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EP1 – Noi buttiamo il latte, tu come stai?

“Passarono le stagioni: l’estate con il fieno e le malghe, l’autunno con la legna ed i funghi, l’inverno con i morbidi piumini sui tetti tiepidi e le neve sulle finestre. Tutte le cose mutano in fretta. Troppo in fretta“.
Mario Rigoni Stern

«Nous on jette du lait. Et toi comment ça va?».
Noi stiamo buttando il latte. E tu come stai?

L’e-mail era più cospicua, ma io ho praticamente letto solo quella frase. Appena ho potuto sono tornata da loro; volevo ascoltare, finalmente, la sua storia. E poi volevo chiederle perché è finita a buttare il latte delle sue capre invece di farne formaggio.

Lherm è rimasta sempre la stessa, Vicky e Oliver invece no. 

Il nostro secondo incontro è attraversato da un grande silenzio iniziale, una sensazione irreale, in cui si avverte una forte tensione nell’aria. Quando arrivo nella stalla delle capre, noto subito che rispetto all’anno prima sono molte di meno. Non oso dire nulla. Aspetto le parole di Vicky, che arrivano chiare, semplici e dure : «Le abbiamo vendute a causa del Covid, non producendo formaggio dovevamo trovare in altro modo le risorse economiche».

Foto di Ornella Lo Surdo

Nel mentre, inizia ad alzare il fieno per le capre, si muove su e giù per tutta la stalla; è impossibile fermarla. Ho già capito che durante l’intervista sarò io che correrò dietro di lei. Va bene così, Vicky mi sta già raccontando la sua storia ed io non mi voglio perdere nulla. 

«Ho studiato in un istituto agrario a Figeac, nel Lot, con l’idea di lavorare con gli animali; magari nei parchi naturali o per gli zoo. La scuola mi è stata molto utile: ci insegnavano a gestire l’alimentazione degli animali, come portare avanti un’azienda, le varie malattie che possono colpire gli animali da allevamento. Durante la scuola ho fatto un periodo di tirocinio in un’azienda agricola dove allevavano capre: le ho amate subito. Sono intelligentissime, sveglie; ognuna con un suo particolare carattere».

«Quelle due, per esempio, mi seguono ovunque e sono molto gelose!»
Mi indica un paio di caprette scure dietro ad un recinto. 

«È stato semplice capire cosa volevo fare, ottenerlo non altrettanto. Lo stesso vale anche per Oliver, il mio compagno. La famiglia non c’entra: nessuno dei nostri genitori ci ha impedito di fare la nostra strada, anche se ci hanno lasciati soli. Non ci hanno mai aiutato in nessun senso e questo lo stiamo avvertendo soprattutto adesso. Perché noi non proveniamo da una famiglia di allevatori, non avevamo né una fattoria né degli animali: quello che abbiamo ora lo abbiamo creato da zero».

«L’istituto agrario era una scuola frequentata al 90% da figli di contadini. E io ero doppiamente discriminata, perché osavo voler fare un lavoro che per tradizione è affidato agli uomini, ma soprattutto perché io rispetto a loro non avevo genitori contadini. Da queste parti è un lavoro che si tramanda ancora molto, è una realtà chiusa, se vieni da “fuori” arriva il sospetto, la diffidenza».

«“Tu che ne sai di come si allevano le capre? Noi ci siamo cresciuti in questo mondo”. Me lo ripetevano ogni giorno, insieme a molte provocazioni e battutine sull’essere una ragazza. Se facevo delle domande non mi prendevano molto sul serio; c’erano sempre delle risatine di sottofondo. Ma sai qual è la realtà? Non gli andava giù che fossi la più brava in classe. Nonostante loro fossero maschi e figli di contadini!»

Foto di Ornella Lo Surdo

Vicky si vede che ormai non ci fa più caso, è acqua passata. Ma è facile immaginare quanto può essere duro per una ragazza così giovane affrontare le differenze, i no, la solitudine. Ci penso un attimo e le chiedo se gli insegnanti fossero disponibili con lei.

«Alle medie, prima di frequentare l’Istituto Agrario, gli insegnanti mi hanno sconsigliato di intraprendere questo percorso formativo. Ero brava a scuola. Mi piaceva studiare. Questo per loro bastava: una persona brava a scuola è sprecata a lavorare la terra. Penso che siamo molto influenzati dall’idea di scala sociale. Cercare di fare un lavoro che “socialmente” viene visto meglio. Un avvocato sarà sempre più considerato di un contadino, perché ha studiato. Ma un contadino, semplicemente, sa cose diverse. E per fare bene questo lavoro dobbiamo conoscere tante cose anche noi».

«Io non rimpiango di non aver continuato gli studi; soprattutto quando vedo molti miei amici che oggi hanno ventiquattro anni e fanno l’università, perché mi sembrano molto disorientati su cosa vogliono fare nella vita.  Alla fine, io credo che ognuno
debba provare a fare ciò che sente, ciò che ti chiama, e non seguire i “consigli giusti”».

Usciamo dalla stalla con le capre, corrono lungo il sentiero, se ne vanno sotto un albero di prugne a mangiare quelle ormai cadute. Sanno che Vicky sta per arrivare e non potranno sostare lì per molto: le chiama con dei lunghi fischi. Il cane è l’ultimo della fila.
Mentre io tento di stare dietro a Vicky e alle capre, lei continua a raccontarsi.

«Ritornando alle scelte, io non mi pento di fare questo lavoro ma di aver preso questa cascina. È stato un percorso lungo. Dopo essermi diplomata ho fatto un anno di SEFI, durante il quale ho lavorato in questa cascina insieme ad Oliver con gli ex-proprietari. Il SEFI è una sorta di tirocinio dove hai un rimborso di 400 euro al mese e lavori cinque giorni a settimana. In questo modo hai l’opportunità di imparare e approfondire tantissimi aspetti di questo lavoro. In verità i problemi sono iniziati sin da subito con i proprietari. Lui mi consigliava sempre di trovarmi il prima possibile un ragazzo, come se questo lavoro fosse una cosa da “uomini”, e quando gli ho presentato Oliver ha iniziato a insegnare solo a lui. A me relegava i lavori meno importanti o faticosi e Oliver doveva ripetermi tutto, era diventato lui il mio maestro. Ad un certo punto il proprietario, essendo molto anziano, ci ha proposto di comprare: a noi questa cascina piaceva molto ed anche la zona, quindi abbiamo accettato. Siamo riusciti a comprare gli animali e gli attrezzi da lavoro, più alcuni terreni per il pascolo. Tutto questo grazie ad un mutuo in banca che paghiamo 1.200 euro al mese. Per noi sono davvero tanti ed arrivarci ogni mese è una vera fatica».

Gli chiedo se, in quanto allevatori certificati e in regola, hanno degli aiuti dallo Stato.

«Certo. Se non ci fossero stati questi aiuti io e Oliver non saremmo mai riusciti a iniziare nulla. A prescindere dal mutuo, ci sono arrivati 50.000 euro per aprire la nostra attività; possono sembrare tanti, ma per iniziare è il minimo, davvero! In più per continuare ad avere agevolazioni fiscali ed aiuti dallo Stato dobbiamo dimostrare ogni anno che l’azienda non solo sta andando avanti, ma sta crescendo. È qui che iniziano i problemi. Secondo quanto scritto si devono comprare, entro il primo anno dall’apertura dell’azienda, trenta capre. A causa del Coronavirus, noi quest’anno ne abbiamo vendute venti, di capre. Se non rispettiamo questi standard di crescita non solo dobbiamo pagare il mutuo in banca, ma anche rimborsare lo Stato, restituendo parte degli aiuti economici ricevuti. Sembrano aiuti, ma sono come avere un coltello puntato alla gola. Se non si hanno soldi da parte è meglio non chiederli, peccato che te ne accorgi sempre dopo».

Foto di Ornella Lo Surdo

«Sembra tutto così difficile». Mi viene da dirle solo questo una volta in cima alla collina; si vede il fiume in lontananza, le capre ignare di tutto brucano e si rincorrono. Vicky mi sorride. Lancia un bastone al cane e solo dopo mi risponde. «Non è difficile se ti conosci. Io non farei nessun altro lavoro. Alle fine più che un lavoro è uno stile di vita». 

Rimango in silenzio per il resto del giorno.

Quando ho sentito Vicky parlare di “uno stile di vita” ho pensato subito a Nuto Revelli ed al suo libro Il mondo dei vinti. È una raccolta di voci e testimonianze che raccontano un mondo che già negli anni Cinquanta del secolo scorso era in piena trasformazione e profonda crisi: il mondo dei montanari. Contadini e allevatori, piccoli artigiani. Di chi viveva di espedienti. Una realtà fatta di fatiche e di rinunce, ma a cui si sentiva di appartenere.

Era la vita delle persone. Oggi mi sembra che il lavoro sia spesso un fenomeno distaccato dalla quotidianità, un’azione compiuta per ricevere del denaro e poter pagare delle bollette. Dopo, se si ha fortuna, si ritorna a casa. Alla propria vita.

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