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Mohamed è riuscito a tornare a casa dalla sua famiglia prima dell’inizio del lockdown, ed è riuscito a trascorrere il mese di ramadan insieme a loro.

«Ci svegliavamo un po’ prima dell’alba per mangiare qualcosina, poi facevamo la prima preghiera del giorno e tornavamo a dormire. Ci svegliavamo di nuovo e stavamo la maggior parte del tempo a casa, non potendo fare quasi niente. Io facevo le mie attività, come scrivere la tesi, leggere, studiare e altre cose, e la giornata passava un po’ così, aspettando la sera. La sera ci riunivamo insieme, si mangiava e si pregava, si stava insieme fino a notte. Il periodo migliore per stare insieme era proprio quello: la notte. Stare in casa tutto il giorno è stato abbastanza duro, almeno fino a quando hanno allentato le restrizioni. Verso la fine del lockdown, magari proprio di sera, si usciva a fare una passeggiata, quando non c’era nessuno, e si sfuggiva da questo carcere che era diventata la casa durante il giorno».

Così Mohamed descrive una sua tipica giornata di ramadan durante la quarantena.

«È stato un ramadan strano – racconta, sempre al telefono, – però io fortunatamente ho potuto passarlo con la mia famiglia. Perché è stato strano? Perché farlo in casa è un’esperienza che non avremmo mai pensato di dover fare. Poi con tutti i luoghi di culto chiusi… noi normalmente andavamo a pregare la sera, dopo il tramonto, in moschea. Quest’anno invece abbiamo dovuto restare chiusi in casa anche per pregare, ed è stato completamente diverso. Ci siamo supportati un po’ a vicenda in famiglia, ma conosco altri ragazzi che invece hanno avuto molta più difficoltà, come i miei amici che sono rimasti nella residenza universitaria, ragazzi della Turchia o di altri paesi, la cui famiglia era lontana. Loro hanno sofferto molto, hanno trovato molte difficoltà, e c’è chi addirittura non ha proprio fatto il digiuno, perché non riusciva. Oppure l’ha fatto, ma soffrendo molto».

Aggiunge un’altra cosa, dopo una breve pausa: «Al di là della solitudine, è l’aspetto psicologico quello più complesso. In una situazione così, come il lockdown causato dal coronavirus, una persona si sente giù, si sente depressa e sola. Pensa alla famiglia, a quanto è lontana, e non riesce a sollevarsi il morale. Se poi non c’è nessuno che ti può aiutare trovi ancora più difficoltà. Io, ripeto, ho avuto la fortuna di stare con la mia famiglia, mia madre, mio padre, i miei fratelli e ci siamo aiutati a vicenda. L’abbiamo passato nel modo migliore possibile in quella situazione. Ma non per tutti è stato così».

Di nuovo, torna l’importanza e la centralità di una rete sociale forte, di una comunità che possa essere un salvagente nella vita di ogni giorno, ma soprattutto in occasioni imprevedibili e delicate come quella causata dalla pandemia di coronavirus.

Ba e Issa, per esempio, hanno passato il ramadan da soli, cercando di volgere a loro favore le circostanze avverse: «Abbiamo passato tutto il ramadan a casa, da soli. Pregare da soli non è semplice, soprattutto se non sei abituato», racconta Issa.

Ba interviene quasi subito per fare luce su un altro aspetto: «Per me in queste condizioni il ramadan è stato ancora più importante. Durante questo mese in cui non potevamo uscire, pregare, riflettere e pensare è stato d’aiuto, non puoi farti assalire da pensieri strani… il tempo di quarantena per i musulmani che hanno fatto il ramadan è stato un tempo perfetto».

Durante la pandemia, dato che, salvo rare eccezioni, era obbligatorio restare a casa, ogni musulmano ha potuto svolgere le preghiere nel momento previsto dal calendario, e non una volta tornato a casa al termine della giornata lavorativa. «Durante l’anno», conferma Ba, «è difficile trovare una persona che faccia tutte le preghiere complete, persino durante il mese di ramadan».

Nairobi, Kenya. Fedeli in preghiera nel quartiere congolese (2015). Foto di Slow News.

Vicini a distanza

Per il mese di ramadan i centri culturali e le moschee organizzano sempre molte iniziative per accompagnare i fedeli durante il mese sacro. In particolare, il momento culmine è l’iftar, cioè il pasto per la rottura del digiuno. Ogni giorno al tramonto, infatti, i fedeli si trovano per pregare e poi consumano il pasto insieme.

Il centro culturale di via Padova a Milano di solito offre centinaia di pasti gratis durante il mese sacro. Molti ristoranti della zona si offrono volontari per offrire il pasto alla comunità. Si mangia cibo turco, indiano, bengalese, marocchino, ma anche italiano, si festeggia e si sta insieme. I fedeli spesso sostengono come possono con una piccola offerta.

Durante il Coronavirus, questo non è stato possibile e gli imam hanno aumentato gli incontri online, affiancando, oltre alle preghiere, anche incontri con studiosi ed esperti di spiritualità islamica, per aiutare i fedeli nella riflessione, nello studio e nell’approfondimento della religione.

L’Islam, infatti, è una religione che permea ogni aspetto della vita di un credente, e il Corano è la sua fonte principale. Non contiene solo la parola di Allah rivelata a Maometto, ma anche norme di comportamento quotidiane che un musulmano dovrebbe conoscere e rispettare. Ma non è sempre semplice.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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