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Doppia assenza

Per i musulmani immigrati in Occidente, lenorme di comportamento alimentare creano da una parte un forte senso identitario culturale e religioso, dall’altra però possono portare a numerose difficoltà nella loro messa in pratica.

«Te lo dico: è difficile, molto difficile. Non lo consiglierei a nessuno». Questa è la risposta di Ba alla domanda su cosa significhi essere un giovane musulmano in Italia. «Ci sono tantissime cose che non puoi fare, cose che non puoi dire, cose che invece al contrario devi fare. Anche se eviti certe cose… è comunque difficile», continua. «Se una persona musulmana viene in Italia, o in un paese a maggioranza cristiana, diciamo così, ci sono un sacco di cose in cui si trova in difficoltà. Una su tutte: non puoi mangiare tutto».

Il Corano presenta al suo interno numerose prescrizioni riguardo l’alimentazione. Le più conosciute anche nel mondo occidentale sono il divieto di consumo di carne di maiale e di bevande alcoliche. Ci sono anche divieti meno noti, come quello del consumo di animali predatori in generale, mentre è lecito mangiare carne di uccelli non rapaci, pesci e insetti. Questi ultimi probabilmente concessi perché privi di circolazione sanguigna. Affinché la carne sia halal, ovvero lecita, bisogna seguire una procedura di macellazione precisa, che comporta il dissanguamento totale dell’animale prima del consumo, poiché il sangue è considerato la vita dell’animale, ed è necessario eliminarlo interamente. La macellazione animale nel mondo islamico è infatti a tutti gli effetti un rito religioso, che deve essere accompagnato con invocazioni a Dio.

Per i musulmani immigrati in Occidente, queste norme di comportamento alimentare creano da una parte un forte senso identitario culturale e religioso, dall’altra però possono portare a numerose difficoltà nella loro messa in pratica.

Ba racconta come si svolge per lui il pranzo nella mensa del suo posto di lavoro: quando c’è un piatto a base di carne chiede sempre di che animale si tratta, se è maiale passa ad altro; questo avviene sempre tra le domande curiose dei suoi colleghi. Mi racconta questo aneddoto tra il divertito e il rabbioso: da una parte è per lui assolutamente naturale chiedere, dall’altra l’insistenza dei suoi colleghi, si sente da come lo racconta, lo infastidisce. «Alla fine ho detto a tutti che sono musulmano e gli ho spiegato tutto. Non possiamo nascondere la nostra religione, non si può nascondere una cosa che è dentro di te».

«Però», aggiunge dopo una pausa, «ci sono alcune persone che capiscono, mentre altre no. Ci sono tante cose da rispettare nella nostra religione, e alla fine puoi complicare la vita a chi non è musulmano, perché farlo capire è molto complicato. E pochi capiscono che ci sono diverse religioni e che alcune hanno delle regole diverse. Per esempio, io non posso fare o mangiare tutto quello che fai o mangi tu, non posso avere una ragazza che non è mia moglie, non posso bere alcol, e magari se lo spiego a una persona, questa si offende. Per vivere bene con altre persone non musulmane o al lavoro, devi essere gentile nei loro confronti, perché altrimenti trovi persone a cui non piaci, o che non capiscono. È complicato da spiegare, e alla fine uno resta vago anche per mantenere i buoni rapporti con gli altri».

I lavabi per le abluzioni della moschea Sultanahmet Cami di Istanbul, Turchia. Foto Slow News.

Doppia assenza

Le persone di seconda generazione, nate in Italia o venute in Italia molto presto e con genitori musulmani si sentono spesso in un limbo, in un territorio in cui è spinoso vivere. Da una parte c’è la mancanza del proprio paese di origine, dall’altra la mancanza di riconoscimento nel paese di arrivo, spesso escludente e non inclusivo.

Il sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad parla di “doppia assenza”, una condizione in cui si trovano a vivere le persone che emigrano e i loro figli. Vivono in uno spazio nuovo, costretti a ripartire spesso da zero e a rinegoziare il proprio spazio all’interno della società di arrivo.

In più, soprattutto i ragazzi, vivono spesso tra due poli: da una parte il bisogno di riconoscimento dei coetanei, dall’altra l’adesione ai principi religiosi della propria comunità di origine. In questo senso, un lavoro molto interessante è la quarta stagione di Skam Italia. La protagonista di Skam 4 è Sana (interpretata da Beatrice Bruschi), una giovane ragazza musulmana italo-tunisina cresciuta a Roma.

Sana è un personaggio sfaccettato e contraddittorio, in certi punti odioso, ma che mette a fuoco chiaramente l’inadeguatezza, la difficoltà e la rabbia che possono provare un ragazzo o una ragazza musulmani in Italia. Il culmine narrativo questa serie lo raggiunge alla decima puntata, quando Sana esprime con un messaggio vocale alle sue amiche tutta la difficoltà nell’ambientarsi a Roma, sentendosi rifiutata sia dal mondo musulmano che da quello italiano, pur appartenendo a entrambi. “Non sarò mai abbastanza niente”, dice. Né abbastanza musulmana, né abbastanza italiana. “Sarò sempre un piccolo incrocio venuto male pieno di rabbia verso gli altri”, continua, in lacrime. Qui potete ascoltare l’audio. Non contiene spoiler, ma per i più sensibili meglio avere a portata di mano dei fazzoletti.

Sana è un personaggio importante nella serialità televisiva. In lei vediamo, forse per la prima volta in una produzione italiana, un personaggio di fede musulmana in grado di essere tridimensionale, finalmente non una macchietta relegata a due stereotipi: il terrorista e l’uomo tradizionalista-conservatore. Già, non da ultimo, Sana è anche una donna.

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