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Macedonia piemontese

Canelli agricola

 Quando a marzo, a causa del Covid, gli stati membri dell’Ue hanno deciso di chiudere le frontiere, il primo pensiero di molti produttori di vino a Canelli è subito corso in Macedonia del Nord e in Bulgaria e in Romania.

In mezzo a una rotatoria all’ingresso del paese, la sagoma di una bottiglia gigante svetta come un totem a ricordare ai forestieri che Canelli è la capitale dello spumante italiano. Ilona la guarda, mentre guida, con un certo orgoglio, come se dentro di sé sentisse di essere parte di questa storia. L’installazione è ancora avvolta da un telone bianco di mistero. Un po’ come la vendemmia 2020, anche se le previsioni sembrano essere buone, nonostante tutto. Meno quantità, più qualità: questo è il mantra. È il 30 agosto, la raccolta non è ancora ufficialmente cominciata, ma sulle colline che si innalzano dalle sponde del fiume Belbo inizia già ad esserci un gran via vai di trattori stracolmi di grappoli d’uva. E di furgoni delle cooperative cosiddette “senza terra”, che smistano i vendemmiatori. Eppure le strade sembrano più vuote e silenziose del solito. «Mancano gli stranieri», che si tratti di braccianti stagionali o di turisti amanti delle eccellenze italiane.

«Se non fosse per il Covid, ci sarebbe un mucchio di persone su queste strade, invece c’è stato un calo totale. Niente, più niente», ripete Gabriella, sconfortata con lo sguardo rivolto alla cresta della collina, come se stesse aspettando Godot. Lei produce uve Moscato che vende alla Campari. «Una cassa sono tre miria (miriagrammo, ndr), tre miria son 30 chili. Adesso loro mi pagano 11 euro il Docg. 1.10 euro al chilo e già ce lo pagano bene!». I suoi filari tratteggiano un pendio così ripido che la terra – oggi polverosa – si sbriciola sotto i piedi. Siamo a Calamandrana, un comune limitrofo a Canelli. L’azienda agricola l’ha ereditata dal padre che, nonostante l’età, continua indifferente agli acciacchi a dare una mano alla figlia. «Lui è l’unico che sa andare sul trattore. Se dovessi chiamare un trattorista dovrei aggiungere anche quella alle voci di spesa. Essendo donna, non ho imparato a guidarlo, per ora…» Se non fosse per Ilona e per la sua cooperativa non saprebbe come fare. Tra le due, si vede, c’è un rapporto di amicizia, oltre che di fiducia.

L’attaccamento di Gabriella ai suoi vigneti glielo si legge negli occhi. «Li tengo e li mando avanti perché erano della mia famiglia. Lo trovo un dovere nei confronti di un papà e di una mamma – che oggi non c’è più – che hanno vissuto solo di lavoro. Mi sento in debito con loro. Dei figli, invece, inizia a parlare mentre da una borsa frigo, come una mamma al mare, tira fuori generi di conforto, succhi, acqua fresca, salatini e snack, da offrire alla squadra di Ilona, al lavoro dal mattino alle 7.00. La pendenza della vigna è così pronunciata, che è un’impresa stare in equilibrio, per chi non è abituato.

Ore 11.34. Il sole non dà tregua né alla terra, dicono sarà una buona annata.

«I miei figli sono di un’altra generazione: più fredda, più distaccata. Sanno che faccio fatica perché mi vedono arrivare a casa stanca morta, quindi un po’ di rispetto ce l’hanno, però non hanno questo istinto di venire a vedere se ho bisogno perché vivono in un nuovo mondo». Un mondo dove è sempre maggiore la distanza tra i giovani e l’agricoltura. Dove vige ancora lo stigma nei confronti di chi fa il contadino. Dove quello nei campi lo si considera il lavoro degli ultimi. Un mondo, forse, non così “nuovo”.

Secondo gli ultimi dati ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), delle oltre 1 milione e 100mila aziende agricole presenti sul territorio nazionale, solo poco più di 90 mila sono condotte da under 40 (l’8%). In Piemonte la media è leggermente superiore a quella nazionale: si parla di 530 su quasi 50 mila aziende (l’11%). Questi sono i numeri della terza potenza agricola europea, l’Italia. Un paese che fa dei prodotti Made in Italy uno dei motori trainanti della propria economia, ma che non si accorge (o non vuole accorgersi) che questa macchina sta per finire la benzina.

 Quando a marzo, a causa del Covid, gli stati membri dell’Ue hanno deciso di chiudere le frontiere, il primo pensiero di molti produttori di vino a Canelli è subito corso in Macedonia del Nord e in Bulgaria e in Romania. Da questi tre paesi arriva infatti la maggior parte degli stagionali che da ormai più di vent’anni, tra settembre e ottobre, si fa carico di quella che un tempo era considerata una festa di famiglia. «Io avevo una nonna – ricorda ancora Gabriella – che iniziava una settimana prima a preparare il cibo per tutti perché poi c’era la cugina, la nipote, la sorella o il cognato che venivano a vendemmiare, quindi alla fine si mangiava tutti insieme. Oggi bisogna quasi rubarlo il tempo della vendemmia, per il meteo, per questo o per quell’altro imprevisto. C’è un’ansia e una paura che quasi non ci dormo la notte».

Nel 2020 ci si è messo anche il Coronavirus a complicare la situazione. Molti dei braccianti che normalmente sarebbero dovuti arrivare dall’Europa dell’Est quest’anno non hanno potuto – o voluto – rischiare un viaggio a vuoto. Tra controlli alla frontiera, quarantena in entrata e poi anche al rientro nel proprio paese d’origine, alla fine il guadagno sarebbe stato minimo. Ma qualcuno ha tentato lo stesso la sorte. Farsi dodici o più ore di lavoro al giorno per 7 euro l’ora – se vengono rispettati i minimi salariali – per chi proviene da stati dove lo stipendio medio mensile è di circa 280 euro, ne vale ancora la pena.

 Anche se ti tocca vivere accampato per strada o nella boscaglia, senza acqua né servizi igienici. Anche se la tua dignità viene calpestata da un sistema alloggiativo latitante, nonostante il Piemonte sia stata la prima regione italiana a varare una legge specifica sull’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali, la 12/2016. Una norma nata sull’onda dell’emergenza del 2015-2016, quando i braccianti stranieri a Saluzzo, ma anche a Canelli, avevano riempito di bivacchi alcune vie del paese, oltre che le prime pagine dei quotidiani locali. Ora che queste scene sono un ricordo ingiallito, quello dell’accoglienza continua, invece, a rimanere un problema all’ordine del giorno nella cittadina piemontese. Prima con gli stagionali dell’Est Europa, oggi con i ragazzi africani dei centri d’accoglienza. 

Il 30 agosto alle quattro e mezza del pomeriggio a Canelli la temperatura sfiora i 32 gradi. Il piazzale di fronte al Centro San Paolo, in viale Italia, a pochi passi da Piazza dell’Unione europea, ribolle. Di calore e di aspettative. Appollaiati sul cemento, una sessantina di giovani e meno giovani di origine africana. Ciascuno con il proprio borsone. Tutti in fila in attesa di poter entrare e fare il colloquio per ottenere uno dei 25 posti letto – non uno di più – nel dormitorio gestito dalla Caritas in centro al paese. I volontari si aggirano tra di loro, distribuendo acqua, ogni volta che viene fatto passare qualcuno, gli altri si sbracciano. Il meccanismo della fila è evidente, ma un posto letto cambia tutto, si cerca di farsi notare.

Ore 16.34. Che la selezione abbia inizio

Venticinque. Questa, nel 2020, è la disponibilità massima di letti a Canelli per i lavoratori stagionali, che negli anni d’oro hanno sfiorato anche quota tremila. Allestiti non dall’amministrazione locale o da qualche associazione di categoria, ma da un’associazione di volontariato. Lo sa bene Claudio Riccabone, presidente di Caritas Canelli. «Ormai 11 anni fa, come comunità abbiamo iniziato a interrogarci sul fatto che queste persone che venivano a lavorare nei vigneti del canellese e dintorni avevano una difficoltà sempre più macroscopica a trovare un alloggio dignitoso. Così dopo aver verificato la disponibilità di questo locale – una vecchia sala interna a una struttura parrocchiale nel pieno centro del paese – abbiamo deciso di attrezzarla a dormitorio. Ma restiamo dei volontari!».

Anche se nel 2020 il numero di braccianti presenti sul territorio è abbastanza contenuto, la polemica con l’amministrazione comunale è scoppiata comunque. Il casus belli è stato il “no” del Sindaco Paolo Lanzavecchia all’allestimento nel cortile della sede della Croce Rossa di due tende che avrebbero potuto ospitare altri 12 stagionali. Il motivo? «La salvaguardia dell’aspetto sanitario, evitando una recrudescenza del virus e focolai sia per i canellesi sia per i vendemmiatori».

«Tutti noi che facciamo questo servizio lo viviamo come un’incredibile ipocrisia di questo territorio, di questa società, perché è evidente che queste persone contribuiscono alla ricchezza di questo territorio», stringe i denti Claudio. Stiamo parlando di quattromila aziende produttrici, 51 comuni, 9.700 ettari di vigneti, 85 milioni di bottiglie l’anno. «Noi non riusciamo più a comprendere questa evidente assurda situazione – insiste Claudio -. Abbiamo già fatto veramente un sacco di interventi, di incontri con le amministrazioni ma anche con le associazioni di categoria, ma non si riesce a sbloccare».

A fare eco a Claudio, un’altra persona impegnata da anni in prima linea contro il caporalato e lo sfruttamento dei braccianti agricoli, italiani e stranieri. Lui è Paolo Capra, rappresentante della Flai-Cgil di Asti. I mesi della vendemmia li passa a fare su e giù per le colline, a vigilare e a raccogliere testimonianze, inimicandosi, produttori, padroni e anche politici locali che non vogliono vedere associato in alcuno modo il nome di Canelli alla parola caporalato. Camminando per la boscaglia che costeggia la riva del Belbo, ricorda come nel 2015-2016 questo fosse un accampamento a cielo aperto, «uno scandalo di cui tutti erano a conoscenza», ma fuori dai radar del passeggio e quindi “tollerato”. 

Il 30 di agosto si intravede solo la tenda di un di bulgari non più così giovani che stanno celebrando l’inizio della vendemmia con diverse lattine di birra. Dove la vegetazione si infittisce, il loro vociare precede un gruppo di ragazzi africani, gli stessi che erano sul piazzale di fronte al Centro San Paolo in attesa di sapere se il giorno dopo avrebbero avuto un tetto sulla testa o avrebbero dovuto continuare a dormire all’addiaccio, sotto una baracca di lamiera. E un lavoro con un contratto e una paga onesti oppure in nero, pagati 3 euro l’ora, come è già accaduto su queste colline dalle uve dorate.

Ore 18.47. Per i vendemmiatori stagionali è tempo di tornare al proprio domicilio.

Dopo il no alle tende della Croce Rosse e lo sgombero di alcuni vendemmiatori che si erano accampati nell’ex stazione di Canelli, la CGIL di Asti ha diffuso una lettera nella quale viene portato in primo piano il Protocollo per il Settore Agricolo firmato il 24 luglio 2020 da tutti gli attori principali coinvolti: sindacati, produttori, comuni, consorzi e la Caritas. Un accordo che riguarda «l’incontro tra domanda e offerta di lavoro in agricoltura e che prevede l’assunzione, tramite i centri per l’impiego, l’accoglienza e l’integrazione dei braccianti agricoli, il potenziamento del trasporto locale pubblico o privato, il rispetto dei contratti Nazionali e non l’utilizzo dei voucher».

Una lettera che sintetizza in maniera impeccabile la contraddizione di un settore che basa la propria ricchezza sul “contenimento dei costi” anche laddove il prezzo del prodotto venduto garantisce un margine di guadagno discretamente alto (l’Asti Spumante costa in media tra gli 8 e i 20 euro a bottiglia). «Tutti gli anni nel periodo della vendemmia, assistiamo alla migrazione verso le nostre colline dei braccianti agricoli stranieri, provenienti da vari paesi (Bulgaria, Romania, Costa D’avorio, Senegal, Mali), integrati da lavoratori già presenti nel nostro territorio, quali richiedenti asilo e rifugiati. Queste persone, in molti casi, vengono sfruttate per pochi euro al giorno, senza avere un posto in cui dormire, farsi una doccia o mangiare un pasto caldo. Ci chiediamo: è davvero impossibile, nel territorio dell’Unesco, creare le condizioni per garantire soluzioni abitative decenti o decorose per i migranti? È davvero impossibile garantire un’accoglienza diffusa ai cittadini stranieri che migrano nelle nostre zone nei periodi della vendemmia? Davvero le aziende vitivinicole e le amministrazioni locali sono solo interessate a sfruttare questa manodopera senza preoccuparsi del loro stato di salute? In una Provincia in cui grandi sono le difficoltà di trasporto non è possibile creare una rete di mobilità per i lavoratori stagionali che altrimenti cadrebbero nella rete dei caporali?»

Ore 18.45. Tramonta un altro giorno su Canelli.

La fila dei ragazzi che sono riusciti a ottenere un posto letto è silenziosa, ordinata. Tentare la fortuna stanca. Da una finestra, che dalla strada lascia scorgere un elegante ufficio, si affrettano a chiudere le imposte in tutta fretta. I ragazzi neanche se ne accorgono. Dormiranno in un letto decente, potranno avere una colazione, dopo una doccia calda. Pronti per andare, il giorno dopo, a dare il loro contributo alla ricchezza e alla fama di Canelli nel mondo.