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EP3 – Le reti della Screensud

Per accompagnare la serie “La responsabilità è un’impresa” abbiamo scelto scatti fotografici che ci sono stati donati da Costantino Muciaccia, talentuoso fotografo e scenografo che collabora con noi in vari progetti.
In questo caso specifico ha deciso di donarci le sue foto per utilizzarle all’interno di questo spazio. Puoi trovare i lavori e i contatti di Costantino sul suo sito personale, www.costantinomuciaccia.it.

Lo “struscio” pomeridiano nel centro commerciale è come una coperta che attutisce le parole e i pensieri. Forse riunirsi in ufficio sarebbe meglio, più professionale, ma l’ufficio di prima non esiste più. O meglio, c’è ma è diventato un luogo di colpo estraneo, come i macchinari dell’azienda appena chiusa e da liquidare. Vedersi anche solo lì vicino sarebbe come discutere della costruzione di una casa nuova calpestando le ceneri dell’incendio che ha appena distrutto quella vecchia.
E così per adesso meglio sfruttare i non-luoghi per capire come dare forma a quello che per ora sembra un non-piano per salvare una non-azienda. Siamo in Campania, tra Nola e Acerra, in un momento imprecisato nell’inverno del 2013. Anche se non possiamo essere presenti, immaginiamo al tavolino del bar un gruppo di persone che non parla né delle vetrine né di quanto siano bassi ormai i prezzi dei cellulari, ma di come ci si possa fidare del piano che Raffaele ha in mente.
Non ha nemmeno 35 anni e fino a poco prima ha lavorato con il resto del gruppo alla 2, un’impresa fiore all’occhiello del distretto produttivo della zona. Fa quello che solo poche altre manifatture del nord sanno fare, cioè produrre reti di metallo. Quella competizione con “il Nord” fino a poco prima inorgogliva, ma ora deve sembrare un trofeo vuoto che da solo non farà ripartire le vite dei 40 dipendenti senza più lavoro.

Alle riunioni nei bar e nei centri commerciali per ora gli ex dipendenti possono contarsi sulle dita di una mano. Un piano simile suscita scetticismo. In quegli incontri Raffaele spiega che salvare l’impresa è possibile, possono farlo loro operai. Con quali soldi? Forse con una parte della liquidazione, forse con il TFR, qualcuno dice anche il sussidio di disoccupazione. Ci sono già altri che lo hanno fatto, hanno creato delle cooperative. E poi c’è già un contatto con consulenti pronti a dare una mano. Anche perché l’impresa le reti le sa fare davvero bene, ha solo incontrato un momento no, ma un mercato ce l’ha. I suoi prodotti sono richiesti. Insomma, è un’occasione da valutare.
Detta così sembra semplice. E non è che gli altri non ci vogliano credere, ma hanno molti timori, non sono sicuri. E se qualcosa andasse storto? Come si fa con le famiglie? Non sanno ancora che nel giro di tre anni finiranno anche su tutti i giornali locali e nazionali. “Ad Acerra gli operai si comprano l’azienda fallita”, “Uno per tutti, tutti per ScreenSud”, dove ScreenSud non è solo il nome della rinascita, ma il simbolo di un viaggio fatto di molti ostacoli e un po’ di fede nell’ignoto.

«Ci vuole pazienza, tanta pazienza, in queste cose», racconta Raffaele Silvestro, presidente della cooperativa rilevata da 14 soci-lavoratori, ex dipendenti della Lafer, e ripartita ufficialmente il 1 marzo 2016. «All’inizio quando discutevamo dell’ipotesi di salvare la società avevamo diversi ostacoli davanti a noi, primo capire che cosa fosse davvero il workers buyout, che cosa saremmo diventati ricomprando l’azienda. Secondo, il fatto che i macchinari, il luogo stesso in cui producevamo le reti, tutto era in liquidazione. A un certo punto il Tribunale di Napoli ha pure annullato il concordato e per un momento abbiamo rischiato che altri comprassero all’asta ciò che ci serviva per tornare a lavoro. Prima di riuscire anche solo a iniziare la procedura sono passati mesi».

E il tempo non sempre è galantuomo. Nel caso degli operai, tutti questi ostacoli non sono un incentivo a rimboccarsi le maniche. Semmai sembrano indicare, come presagi negativi, che non c’è altra scelta se non mollare tutto, lasciar perde…

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