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Ilona, ieri come oggi, fatica a riconoscere il ruolo di questo contributo nella sua narrazione. Le cooperative ‘senza terra’, come quella che gestisce Ilona, sono state la risposta necessaria al bisogno di una manodopera che sul territorio non c’era più. «Se un’azienda agricola ha bisogno di manodopera chiama, capiamo le loro esigenze e vediamo se possiamo gestire la richiesta: non puoi prendere tutti i lavori. Servono macchine per il trasposto dei braccianti, autisti, serve specializzazione per lavorare in un certo modo» spiega Ilona. «Devi prendere i lavori che sai di poter fare bene. Quando ho iniziato, come bracciante stagionale, non avevo idea di tutto il sistema. Poi, per offrire un futuro migliore ai nostri figli, decidemmo con mio marito che saremmo rimasti qui. Per tre anni ho lavorato in una cooperativa e ho conosciuto un signore che si occupava di sicurezza sul lavoro. Ho iniziato a tradurre per lui e poi ho frequentato i corsi serali per imparare la lingua italiana. Ho iniziato a tradurre i manuali per la sicurezza e questo mi ha aiutato a pensare come si poteva lavorare meglio di così. Molti colleghi non erano contenti. La coop dove lavoravamo era diventata troppo grande e quando è così non c’è mai tempo per avere cura delle persone. Un gruppetto, con me, è uscito e ha fondato la sua cooperativa, che si occupava sia di sicurezza che della fornitura di manodopera, poi le abbiamo divise» racconta Ilona, che ha ritrovato il sorriso. «Noi oggi siamo una piccola cooperativa, facile da gestire, ma negli anni del boom degli arrivi degli stagionali è stato complesso. Come stagionali arrivava gente che conoscevi al paese, dei quali conosci le storie, i problemi. Non era facile lasciarli soli, essere indifferenti, lasciarli dormire per strada».

«Ti impegni per prendere più lavoro per far lavorare tutti, far stare bene quanta più gente è possibile. All’inizio, quando c’erano tanti stagionali dalla Macedonia, sapevi che se uno veniva e non trovava nulla – dopo magari essersi fatto prestare i soldi per partire – era una tragedia. Dal 2015, invece, ha iniziato ad arrivare meno gente, dal 2016 quasi nessuno. E anche noi, negli ultimi due anni, abbiamo cambiato modo di lavorare. Non abbiamo più l’interesse di andare a cercar lavoro, per impiegare il massimo possibile di braccianti. Ora possiamo lavorare bene: prima trovi le persone, poi cerchi il lavoro che sai che potrai fare e fare bene. Chi fa il contrario, lavora male. Così noi abbiamo tutti operai residenti qui, anche un italiano, sono 30 persone, di 6/7 nazionalità differenti. Prima erano tutti macedoni».

2020, la vendemmia ai tempi della pandemia

Il 2020 è un anno che non potrà mai essere normale. La pandemia di Covid-19 ha colpito ogni aspetto di quella normalità che eravamo abituati ad abitare. Anche Canelli, con il suo mondo allo stesso tempo locale e globale, si è trovata ad affrontare un mutamento radicale: il crollo del turismo eno-gastronomico da una parte, la difficoltà di far arrivare i braccianti stagionali dall’altra.

A questa dinamica generale, si è sommata quella particolare. «Dal 2015, 2016, i macedoni non vengono quasi più. Fino ad allora, la stampa e la politica locale li attaccavano: dicevano che erano ingestibili, senza contratto, che vivevano per strada, che non sapevano dove dormire, che litigavano, che si accampavano con le tende. Un grande problema, nessuno lo nega, ma che nessuno ha mai voluto risolvere. Io andavo anche alle riunioni in prefettura, tentavamo come comunità di trovare delle soluzioni, ma è sempre stata una questione politica e di quello non mi sono più voluta occupare». Negli anni d’oro arrivavano per la vendemmia fino a 3mila persone dell’Europa dell’Est, in particolare macedoni o macedoni con passaporto bulgaro. 

Calamandrana, comune limitrofo a Canelli. Ore 13:42, Ilona riceve una chiamata da suo figlio

Ora le cose sono cambiate. «I fattori di questo cambiamento sono molteplici», spiega Ilona. «Da un lato son cambiate le mete. Germania e Austria, ad esempio, si sono aperte, perché c’è stato un lungo periodo per i macedoni dove l’unico posto dove potevi andare era l’Italia. Poi si dice che là si guadagni meglio, ma questo non lo so. Io vedo che qui molti di noi si sono potuti costruire una casa, mentre conosco macedoni che in Germania – dopo trent’anni – non lo hanno potuto ancora fare. Probabilmente perché là la vita costa più cara che a Canelli». 

Macedonia del Nord, un paese che dipende dalle rimesse degli emigranti

«In questa dinamica, poi, è arrivato il Covid. Ecco, sul pullman che mi riportava in Italia dopo le vacanze, a luglio, eravamo solo nove persone. Quattro di queste andavano in Germania, nessuno veniva per la raccolta stagionale. E questo nonostante la Macedonia del Nord stia vivendo un momento brutto economicamente, tanto brutto. Sono almeno 250 al giorno le persone che perdono il lavoro in Macedonia. Noi siamo 2,5 milioni, son tanti. La politica, non amo il governo, non fa nulla: siamo in recessione. Da noi, tanti hanno potuto cambiare la propria vita con le rimesse. Ci sono intere zone delle nostre cittadine costruite con i soldi dei migranti, che hanno fatto studiare i figli. Ancora oggi, per molti, il lavoro stagionale era quello che ti permetteva di sistemare o finire casa. Mancherà questo lavoro a causa del Covid, che ha complicato molto le cose, perché per una piccola cooperativa come la mia è impossibile rispettare le regole confuse che ci sono. Come posso io accertarmi che un bracciante che si presenta qui, che quindi è già entrato in Italia, ha fatto la quarantena? E molti di quelli che volevano partire, come fanno a permettersi una quarantena? Dove la fanno? Noi, per obbligo di legge, abbiamo dove alloggiarli, ma non è stato chiaro come muoversi. Abbiamo saputo di un bus di connazionali che era arrivato a Pordenone, venivano tutti per la raccolta della frutta, e sono stati respinti con il ‘foglio di via’. Un po’ questo clima di incertezza, un po’ il clima di ostilità verso gli stagionali degli anni 2015 – 2016, alla fine hanno spinto molta gente a non venire. Ed è un problema. Per noi qui, perché gente che viene tutti gli anni ha tutto l’interesse a imparare bene il mestiere, perché sa che tornerà. Prendere chi capita, solo per la vendemmia, è un problema, non si riesce a formarli, soprattutto se sono qui perché non sapevano dove andare. E anche la qualità del lavoro ne risente. Allora, da tempo, noi abbiamo deciso di lavorare con un gruppo compatto, che non vive solo di vendemmia. Siamo una cooperativa vera, ci dobbiamo preoccupare di tutti, per tutto l’anno, e compensiamo con la cura dei noccioli nei mesi morti della vigna. Lavoro sempre con le stesse aziende, delle quali mi fido e che so che si fidano di come lavoriamo. Eppure restano mille polemiche sulle cooperative, che mi feriscono. Facciamo del nostro meglio per dare il nostro contributo allo sviluppo di questa terra, che è ormai anche la nostra».

Caporalato, la piaga si annida anche tra i vigneti delle Langhe

Ilona ci tiene, si batte, difende il lavoro suo e di altri come lei. Ma attorno alle cooperative, in passato, ci sono state molte inchieste e polemiche. E anche oggi non tutto funziona al meglio. Il 1° maggio scorso, in pieno lockdown, all’alba, è scattata l’operazione Cinerea del Nucleo Operativo della Compagnia di Canelli. Vengono arrestati tre presunti ‘caporali’ albanesi, altre cinque persone vengono denunciate a piede libero. L’accusa è quella di aver sfruttato braccianti agricoli immigrati, pagandoli 3 euro l’ora e facendoli lavorare fino a dieci ore ininterrotte al giorno. I tre arrestati erano a capo di una cooperativa di Canelli. 

Video dei Carabinieri di Asti.

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato dalla finalità di discriminazione razziale, le accuse nei loro confronti. Originari di Nigeria, Gambia, Senegal e Mali, i braccianti sfruttati (che secondo il mandato di cattura sono almeno 37 dal 2018) provenivano in prevalenza da centri di accoglienza per migranti della zona. Venivano portati in vigna senza alcun rispetto delle più basilari norme in materia di sicurezza del lavoro, in condizioni degradanti, spesso umiliati e insultati per la loro provenienza – come risultato dalle chat di WhatsApp – e fatti alloggiare in stabili fatiscenti. Dai salari, i caporali detraevano le spese di vitto e alloggio e anche il servizio di trasporto veniva decurtato dalla paga giornaliera, per la maggior parte in nero: solo il 20% veniva denunciato all’Inps. Gli altri cinque denunciati a piede libero si occupavano in prevalenza del trasporto dei braccianti in vigna e li controllavano. Tra questi un’astigiana di Canelli, che gestiva la contabilità occulta dei profitti guadagnati e la corresponsione dei salari. Un’operazione che ha riportato l’attenzione in una zona che ha sempre tenuto a non volersi veder raccontata come una ‘Rosarno del nord’, ma che in passato è stata al centro delle attenzioni della magistratura per ‘caporalato’.

L’effetto Covid sulle cooperative ‘senza terra’

 «Oggi la situazione è molto differente dal passato», tiene a specificare Ilona. «Io soffro molto per queste storie, perché non c’entrano con le aziende e le cooperative che lavorano bene. Io oggi guadagno più di quando sono arrivata nel 2006, per una giornata lavorativa che inizia alle 8, prevede un’ora di pausa pranzo, e finisce dopo nove ore. Un’ora è pagata almeno 6,5 euro, come da parametri di accordi sindacali. Poi esiste una zona d’ombra, nessuno lo nega. In questo senso, però, il Covid ha fatto bene, perché il vero lavoro ‘nero’ non è durante la vendemmia, quando i controlli sono costanti e severi, ma durante il resto dell’anno. Noi sappiamo quali sono le aziende che non lavorano bene e ce ne teniamo alla larga. Perché se hai un’azienda da 10 ettari e io so quanta forza lavoro hai, come hai fatto a non chiamare nessuno durante l’anno? Vuol dire che lo hai fatto in modo illegale. Ma se lo so io, come fanno a non saperlo le autorità? È sempre una questione politica, come quella degli alloggi degli stagionali. Se queste persone servono, perché non trattarle con umanità? Durante il Covid, con le autocertificazioni, potevano lavorare solo le cooperative in regola, molte di quelle illegali son sparite. Ma stanno tornando, lo sappiamo. Però un sistema che funziona è quello che tiene conto di tutti: le aziende che lavorano bene, ma che devono pagare il giusto, i braccianti che non chiedono la luna, le cooperative che rispettano i lavoratori. Che devono essere messi in condizioni di vivere bene. Solo tutti assieme si esce dall’illegalità. Quando si parla di cooperative, come nel nostro caso, si fa molta confusione. Non si possono mettere sullo stesso piano le piccole e le grandi, che sono quelle che vivono solo dei grandi numeri della vendemmia, che hanno bisogno degli stagionali. Son due mondi differenti. Noi ci siamo specializzati, con un team fisso, che lavora tutto l’anno. Ecco, così ci possiamo occupare di essere una vera cooperativa, che si preoccupa della qualità della vita dei suoi soci. Altrimenti non va bene, ma bisogna saper differenziare tra chi si impegna e chi non rispetta la legge».

Canelli, Osteria dei Meravigliati. 18.30, è quasi l’ora delle bollicine

La giornata volge al termine, il sole di una lunga giornata di vendemmia tramonta su Canelli, tra trattori carichi di uva che sfilano accanto a grandi SUV, mentre la Canelli bene si prepara all’aperitivo. La vendemmia del 2020 sarà quella del Covid-19, degli stagionali che non sono arrivati, dei nuovi braccianti che vengono dai centri migranti della zona. In un sistema che rispetto alla comunità macedone, che a Canelli si è radicata negli anni, vive della stagionalità dei raccolti e delle vite in movimento. Mentre, come ogni anno, non mancano le polemiche sugli alloggi, con una giunta che nega l’evidenza e una città che nega il diritto alla dignità alla sorgente del suo benessere. Mentre in Macedonia del Nord mancheranno le rimesse garantite dagli stagionali.

A due passi dal centro, vicino a una fermata del bus, un ragazzo nero siede in silenzio e guarda nel vuoto. Pare aspettare un bus per un altrove. Arriva una Multipla, accosta. Lui si avvicina. Il guidatore tira fuori dei fogli, che il ragazzo firma in fretta. Ognuno se ne va per la sua strada, prima di un altro giorno di vendemmia nella terra del Moscato.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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