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EP4 – La piccola Microsoft toscana

Per accompagnare la serie “La responsabilità è un’impresa” abbiamo scelto scatti fotografici che ci sono stati donati da Costantino Muciaccia, talentuoso fotografo e scenografo che collabora con noi in vari progetti.
In questo caso specifico ha deciso di donarci le sue foto per utilizzarle all’interno di questo spazio. Puoi trovare i lavori e i contatti di Costantino sul suo sito personale, www.costantinomuciaccia.it.

A volte, per servirla in modo nobile, anche la verità ha bisogno di essere edulcorata. È così che Massimo, Riccardo e i loro colleghi sono stati convinti a salvare il destino dell’azienda in cui lavoravano da anni. Prima che la crisi la colpisca, la Micronix Computer a Pistoia era molto conosciuta. Ha mosso i suoi primi passi negli anni Ottanta e nel suo picco di maggior produttività dà lavoro a circa 230 dipendenti. Tutti nei dintorni la considerano la piccola Microsoft italiana perché produce in un settore, quello informatico e dei software, che in quel periodo ha ancora l’aura dell’invincibilità. Così mitologico da non essere preparato ad affrontare le conseguenze della bolla speculativa che diversi anni più tardi colpirà il mondo “Dot-Com”.

Una bolla che scoppia in faccia alla Micronix, pronta a quotarsi in borsa ma costretta dallo stop della Consob a tutte le aziende hi-tech – considerate improvvisamente poco solide – a congelare quel traguardo. Dev’essere cocente la delusione provata nell’arrivare quasi in vetta, vedere la cima, ma essere costretti a scendere di quota per condizioni meteo avverse. Nell’ultimo anno, anche per colpa di questo arresto, la società, il “gioiellino”, perde terreno. Sconta investimenti non andati a buon fine, tentativi di espansione che volevano farla crescere sana e forte, e che invece ora sembrano farla arrancare rispetto a concorrenti sempre più competitivi. Niente quotazione, niente soldi raccolti sul mercato. Stop. Così, quando nell’aprile del 2006 i lavoratori incrociano gli sguardi di chi sul territorio è pronto a dar loro una mano, la loro fiducia è ai minimi storici.

Sono i gloriosi anni Duemila, quelli in cui ormai chiunque può lanciarsi nel mercato “dell’Internet” e del digitale: che cosa dovrebbero offrire di più i software creati da una piccola società toscana quando in giro c’è così tanta scelta? Ma è proprio questo il punto. Secondo Massimo la vera ricchezza di un’azienda informatica non sono i software, ma i clienti. In quel periodo è lui il responsabile della formazione – Riccardo invece coordina i servizi – ha studiato informatica proprio a Pisa, è giovane e ama il suo lavoro. Ha imparato che i clienti non vogliono un software e basta: vogliono le persone che quei software li costruiscono, le loro teste pensanti, i loro modi di interagire con le ansie e le imperfezioni umane.
Eppure quelle facce e quelle teste hanno altro a cui pensare. La situazione si è messa così male che oltre al rischio dei licenziamenti anche i conti bancari di programmatori, tecnici e consulenti smagriscono in assenza degli stipendi. I clienti lo percepiscono che qualcosa non va e loro malgrado iniziano a rivolgersi ad altre aziende. Se è tutto vero, tutto reale, allora anche la tecnologia è un mercato fallibile e le tecno-certezze possono andare a farsi benedire.

È con questo spirito che manager, dipendenti e coordinatori si presentano a quella riunione. Ci sono rappresentanti del mondo cooperativo, qualche faccia dell’universo istituzionale, qualcuno dei sindacati. Vogliono aiutare. E infatti il messaggio che emerge, almeno alle orecchie di Massimo e dei colleghi, suona meno tragico di quanto abbiano immaginato Sì, l’azienda sta per chiudere, nonostante operi in un settore che ha tanto mercato. Sì, è una situazione che tutti preferirebbero risparmiarsi. E sì, i clienti già si rivolgono alla concorrenza. Ma non ha senso pensare al peggio. Ci si può salvare, anzi recuperare l’impresa non solo è fattibile ma non è nemmeno così complicato come sembra. C’è chi può testimoniarlo ed è lì apposta. Forse Massimo, soprattutto Riccardo che ha molti anni d’esperienza, e tutti gli altri sanno benissimo che l’espressione “è semplice”, nella loro condizione non sia affatto corretta. Ma hanno bisogno di sentire una storia alternativa, diversa. A cui scegliere di credere.

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