fbpx

Il bar è l’unico aperto; sembra aspettare l’alba come fosse un cliente. Il barista ha il volto stanco di mille vendemmie; non dice nulla, ma sembra volerti far notare che è l’ultima volta, anche se ogni anno finisce per essere sempre là. Piazza Unione Europea, Canelli, provincia di Asti.

Nel parcheggio, dal giorno prima, è allineata una sequenza di furgoncini, contrassegnati con un numero. La notte non ha ancora ceduto il posto al giorno che già iniziano, lentamente, ad arrivare delle persone. Alcune da sole, magari in auto, altre in gruppo. Nessuno dice una parola, un cenno di saluto, tutt’al più. La prima persona ad arrivare è un massiccio signore, con una cartella in mano. Ha controllato tutti i furgoni, intanto che arrivavano le persone. Sono, come per magia, attorno a lui e – complice la semi oscurità – sembrano saltate fuori dal nulla.

Inizia a leggere i nomi, ad alta voce. Sembra la partenza della gita di una scolaresca, o di un gruppo che va in vacanza. Ecco, più il secondo del primo, almeno a considerare l’età media. Non ci sono giovani, son tutti più o meno signori e signore di mezza età, qualcuno la mezza età l’ha anche passata. Salgono nei pulmini, seguendo l’ordine di chiamata, in silenzio, tranne qualche chiacchiera assonnata tra il caffè e la sigaretta.

Canelli, Piazza Unione Europea. Ore 6:03, l’appello.

Sono i braccianti delle cooperative ‘senza terra’, quelle che le aziende di Canelli chiamano per il periodo della vendemmia. Praticamente tutti quelli che sono sul piazzale vengono dall’Europa dell’Est, la maggior parte di loro viene dalla Macedonia del Nord, e in particolare da una zona al confine tra la repubblica della ex-Jugoslavia e la Bulgaria.

E il viaggio che li ha portati fin qui, parte da molto lontano.

Gli anni Novanta, in Jugoslavia, sono un terremoto di sangue. Il paese nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, tenuto assieme dal maresciallo Tito, collassa in un feroce conflitto nazionalista. La Macedonia, per una lunga disputa con la Grecia rispetto al nome, rivendicato da entrambe, prende il nome di Fyrom (Former Yugoslav Republic Of Macedonia) e diventa indipendente. Da gennaio 2019 la contesa è risolta e il nome ufficiale diventa Macedonia del Nord.

Ilona, la donna che visse in un paese che ha cambiato il nome tre volte 

Ilona è nata in un paese che ha cambiato tre volte nome nel corso della sua vita, lo porta tatuato sulla pelle, con il sole, simbolo dello stato. «Sono arrivata per la prima volta nel 2006, come bracciante stagionale. Non ricordo più, ma credo che la prima volta che ho sentito parlare di Canelli sia stata da un’amica del liceo. Aveva sposato un uomo che viveva qui e lo stava per raggiungere. Io invece ho deciso di farlo per raggiungere mio marito, che era venuto due anni prima, appoggiandosi da mia sorella che viveva nelle Langhe».

Ilona vive con il marito e il figlio (una figlia ha scelto di tornare in Macedonia del Nord) a Canelli dal 2006. Qui ha fondato anche l’associazione culturale “Il Ponte di Pietra” per aiutare i suoi connazionali ad inserirsi nella vita sociale e lavorativa canellese. In ogni dettaglio della sua villetta, dal giardino al salotto, c’è almeno un elemento che richiama la patria lontana. Ma Ilona, a settembre, è diventata cittadina italiana. Ed è parte di una storia lunga e intensa, quella tra Canelli e i villaggi al confine tra la Macedonia del Nord e la Bulgaria.

Macedoni a Canelli, una storia di migrazione e integrazione

«Non saprei neanche dire come è cominciata, ma dalle mie parti le persone hanno iniziato a partire e a venire qui, proprio qui, in questo angolo di Piemonte. Dopo i primi pionieri, che venivano per la vendemmia e tornavano indietro, pian piano, la comunità si è radicata. Sono trent’anni, ormai, che siamo qui. Si contavano almeno 1300 macedoni residenti [su 10mila abitanti, NDR] a Canelli, però molti ormai, come me, son diventati italiani ed escono dalle statistiche. Per non contare poi quelli che hanno passaporto bulgaro, ma che in realtà sono macedoni. Ma questa è un’altra storia» racconta Ilona, con il suo sorriso luminoso. «Quasi tutti arrivano dalla stessa regione, al confine con la Bulgaria. Io sono di Vinica, un paese che dal suo stesso nome lascia intuire come il rapporto con il vino sia la nostra storia, o la nostra leggenda. A casa mia si tiene un festival, IN VINICA VERITAS, molto carino. Però, in realtà, la tradizione della vigna è ritornata nel tempo, perché dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Jugoslavia come altrove, la grande industrializzazione ha svuotato i villaggi e l’agricoltura è stata abbandonata in tante zone».

Canelli-Vinica, il filo rosso che lega due borghi così lontani

Un filo rosso ha legato il destino di due borghi così lontani, una storia di migrazioni, come tante. «Le storie degli immigrati sembrano assomigliarsi tutte, ma poi in fondo son tutte diverse», racconta Ilona. «Ero responsabile della produzione in una dolceria. Ho iniziato nel 2001, in una struttura nuova, tutto sommato all’avanguardia per quei tempi in Macedonia, uno dei primi business privati nel mio territorio. Si era partiti molto bene e, poco prima di andare via, mi avevano anche offerto un lavoro di responsabilità e pagato meglio. C’erano possibilità di crescere in azienda, ma avevo già preso la mia decisione. Nessuno ti può comprare, anche con 300/400 euro al mese di stipendio, che in quegli anni in Macedonia non erano pochi. Però, pensai, se meritavo quel posto potevano darmelo anche prima di sapere che sarei andata via. E sono arrivata in Italia, come stagionale, per la vendemmia del 2006 e per vedere cosa poteva accadere e come era la situazione. Mio marito era partito prima, perché lui aveva perso il lavoro: era nella pubblica amministrazione e dopo un cambio politico ai vertici era stato sostituito da persone vicine al partito al potere. Funzionava così. Per me non è stato facile: passare dalla fabbrica alla campagna, dove stavo tutto il giorno, tutti i giorni. Vengo dalla campagna, ci sono nata, da bambina avevo vendemmiato, ma era differente, per la produzione familiare. Il business, da noi, era il tabacco, ma è diverso, perché si fa qualche ora al mattino e poi vai a casa. Qui tutto il giorno fuori. Pesante».

Vengono in mente quelle sagome silenziose, al mattino, in fila per salire sui pulmini e per andare a raccogliere quell’uva Moscato che ha reso ricco questo territorio. A distanza di un’ora l’altra piazza – il salotto buono della cittadina piemontese, a poche centinaia di metri da quella dei braccianti – si anima lentamente dei venditori ambulanti che montano le loro bancarelle del mercato. In alto, in cima alla collina, il Castello Gancia. Un simbolo, oggi rianimato dal turismo di lusso, della dinastia che con Carlo Gancia nel 1850 ha dato vita a uno dei brand dell’agro-alimentare italiani più noti nel mondo: il Moscato d’Asti. Il Castello incombe sui ‘sudditi’ e celebra allo stesso tempo una famiglia e un’idea. Quei contadini che si sono fatti imprenditori, arricchendo generazioni di canellesi.

Canelli, Piazza Carlo Gancia. Ore 6:42, iniziano a comparire i primi banchi del mercato settimanale

I numeri della vite

Alcuni numeri: in Piemonte sono coltivati a vite circa 42 mila ettari (dati Istat), concentrati nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria. Nel 2019 la produzione di uva da vino era di 3,5 milioni di quintali (in tutta Italia sono 68 milioni), pari a 2,5 milioni di ettolitri prodotti. Le aziende viticole piemontesi sono stimate in 20.700 secondo il censimento del 2010, (un terzo del totale di aziende agricole piemontesi). Un impero economico che anche con l’indotto da turismo agro-gastronomico ha portato una ricchezza enorme in queste zone, ma anche un brand culturale, che l’agenzia Unesco delle Nazioni Unite ha riconosciuto come patrimonio mondiale nel 2014.

Il sigillo di un cammino lungo un secolo, che da borgo dimesso ha fatto di Canelli un nome noto nel mondo, con un ciclo di esportazioni dove non tramonta mai il sole, dalla Cina agli Stati Uniti d’America, dall’Australia alla Russia. E in questo passaggio c’è anche il contributo della comunità macedone.

Ilona, per la prima volta, non sorride. Un velo di malinconia le passa sul volto. «Alla cerimonia di premiazione dell’Unesco, in fondo, un posto dovevamo averlo anche noi. Per me questa è casa, ormai. Sono arrivata qui per lavoro, ma oggi, quando torno a casa da un viaggio, queste colline sono il mio posto». Ilona chiama casa due luoghi.

Però, a volte, anche casa può essere un luogo amaro. «Sto male quando, ancora oggi, dopo tanti anni, magari al bar senti discorsi assurdi». 

Il lato oscuro di una storia frizzante

«Per i canellesi le cooperative guadagnano tanto, troppo, ma nessuno tiene conto del rischio d’impresa. Mi è rimasta impressa un’amarezza. Ricordo che ero al pronto soccorso e due persone parlavano tra di loro: uno aveva problemi con una cooperativa di braccianti. Dicevano “chi se ne frega di loro, quest’anno facciamo a chi offre di meno”. Ci sono rimasta malissimo. Queste persone servono, sono parte di questa economia, sono necessarie. Perché non trattarle con rispetto? E molti non vengono più anche per questo» dice Ilona.

Una comunità inserita, una storia di migrazione e di integrazione che ha oggettivamente funzionato, ma che come tutte le storie ha il suo lato oscuro. Un po’ come Canelli, con il suo Castello Gancia, i negozi e i bar da cittadina benestante di provincia, le cantine famose e i ristoranti di qualità. Costruita, però, sulle famose ‘cattedrali sotterranee’ che costituiscono un unicum nel panorama vitivinicolo piemontese: un labirinto di gallerie che caratterizza il sottosuolo di Canelli, scavato nel tufo calcareo – perfetto isolante naturale, in grado di mantenere una temperatura costante di 12-14 gradi – a partire dal XVI secolo. L’ambiente ideale per la lavorazione e l’affinamento dei grandi vini che hanno fatto il successo dell’area vinicola nella provincia astigiana: Asti Spumante e Moscato d’Asti. Che sono tali oggi grazie al sudore di chi ha scavato il tufo ieri e di chi raccoglie l’uva in un territorio dove l’ultima generazione ha fatto studiare i figli che oggi si allontanano dalla campagna.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

Ti piace Slow News?

iscriviti gratis alla newsletter

* campi obbligatori


Potrai cancellarti quando vorrai e la tua privacy è al sicuro. Per sapere come la tuteliamo visita il nostro sito.