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Noi buttiamo il latte, tu come stai?

Noi guadagniamo due euro e mezzo l’ora, ci credi?

Un padrone c'è. Ed è il mercato.

Abbandono notturno
Sul masso
Al limite della pineta
E il tuo strumento fanciullesco
Lentamente
A dire
Che una stella
Due stelle
Sono nate
Dal grembo del nevaio
Ed un’altra sprofonda
Dove la roccia è nera
Ed un lume va solo
Sul ciglio del ghiacciaio
Più grande di una stella
Più fioco
Forse la lampada di un pastore
La lampada di un uomo vivo
Sul monte
Colloquio intraducibile
Del tuo strumento
Col lume dell’uomo vivo
Ascesa inesorabile dell’anima
Di là dal sonno.

Antonia Pozzi, Respiro

Si sposta il fieno, si munge all’alba, si rincorrono le capre che tentano di allontanarsi. A Vicky non sfugge nulla e con un semplice cenno mi dice quello che devo fare. 

Ci alziamo tutti i giorni alle cinque del mattino e non ci fermiamo fino alle otto e mezza di sera: a casa torniamo sporchi di fango, con quell’odore intenso di stalla e di capre che ci vogliono due docce per levarselo dalla pelle. Potrei lamentarmi della stanchezza provata in quei giorni ma non lo faccio. E non per una forma di pudore, ma semplicemente perché scriverei una bugia. Si, ero stanca fisicamente. Ma non mentalmente.

È stato a quel punto (è in quell’istante,) che ho iniziato a capire davvero Vicky e Olivier: quel lavoro che è una vita, uno stile di vita, che si sceglie per qualcosa che va oltre i soldi. Vorrei parlare con Vicky di quel “qualcosa”, e ci provo durante un pranzo, mentre lei e Olivier sono presi a cucinare la loro prima
ratatuille di verdure.

In inverno, racconta Vicky «vado a fare una passeggiata di un paio d’ore con le capre, sulle colline. A volte trovo dei porcini e torno a casa con la felpa piena di funghi».Olivier sorride ascoltandola. E aggiunge: «E poi non abbiamo un padrone, ci gestiamo noi autonomamente le ore di lavoro. Gestiamo non solo la quantità di lavoro ma soprattutto il modo di farlo, la nostra etica. Per esempio, abbiamo scelto di non dare più pesanti antibiotici alle capre come facevano i vecchi proprietari di questa cascina. Da quest’anno abbiamo smesso di bruciare le corna alle capre giovani. Per loro è molto doloroso. Immagina se ti bruciassero la pelle sotto le unghie: è uguale».

«Questa però è solo una versione della storia, c’è anche l’altra parte» dice Vicky, senza giri di parole. «È più giusto dire che un padrone ce l’abbiamo. È il mercato. Il nostro formaggio, il Cabecou, che ha certificazione D.O.P., lo vediamo ai grandi supermercati a 0,58 centesimi al pezzo. E questo vale anche per i supermercati piccoli. La logica è questa: comprare i prodotti al prezzo minore possibile. Per guadagnare di più dovremmo vendere ai mercati; il problema è che sono tutti pieni. Per avere un banco al mercato c’è molta competizione e la verità è che noi dovremmo vendere il nostro formaggio a 1,20 Euro al pezzo per riuscire a fine mese a mettere un minimo da parte. Attualmente, questa cifra è impossibile da raggiungere, anche ai mercati al massimo riesci ad arrivare a 0,85 al pezzo. Noi guadagniamo due euro e mezzo all’ora, ci credi? »

Foto di Ornella Lo Surdo

Sapevo che sarebbe arrivato questo momento: il momento in cui io non so che dire. Ironizzare? Farle coraggio? Oppure, dirle che è un’ingiustizia e lei come altri pastori dovrebbero fare qualcosa per smuovere una situazione che fino ad oggi è stata inamovibile, radicata in un terreno ben saldo; il profitto. L’unico valore che attualmente la nostra economia riconosce.

Vicky sembra intuire i miei pensieri, dietro il mio imbarazzato silenzio. E va avanti come un fiume in piena.

«Il problema non è economico, quella è solo la superficie. Il vero problema è culturale. Dopo la seconda guerra mondiale, la produzione di cibo è aumentata vertiginosamente, grazie all’agricoltura e all’allevamento intensivo. Così si è sempre più dato per scontato quello che si aveva in tavola. E anche il lavoro che c’è dietro a quei prodotti è andato svalutandosi. Molte persone non si rendono conto delle ore che passiamo dietro le capre e a fare il formaggio. Io lavoro da 3 mesi senza prendermi un giorno libero. Lo stesso fa Oliver.

In più, ci sono i nuovi bisogni. Bisogni indotti, ovviamente. Oggi le persone se risparmiano lo fanno per comprarsi un nuovo cellulare, un computer, nuovi vestiti. Pochi risparmiano per comprarsi una buona bottiglia di vino, o del formaggio e della carne prodotti da piccole aziende. Lo sguardo è rivolto altrove. Il punto è che si può vivere benissimo senza la macchina nuova ma non si può vivere senza cibo. Ed un cibo di qualità migliora in modo significativo il benessere di una persona. Io non voglio puntare il dito su nessuno in particolare, anzi. Spesso siamo noi piccoli allevatori che adottiamo dei comportamenti di consumo errati. Autodistruttivi. Il mio stagista sedicenne appena ha un po’ di soldi da parte si compra un cellulare più tecnologico, il sabato sera con gli amici va a mangiare da McDonald’s, cosa dovrei dirgli? Che si rovina da solo? Eppure, è molto appassionato del suo lavoro. Credo che la gran parte delle persone vivano così; non vedendo quanto le loro azioni quotidiane, nel piccolo, abbiano in realtà effetti a lungo termine sulle loro vite. Un’inconsapevole distruzione. Si punta il dito contro l’economia, i politici, le multinazionali. Io però partirei da qui. Dal renderci più consapevoli».

Foto di Ornella Lo Surdo

Mi viene da pensare al giorno in cui un anno fa sono andata via da qui, invidiando l’equilibrio di Vicky ed Oliver e la loro esistenza fuori dalle grandi città; avrei voluto essere come loro. Sentivo che nel vivere in città finivo per perdermi nell’effimero, in preoccupazioni e bisogni non essenziali, non realmente miei. Dall’università in poi la mia vita mi pareva scivolare via, ed io non riuscivo a darle un senso che fosse per me reale. Nella natura, invece, sentivo una grandezza che mi afferrava nelle viscere; e in piccole azioni come fare il pane, il bagno al fiume, portare al pascolo le capre ci trovavo bellezza. Credo che questa sia un’emozione che accomuna molte persone della mia generazione (e non solo). C’è persino una parola di moda che viene usata per indicare l’idea di un ritorno a una vita più semplice: downshift. Tutta la mia frustrazione di un anno prima derivava da questo: non trovare il coraggio di fare questa scelta.

Ma Vicky mi metteva di fronte a questioni molto più concrete. Le ho chiesto cosa ne pensasse.

«L’idea è piena di poesia, ma farlo è diverso. O meglio, trasferirsi dalla città alla campagna mantenendo un lavoro in una cittadina ti permette di cogliere il bello della natura e avere nel medesimo tempo una sicurezza economica. 

Ma avere un’azienda da mandare avanti ti fa vedere il paesaggio che ti circonda con una diversa prospettiva: dove prima vedevi l’erba, ora vedi pascoli per le capre e fieno da raccogliere, non solo un bel panorama. Ecco perché, secondo me, molte persone che vengono dalla città e provano la vita dei contadini dopo pochi anni lasciano l’attività: troppa fatica per guadagnare troppo poco.

E quella bellezza lì, quando devi portare il pane in tavola, passa in secondo piano. La bellezza, per continuare a fare il nostro lavoro, non la puoi trovare solo nel paesaggio che ti circonda, ma la devi cercare proprio nel lavoro che fai. Nel fare e non solo nel contemplare. Ti deve piacere mungere, zappare la terra, dar da mangiare agli animali, altrimenti una bella idea di paradiso diventa un inferno in terra».