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«Ci sono pochi spazi per pregare. È una delle più grandi sofferenze della comunità islamica», mi dice Mohamed.

Se prima era già difficile trovare un luogo per pregare, durante la pandemia questa difficoltà si è acuita. E, con gli ingressi contingentati e le norme anti contagio, molti fedeli rinunciano già in partenza a recarsi in moschea. Il timore è quello di non trovare posto una volta arrivati, oppure di non riuscire a pregare per niente.

«Io credo che ogni luogo sia un luogo di culto, per questo prego a casa, ma mi dispiace perché una delle cose che ti fa sentire più vivo come musulmano è la preghiera comunitaria che crea in te una sensazione maggiore di forza. L’individuo da solo si sente debole e trascurato. Vedere un insieme di persone che fa la stessa cosa che fa lui, un rito religioso, è qualcosa che dà forza. E in questi momenti così difficili per tutti sarebbe stato davvero importante poter continuare a pregare insieme», continua Mohamed.

Non posso vederlo mentre mi dice queste parole. L’intervista si è svolta al telefono proprio per i motivi che ci hanno portato a raccontare questa storia. Mentre dice queste cose, nella sua voce fino a quel momento calma inizia traspare un velo di delusione.

In Italia ci sono solo dieci moschee, intese come luoghi di preghiera che hanno un minareto e una cupola. Non esiste invece un censimento ufficiale dei centri culturali musulmani sul territorio italiano. Questi ultimi sono centri dove, oltre alla preghiera, si svolgono altre attività, e diventano veri e propri ritrovi sociali. I fedeli aiutano nella gestione e nel mantenimento di questi spazi come possono, anche economicamente. I centri, infatti, non sono mai luoghi costruiti ad hoc per lo scopo (come è invece una moschea), ma edifici e spazi che vengono presi in gestione da un’associazione musulmana sul territorio e che poi vengono organizzati e gestiti in maniera autonoma dall’imam.

Molto spesso sono capannoni industriali, magazzini, ex negozi all’ingrosso che quindi hanno bisogno di molti lavori per essere adattati alla loro nuova funzione. Se ti interessa approfondire, il progetto fotografico Hidden Islam di Nicolò Degiorgis, del 2014, racconta molti di questi luoghi nascosti, in particolare nell’Italia del nord est.

Solo dieci moschee in tutto il territorio nazionale, dicevamo. Eppure, l’Islam è la seconda religione per numero di credenti in Italia, con circa 2,6 milioni di fedeli secondo le stime. È il 4,3% della popolazione. E non sono stranieri: quasi la metà di queste (il 44%) sono persone italiane, o perché nate qui o perché hanno richiesto la cittadinanza. E anche tutti quelli che italiani non sono, sono persone che, in uno Stato attento alla pluralità e all’integrazione, dovrebbero poter avere la stessa possibilità di pregare di qualunque altra persona.

Istanbul, Turchia, moschea di Şakir (2015). Foto di Slow News.

Di cosa c’è bisogno?

Ba, Issa e Mohamed hanno le idee chiare su quello di cui ci sarebbe bisogno: libertà di pregare, senza imporre niente a nessuno. Libertà di poter professare la religione in ogni momento, senza limiti e sempre nel rispetto della libertà altrui, specificano.

«Una delle cose più difficili di essere un giovane musulmano in Italia è pregare. Perché ci sono mille ostacoli da superare. Può capitare per esempio che il momento di pregare arriva e sei al lavoro. Non puoi mollare tutto per andare a pregare. Io spero che dopo la pandemia questa cosa si sistemi», auspica Ba, che al momento lavora in un magazzino di una famosa catena di arredamento.

«In Senegal, qualsiasi cosa tu stia facendo, anche se sei il presidente, ti devi fermare e pregare. Qui questa cosa non puoi farla, e non puoi nemmeno dirlo. La maggior parte delle volte abbassiamo la testa e non diciamo niente. Io non parlo di queste cose a lavoro, per esempio. Ma anche se non lo diciamo, ognuno di noi, dentro di sé, lo sa quando è il momento della preghiera. Io quando torno a casa recupero e faccio tutte le preghiere del giorno, ma questo non riescono a farlo tutti», continua.

Mohamed non lavora ancora, ma da studente sente il bisogno di poter pregare in un altro luogo: l’università. Proprio a ridosso dell’inizio dell’anno accademico un gruppo di studenti musulmani ha ottenuto l’apertura di tre spazi di preghiera all’interno dell’Università Statale di Milano. Queste sale, in realtà, sono chiamate ‘aule di riflessione’ e sono aperte a tutte le persone che abbiano bisogno di un luogo tranquillo dove pregare, pensare o meditare. Non solo per i musulmani, quindi.

«Questo è un passo importantissimo per noi studenti musulmani, perché prima chi andava a Milano per studiare aveva difficoltà a orientarsi nei vari centri culturali. Mentre adesso ci sarà più libertà anche a livello accademico, perché possiamo fare lezione e andare a pregare nello stesso edificio, il che per noi è una cosa bellissima», commenta Mohamed con gioia.

Di cosa c’è bisogno quindi? Di luoghi che siano dignitosi e sufficienti per ospitare una comunità radicata sul territorio e nel tessuto sociale, che non ha bisogno solo di pregare, ma anche di incontrarsi.

La moschea non è solo un luogo di preghiera. È soprattutto il centro della vita comunitaria per le persone musulmane. Questo luogo diventa ancora più centrale e importante quando ha sede in città o paesi non a prevalenza islamica, ma con una densità di persone musulmane comunque importante, come l’Italia appunto. Perché in moschea per esempio si tengono anche corsi di italiano, è possibile confrontarsi con le altre famiglie sulle scuole o i luoghi di aggregazione per i propri figli o per se stessi, si può parlare e ci si può confrontare, si può addirittura trovare o offrire lavoro.

La moschea è un luogo che crea connessioni all’interno della comunità stessa e fuori da essa, favorendo l’integrazione e la crescita personale di ognuno. È il punto di riferimento di ogni comunità islamica, dunque, ma c’è un momento dell’anno in cui è addirittura qualcosa di più e diventa una vera e propria casa per tutta la comunità: ed è proprio il mese del ramadan.

E come dicevamo, nel 2020, a causa del Coronavirus, questo mese così intenso e centrale, pieno di sacrifici personali ma anche di riti collettivi, si è svolto in quarantena, ognuno nelle proprie case. E da quando esiste l’Islam, questa è la prima volta che succede una cosa del genere.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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