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EP1 – Non si gioca tanto per giocare

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
(Pablo Neruda, “Sonetto XVII”)

L’impatto del pallone sulla traversa emette un suono secco, metallico. Nel calcio quel rumore può essere un aspettativa tradita, un rimpianto fragoroso, uno spavento passeggero. Le mani nei capelli, gli occhi strabuzzati, lo sguardo preoccupato di chi ha appena visto cadere un lampo e teme la tempesta: i sospiri di sollievo e le imprecazioni si mischiano nel tappeto sonoro di giocatori, tifosi, allenatori; ognuno con le sue aspirazioni, le sue speranze, sospese nel vento mai domo e imprevedibile di una partita di calcio. In questa storia quel rumore improvviso suona come un richiamo alle origini del pallone, in cerca di qualcuno che lo ascolti.

È una fredda serata primaverile e sembra che non ci sia anima viva intorno al Campo Sportivo Borgoratti, immerso nel verde di un piccolo parco, a pochi chilometri dal centro di Genova, incastonato tra i palazzi troppo vicini. Il parco è costruito a fianco di un torrente. Un ponticello lo separa dalla strada, isolandolo dal traffico, dai passanti, dai rumori cittadini. Il rintocco del pallone sull’alluminio fa vibrare l’aria fredda. Chi passeggia nel quartiere può sentirlo solamente in lontananza, protetto dagli alberi e dai palazzi che sovrastano il campo al di là del fiume. I pensionati che gettano un occhio dal balcone, tornano subito dentro indolenziti.

Alice e Chiara hanno intorno ai 25 anni e aspettano di iniziare l’allenamento. Alice è alta, atletica, i folti capelli ricci raccolti dietro. Indossa una felpa nera della Adidas, sopra a una maglietta piena di sponsor, con il numero 10 sulla schiena. Chiara è bionda, occhi azzurri, sorriso grande. Ai piedi porta delle scarpe della Mizuno che sembrano venire da un’altra epoca. Giocano a chi riesce a colpire la traversa. Sorridono.

Quando tirano, i loro volti si tendono concentrati, come in una ricerca ancestrale del gesto tecnico. Chiara ci riesce un paio di volte di fila, ma non sembra prendersi troppo sul serio: «Solo culo». Poi si rivolge a un’altra compagna appena entrata in campo: «Non so come aiutarti perché non so nemmeno io come si fa… Però ogni tanto ci riesco».

Quando il gruppo è ormai quasi al completo, Alice sta in mezzo a un torello improvvisato, rincorre palla e compagne come una bambina insegue i compagni di scuola a “ce l’hai”. Un minuto dopo, è in fila per due …

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