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«Quando parti, vai negli Stati Uniti ed entri in un ristorante non pensano di avere davanti l’agricoltore, quello che guida il trattore, che pòta o che vendemmia. Quando ti dicono “Ma sei veramente tu?” perché vedono le foto e tu rispondi “Sì!”, loro quasi non ci credono. Siamo immersi in un mondo dove internet, la tecnologia e la comunicazione volano, ma l’agricoltura è agricoltura. Noi viviamo con la terra, viviamo con il clima, quindi viviamo anche male nell’ultimo periodo». 

Ignazio Giovine è un imprenditore agricolo e un produttore di vini di qualità – Moscato, Barbera, Nizza – quasi tutti doc o docg. La sua azienda produce circa 95 mila bottiglie l’anno ed esporta in 15 paesi in tutto il mondo, dal Giappone alla Norvegia, dagli Stati Uniti al Kazakistan. Le colline di Canelli le conosce come le sue tasche. Sono da sempre il suo orizzonte, nonostante per lavoro abbia toccato i quattro angoli del pianeta. Dopo tanti anni passati nei filari a “costruire” i suoi vini dalle radici, sente che qualcosa sta cambiando. Il Covid non è l’unica causa. Anzi. La pandemia ha solo contribuito ad accelerare un processo che era già in atto e che lo porta col pensiero a un futuro neanche troppo prossimo e a una domanda la cui risposta non è così scontata: «Chi si occuperà di queste terre tra 20 anni?».

La comunità macedone è il presente

«La comunità macedone ormai è il cuore dell’attività agricola qui a Canelli. Io penso che in questo momento il 65% delle persone che lavorano in campagna nel basso Piemonte siano macedoni, bulgari e rumeni». E non si sbaglia di molto. Secondo un rapporto del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), nel 2017 gli occupati a tempo determinato nel settore agricolo piemontese erano circa 35 mila, di cui 20 mila stranieri e 14 mila italiani. In particolare, in provincia di Asti, sempre nello stesso anno, sono stati assunti 1.098 macedoni, più di un terzo di quelli presenti in tutta la regione. Inoltre quelli macedoni sono i più numerosi tra i lavoratori agricoli extracomunitari, secondi solo ai bulgari (1.442), che però sono comunitari e in molti casi sono macedoni con passaporto bulgaro.

A L’Armangia sono già tutti al lavoro per terminare l’imbottigliamento dell’annata 2019

«La mia famiglia ha le vigne dal 1720, anche se non siamo nobili, non abbiamo castelli, non abbiamo niente: siamo agricoltori», tiene a specificare. Nonostante i numeri e gli ottimi riscontri sul mercato, la conduzione continua a essere di tipo familiare. «Quando ero piccolo l’azienda di famiglia era diventata abbastanza grande. Mio padre non ha mai lavorato un giorno in vigna. Lui era enologo e il lavoro nei campi lo faceva qualcun altro al posto suo. Anche io sono enologo, ma ho scelto di tornare a fare l’agricoltore. Così nel 1988 ho fondato L’Armagia. Non potendo fare tutto da solo, dal 1993 ho dei dipendenti, tutti macedoni, prima a tempo determinato e dal 1997 a tempo indeterminato. Oggi sono in tre. Durante la vendemmia cerchiamo di fare tutto da soli, ma quando siamo in crisi – come quest’anno, tra il Covid e un dipendente che ha cambiato lavoro – ci avvaliamo di cooperative perché, purtroppo, assolvere tutti gli aspetti burocratici per me è veramente complicato. Quindi capisco le aziende che ricorrono ad altre strutture, ma io comunque preferisco formare i miei dipendenti. Mentre se vivo di cooperative o quel giorno non c’è nessuno, oppure c’è il rischio che mi mandino gente che non sa quello che deve fare. Non ci si può credere che il futuro sia in mano alle cooperative! Bisogna pensare a un settore agricolo fatto di diritti sul lavoro, di formazione e di informazione». 

Le cooperative a cui fa riferimento Ignazio sono quelle dei grandi numeri, che puntano sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Le stesse che critica anche Ilona Zaharieva, macedone e fondatrice lei stessa di una cooperativa. Quelle che mettono in cattiva luce chi, come lei, ha scelto di avere un gruppo ristretto di dipendenti ben formati e di lavorare con poche aziende fidate. 

Il futuro più prossimo

Le braccia, in ogni caso, sono per la maggior parte straniere. «Tra noi, la Germania e la Francia, la Macedonia del Nord l’abbiamo svuotata. Non ci sono più giovani là, secondo me. Se non ci attiviamo – e non parlo solo di noi agricoltori ma di tutto il sistema – per spiegare alle nuove generazioni che il lavoro in campagna non è una condanna, presto ci ritroveremo senza più nessuno che sappia lavorare la terra». Quella di Ignazio potrebbe sembrare una visione apocalittica e invece è una lettura estremamente realistica. «Indubbiamente quello del contadino è un lavoro pesante – immaginatevi raccogliere l’uva quando ci sono 35 gradi -. È un lavoro che richiede una certa flessibilità, ma non si guadagna meno che in un altro settore, (se la paga rispecchia i valori fissati dai contratti nazionali, ndr)! Solo che è sempre stato visto come il lavoro degli ultimi e quindi alcuni ragazzi italiani hanno delle resistenze a stare fianco a fianco ai macedoni o agli immigrati africani… non vorrei far arrabbiare qualcuno, ma io penso che il futuro verrà proprio dall’Africa: è l’unico bacino dove ci sono tanti giovani in cerca di lavoro. Ma non per questo vanno pagati meno, la busta paga non ti chiede se sei africano o se sei macedone o italiano – è una busta paga!». 

La busta paga

Canelli, ore 9.51 – Il reclutamento della manodopera si fa alla luce del sole, in Piazza Carlo Gancia.

In linea generale, più che di lavoro “nero”, completamente non dichiarato, in provincia di Asti e non solo, è il “lavoro grigio” che si sta espandendo a macchia d’olio. Come funziona il trucco? Il personale viene assunto in maniera regolare ma svolge un orario superiore rispetto a quanto dichiarato, soprattutto per quello che riguarda i periodi lavorativi più intensi, proprio come la vendemmia. 

Tra i primi a denunciare il fenomeno del lavoro grigio in agricoltura sono stati, nel 2018, Stefano Liberti e Fabio Ciconte, due giornalisti che da diversi anni indagano le disfunzioni della filiera agroalimentare. L’inchiesta, pubblicata su Internazionale, riguardava l’Agro Pontino, una zona ad alta densità agricola in provincia di Latina, ma le dinamiche sono le stesse riscontrate anche a Canelli da Paolo Capra, dirigente della Flai Cgil. 

In pratica, forte del fatto che in agricoltura le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate, ma a posteriori, il datore di lavoro impiega il bracciante per il tempo necessario a fare la vendemmia, diciamo 30 giornate, ma poi all’istituto previdenziale dichiara che ne ha lavorate tre. In caso di controlli, entrambi sono in regola perché sussiste un contratto di lavoro, che però non viene rispettato né per quanto riguarda i giorni lavorati né la paga. Capita spesso che i braccianti, specie quelli più vulnerabili, vengano pagati a cottimo e non in base ai tabellari sindacali. Questo sistema sta contribuendo ad alimentare la fragilità di un settore che, durante la pandemia, si è rivelato tanto imprescindibile quanto fondato su un esercito di “invisibili” e sfruttati.

Alcuni di loro, accompagnati da Paolo, li incontriamo nel boschetto alle spalle della zona industriale di Canelli. Poco più in là, lo spiazzo con i bus che offrono il servizio tra l’Italia e la Macedonia del Nord. Itinerari che sembrano racconti, tra Canelli e Vinica. Ci sono stati anni, prima del 2015, che questo bosco era uno dei motivi della discordia tra i residenti e i produttori, perché i braccianti stagionali si accampavano alla peggio tra gli arbusti, ma ora sono pochissimi. Tra loro molti dei ragazzi africani che tentano di ottenere l’alloggio della Caritas, che ha pochi posti e fa quello che può. Gli altri, che raccontano di arrivare da zone dei paraggi, senza dare troppi dettagli, sono un po’ allarmati dalla visita. Tra loro ci sono i braccianti stagionali di questi anni.

Il presente in Macedonia

Ma il coronavirus ha prodotto anche un altro effetto: ha interrotto il flusso di lavoratori che dall’Europa sudorientale arrivavano nei paesi dell’UE, minacciando l’economia della regione e danneggiando gli standard di vita. La perdita di opportunità di lavoro all’estero sta minacciando il già basso tenore di vita in Ucraina e nei paesi dei Balcani occidentali, come si legge in un approfondimento su Balkan Insight. Che le misure di contenimento del virus, introdotte in alcuni dei paesi che ricevono lavoratori stagionali dalla Macedonia del Nord, come l’Italia, abbiamo privato di reddito i lavoratori migranti, lo conferma anche un rapporto dell’International Labour Organization (Ilo). 

Stime generali indicano che più di 40.000 lavoratori stagionali della Macedonia del Nord sono impiegati nel settore agricolo italiano, mentre molti altri lavorano in Croazia, Grecia e Montenegro nell’edilizia e nel turismo. Questo ha comportato un calo delle rimesse pari al 1,7 per cento del PIL (Net current transfers fell, driven by a fall in remittances (1.7 per cent of GDP) and EU grants). 

Eppure, secondo un rapporto Ice, il settore agricolo in Macedonia del Nord, ricopre un ruolo importante nell’economia. La produzione primaria agricola rappresenta il 7,9% del PIL (2017). Nelle coltivazioni al primo posto sono gli ortaggi, con il 34% della produzione agricola totale, seguiti da frutta (11%), foraggi (8,2%), cereali (7,9%), colture industriali (5,8%) e uva (3,9%). Tra tutti gli operatori del settore della trasformazione agroalimentare, i più numerosi sono gli stabilimenti per la trasformazione di frutta e verdura (23%), seguiti dalla produzione di vino (18%), latte e latticini (17%). Quasi l’80% di tutta la produzione dell’industria della trasformazione è destinata all’export. Sarà la volta buona che i giovani macedoni torneranno ad occuparsi della loro terra, o il crollo delle esportazioni sarà la ghigliottina definitiva per le nuove generazioni?

Quello che è certo è che a Canelli molti macedoni hanno trovato la propria dimensione, passando in trent’anni ad essere una delle comunità più numerose e radicate sul territorio. Per molti di coloro che erano partiti da zero, Canelli ha rappresentato il trampolino di lancio per la propria scalata sociale. Secondo i dati della Camera di Commercio di Asti, per esempio, dal 2010 al 2020 le attività riconducibili a cittadini con passaporto macedone sono passate da 55 a 83, di cui quasi un terzo operanti nel settore agricolo.  

Petar è uno di loro. «Sono arrivato qui con la mia famiglia, mio padre aveva un forno in Macedonia, anzi due, uno nel nostro villaggio e uno in una città vicina più grande. Abbiamo deciso di venire qui, papà ha fatto tanti sacrifici, lavorando per anni nelle vigne, ma continuavamo a sognare il nostro forno». Petar si muove rapido tra tavoli pieni di avventori: un kebab, un delizioso burek, magari innaffiato da yogurt acido. Dietro le quinte si muovono madre, padre e fratello. «Abbiamo aperto questo posto un anno fa, non pensavamo a questa sciagura del Covid! Ma teniamo duro! E siamo contenti: dopo tanti sacrifici siamo riusciti ad aprire il nostro locale, papà ha fatto tanti sacrifici, ma il nostro sogno si è realizzato. I nostri clienti sono anche italiani, certo, sono anche tanti. La comunità macedone si ritrova spesso qui, anche a parlare di politica, ma io non mi sento un ‘nazionalista’, in fondo son cresciuto tra due mondi e a due mondi appartengo».

Chi si occuperà di queste terre?

Canelli, ore 18.34 – Molti dei ragazzi che non trovano alloggio in città viaggiano con i pullman di linea. La fermata è un altro luogo per il reclutamento informale.

Nel mezzo del cortile di casa che è anche quello dell’azienda, Ignazio ha sempre un orecchio teso a quello che succede in cantina e un occhio al cielo. La speranza è che non piova: la vendemmia è appena cominciata e se, oltre alla pandemia, ci si mette anche il maltempo, quest’anno sarà un disastro. «Ci sono troppi anelli aperti in questa catena e alla fine la catena non tira da nessuna parte… Ci sono aziende che non hanno un dipendente e hanno il triplo se non il quadruplo dei vigneti che ho io, questo significa che scaricano tutto sulle cooperative, rischi e responsabilità. Le cooperative non sono il male assoluto, anzi meno male che tante esistono. Ce ne sono molte che ormai lavorano bene, però secondo me è arrivato il momento di lavorare sui fronti dell’informazione, della formazione, della semplificazione, forse anche della decontribuzione, ma a livello generale, per evitare il lavoro sommerso.

E poi ci vorrebbero nuove generazioni di agricoltori, perché se mancano gli imprenditori agricoli piccoli, manca la specializzazione. Qui a Canelli l’età media degli agricoltori è 65 anni. Io a 52 anni sono un giovane! Questo dà l’idea della dimensione del problema.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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