, garanti e commissioni, che hanno mandati diversi per aree diverse. Nessuno ne propone l’accorpamento o la revisione.

Su questo tema l’Italia è già in ritardo: nel 2013 il governo si era impegnato a creare un’istituzione ad hoc entro il 2019. L’ultimo governo ad aver agito in tal senso è stato il governo Berlusconi 19 anni fa, quando ha istituito per decreto l’Ufficio della promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR).

Per contrastare i crimini di odio Possibile propone la creazione di un protocollo per le forze dell’ordine e in generale la proposta in materia di inclusività prevede l’apertura a percorsi ormonali per la transizione, una legge sull’affermazione di genere e una legge di uguaglianza, dispositivi che non eliminano ma affermano diritti. Tutti i partiti di centrosinistra propongono, con le dovute differenze e distinguo, il matrimonio egualitario e l’estensione delle adozioni a singoli e coppie, senza discriminazione per orientamento sessuale e/o identità di genere. Una proposta simile c’è anche nel programma del Movimento 5 stelle. Fratelli d’Italia parla di “contrasto ad ogni discriminazione in relazione alle scelte sessuali e sentimentali delle persone” e di mantenimento della legge sulle unioni civili in vigore, ma dall’altra parte si oppone alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso.

Possibile, +Europa e Europa verde-Sinistra italiana sono gli unici partiti ad aver inserito in programma la proposta di una legge per vietare le terapie riparative, pratiche pseudoscientifiche che intendono cambiare l’orientamento sessuale delle persone “riportandole” all’eterosessualità.

Per il resto, nei programmi del centrodestra non si menziona nulla di tutto questo e la proposta in materia si evince dalle proposte di rafforzamento delle politiche familiari e delle politiche di conciliazione lavoro-famiglia, che vengono declinate unicamente all’interno della “famiglia tradizionale” (madre, padre, figli).

La cittadinanza

Prima dell’ultima crisi di governo si era tornati a parlare della proposta di riforma di cittadinanza legata allo Ius scholae, un progetto che prevede il riconoscimento della cittadinanza ai minori con cittadinanza non italiana che abbiano completato uno o più corsi di studio, senza dover necessariamente attendere i 18 anni compiuti. Questa proposta è presente nei programmi dell’intera coalizione di centrosinistra, con Verdi-Sinistra italiana che non escludono la possibilità di rimettere in campo la proposta sullo Ius soli, che prevedeva che è cittadino italiano chi nasce su suolo italiano. Anche il Movimento 5 stelle riprende la proposta dello Ius Scholae mentre Azione-Italia Viva ampliano la proposta proponendo la concessione della cittadinanza agli “studenti stranieri che hanno svolto e completato gli studi universitari in Italia”.

Nel programma della coalizione di centrodestra invece non c’è traccia del tema cittadinanza, anche se le posizioni dei singoli leader sono piuttosto note: Berlusconi si era detto favorevole allo Ius scholae ma i suoi sodali Meloni e Salvini hanno sempre vincolato la proposta di Ius scholae a una frequenza regolare di almeno 10 anni di scuola dell’obbligo da parte dell’aspirante cittadino italiano.

La legge sul fine vita

Il tema del fine vita, sul quale un anno fa sono state raccolte 1,2 milioni di firme per un referendum che non passò il vaglio della Corte Costituzionale, è uno dei temi sul quale chiunque ha chiesto al Parlamento di legiferare: la Corte europea dei diritti umani, le Nazioni Unite, l’Unione Europea, la Corte Costituzionale nel suo rigetto del quesito referendario, il Presidente della Repubblica, il mondo delle associazioni, tantissimi militanti e altrettanti cittadini.

La premessa necessaria è che una proposta di legge sul fine vita è depositata dal 2013 alla Camera dei Deputati ma non è mai stata discussa. Nessuna delle successive proposte depositate in Parlamento va a modificare quello che per la Corte Costituzionale è il nodo centrale: l’omicidio del consenziente (articolo 579 del codice penale).

Di fine vita si parla nei programmi del Partito Democratico, che si lamenta di come la “brusca interruzione della legislatura” abbia “impedito di portare a termine una serie di proposte legislative su questi temi” senza specificare quali né illustrando una nuova proposta. Il tema si esaurisce così. Unione Popolare invece ha inserito nel suo programma la proposta di approvazione di due leggi, una sul “fine vita” e una sull’“eutanasia legale”, mostrando una sensibilità e una cultura politica più precisa su questi temi. Anche nel programma di +Europa vi è una proposta di questo tipo: si propone “una legge che garantisca la possibilità di ricorrere all’aiuto medico alla morte volontaria e all’eutanasia”. In questo caso però si entra più nello specifico, categorizzando il target di questa legge: “La persona affetta da patologie irreversibili che siano fonte di sofferenze insopportabili”.

Tra chi ritiene invece che non sia necessario legiferare in materia c’è il partito Vita, che propone uno “stop alla cultura della morte nella propaganda dell’iper-medicalizzazione della vita” mentre Forza del Popolo parla di “difesa della vita dal concepimento alla morte naturale” proponendo un aggravamento della sanzione penale per l’omicidio del consenziente.

I partiti di centrodestra, il Movimento 5 stelle e il ticket Azione-Italia Viva invece non menzionano il tema.

La disabilità

Il tema della disabilità è invece più presente nei programmi elettorali ma quasi nessuno affronta il tema del dopo di noi. In Italia è stata approvata la prima legge in materia solo nel 2016 e, da allora, il Parlamento non ha più voluto toccare la questione ritenendola risolta. La legge ha inteso risolvere molte criticità, ha stanziato fondi, riconosciuto un diritto, ma le criticità ci sono e l’assenza, da quattro anni, di relazioni e monitoraggi sulla sua attuazione hanno fatto tornare il tema nel dimenticatoio.

Un vero peccato perché, appunto, di disabilità e assistenza parlano tutti. Il duo Azione-Italia Viva declina una proposta abbastanza nutrita di misure per l’inclusione di persone con disabilità: dalle barriere architettoniche da eliminare alla questione abitativa, fino all’istituzione della figura del disability manager, l’accesso completo al rimborso delle spese educative per figli con disabilità, un maggiore accesso allo sport e, in generale, di superare le disomogeneità tra le varie regioni nell’accesso ai servizi e ai diritti per le persone disabili e le loro famiglie.

Possibile ha un punto specifico che caratterizza il suo programma in materia di disabilità, un tema che forse per la prima volta viene introdotto in una campagna elettorale: l’assistenza sessuale e affettiva per le persone disabili. È inoltre l’unico partito a proporre, nell’ottica di includere maggiormente le persone con disabilità, l’abolizione del Ministero per la disabilità istituito per la prima volta dal governo Draghi. Il Partito Democratico sul tema disabilità propone un investimento economico volto ad aumentare i docenti di sostegno di ruolo ma non si specifica quali coperture economiche siano necessarie per l’attuazione di questa proposta. Una proposta di simile cultura politica viene anche dal Movimento 5 stelle, che si concentra sull’aumento degli assegni familiari e delle pensioni di invalidità, ma anche sul potenziamento della vita indipendente delle persone disabili e sull’introduzione della figura del caregiver.

Il centrodestra parla di “impegno per la vita autonoma” su proposta della Lega e ricalca le medesime proposte di tutti gli altri partiti: aumento dei sussidi e degli assegni, riconoscimento della figura del caregiver, assistenzialismo e soldi a pioggia.