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Ramadan Covid

Ramadan Covid

Il coronavirus ha colpito tutti, indipendentemente dalla fede religiosa, e tutti hanno dovuto reinventarsi.

La sala di preghiera di via Padova è un ex capannone dove si vendevano elettrodomestici all’ingrosso.

Il soffitto è un prefabbricato in acciaio, grigio e austero, con piccoli lucernari a mezzaluna rovesciata, costellato di ventilatori a soffitto. Il pavimento invece è ricoperto da grandi pezzi di puzzle in gommapiuma colorati, quelli che spesso si trovano negli asili per far giocare i bambini a terra. Sopra questo si stende una stoffa verde intenso. È su questo morbido tappeto colorato che ogni giorno si svolgono i momenti di preghiera della comunità musulmana di via Padova, a Milano.

Nei mesi della pandemia, a terra è comparso un nuovo elemento, qualcosa che non si era mai visto prima: la sagoma di un paio di piedi gialli su etichette adesive distanziate di oltre un metro tra loro per indicare ai fedeli dove posizionare il proprio tappeto per la preghiera, con lo scopo di mantenere il “distanziamento sociale” durante la preghiera.

Oltre a questa misura, ne sono state adottate altre: le abluzioni (cioè il lavaggio rituale di mani, avambracci, piedi, volto prima della preghiera) devono essere fatte a casa, il tradizionale saluto con l’abbraccio o i tre baci sulla guancia a fine preghiera è stato sostituito con un piccolo cenno del capo con la mano sul cuore e, infine, la moschea deve essere sanificata alla fine di ogni preghiera.

In questa zona di Milano, durante i mesi della pandemia, la preghiera del venerdì, quella maggiormente frequentata dalla comunità, l’equivalente della preghiera della domenica per i cristiani, si è svolta non in una moschea, non in un centro culturale, ma nel campo da calcio del centro sportivo di via Padova, anche ad agosto, anche sotto la pioggia. Questo è successo non soltanto durante le prime settimane di quarantena, ma anche a settembre, quattro mesi dopo la fine del lockdown.

Il centro culturale di via Padova è uno dei più frequentati di Milano. Durante la preghiera comunitaria del venerdì in questo periodo ospita fino a 1.400 persone in due turni, rigorosamente distanziate e con mascherine. Ma durante la quarantena la sala è rimasta chiusa. L’ultima preghiera comunitaria si è svolta venerdì 21 febbraio 2020.

L’UCOII (l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia) ha suggerito a tutte le moschee e i luoghi di preghiera musulmani sul territorio italiano di chiudere a partire proprio dal 21 febbraio, quando il coronavirus aveva appena iniziato a mostrare la sua capillarità e regnava la più totale confusione su come agire per contenere il contagio.

Le chiese hanno chiuso poco dopo, l’8 marzo, grazie a un DPCM emanato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte in collaborazione con la CEI. Anche la riapertura si è svolta in momenti diversi: se per le chiese e altri luoghi di culto è stato possibile a partire dal 18 maggio, moschee e sale di preghiera musulmane hanno deciso autonomamente di posticipare al 25 maggio, dopo la fine del ramadan.

Il coronavirus ha colpito tutti, indipendentemente dalla fede religiosa, e tutti hanno dovuto reinventarsi.

Durante questo periodo gli imam in tutta Italia hanno scandito il tempo della preghiera come hanno fatto i preti: con celebrazioni in streaming online, aperte a tutti i fedeli, desiderosi di non interrompere la liturgia e, spesso, bisognosi più che mai di un balsamo spirituale in quel periodo complicato e sconfortante che è stato l’inizio della quarantena.

Nairobi, Kenya. L’ora della preghiera (2015). Foto di Slow News.

Pregare da soli

Nonostante le iniziative e i buoni propositi durante la quarantena, però, pregare in streaming è stato molto complicato e molti hanno preferito pregare in famiglia o da soli. «Io sono rimasto a casa da solo. Ma è stato difficile, soprattutto per chi non è abituato a pregare in solitudine».

Ba ha 20 anni, viene dal Senegal e vive nella comunità di Sant’Egidio a Milano dal 2017. Durante la quarantena non ha preso parte a nessun collegamento online, esattamente come il suo amico Issa, 22 anni appena compiuti, gambiano che vive con lui nella comunità.

È stato lo stesso anche per Mohamed, 24 anni: «Noi abbiamo fatto tutto da noi, in famiglia, anche perché ci sono divergenze in materia. Tanti pensano che pregare insieme durante la notte su Skype o online sia fattibile. Io personalmente non credo, penso che la preghiera sia un’azione che deve essere fatta in presenza. Magari la mia è una mentalità un po’ antica, però sono convinto che sia così. Per questo in casa ci siamo regolati tra di noi: pregavamo insieme, quando riuscivamo, o ognuno per sé, ma poi stavamo insieme a parlare e discutere». «Io però sono stato fortunato», ammette, «sono riuscito a tornare a casa poco prima che iniziasse la quarantena, per questo ho potuto passarla con la mia famiglia». Mohamed è nato e vive nel nord Italia, con i suoi fratelli e i suoi genitori di origine marocchina; per studiare si è trasferito a Milano, dove ha conseguito la laurea triennale e dove sta per cominciare un percorso magistrale in Scienze Politiche.

Pregare fa parte dei cinque pilastri dell’Islam, è uno degli obblighi per tutti i fedeli, ed è per questo che ognuno ha fatto di tutto per organizzarsi al meglio secondo i mezzi a disposizione per continuare a farlo.

Con la fine della quarantena e l’allentamento del lockdown le moschee e le sale di preghiera hanno riaperto, sempre con le dovute precauzioni: obbligo di mascherina, igienizzazione della sala tra una preghiera e l’altra, obbligo di indossare i calzini e lasciare addirittura le scarpe distanziate tra loro; obbligo di eseguire le abluzioni a casa propria, divieto dei saluti con contatto fisico. E per molti pregare in questo modo non è pregare.

«Prima che arrivasse il Coronavirus pregavamo tutti insieme», racconta Ba. «Venivano tantissime persone e diversi imam, e pregavamo in tanti. Dopo il coronavirus è diventato tutto più triste. Prima potevamo pregare vicini, adesso dobbiamo spostarci, dobbiamo per forza stare lontani tanto che alcuni alla fine decidono di andare a pregare a casa. In molti hanno paura e quindi capita che in moschea, mentre preghi, ci sia qualcuno che ti chiede di spostarti, di fare in un modo o di fare in un altro. Per alcuni questa cosa è insopportabile e quindi prendono il loro Corano e se ne vanno a pregare a casa. Però, ripeto, è molto triste. Per la nostra religione, quando devi pregare è meglio che preghi in moschea. Questa è la cosa fondamentale».

A tutti gli accorgimenti da prendere, si aggiunge ovviamente una regola che è ormai denominatore comune delle vite di tutti durante e dopo il lockdown: il distanziamento fisico di almeno un metro. E il distanziamento all’interno delle moschee e dei centri di preghiera ha costretto gli imam a organizzare ingressi contingentati, ovvero a impedire a qualcuno di entrare e pregare, obbligando a fare i turni. Questo ha fatto emergere con ancora più chiarezza un problema molto importante per la comunità musulmana in Italia: la scarsità dei luoghi di culto.

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