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Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.
La vita agra, Luciano Bianciardi, pag 162, 1962.

Nel suo romanzo forse più noto, Bianciardi eleva la polemica a paradosso e propone la sua ricetta per combattere il consumismo sfrenato del boom economico: rinunce materiali, sociali e lavorative. Il malessere che prova per colpa dei ritmi imposti dalla modernità di Milano – lo stesso che si vede sulle facce non solo dei pendolari – lascia un senso di amarezza sarcastica senza nessun tipo di soddisfazione. Nello scrivere quelle pagine sicuramente Bianciardi non aveva idea che, a distanza di quasi sessant’anni, il suo auspicio sarebbe diventato un’imposizione per fermare il contagio di un virus. I mesi di marzo e aprile del 2020 saranno ricordati per la severità necessaria delle misure di confinamento nel mondo dovute alla pandemia di Covid-19, altrimenti dette lockdown, che hanno costretto le persone soprattutto a rinunziare ai loro bisogni, togliendo la possibilità di spostarsi e di produrre. Resta impossibile sapere come Bianciardi avrebbe reagito a queste imposizioni, certo è che la vita in quei mesi è rimasta comunque agra: da un lato i ritmi frenetici si sono interrotti, i livelli di inquinamento sono scesi a un punto tale da mostrare scenari quasi inediti come l’acqua dei fiumi trasparente anche in città o la catena dell’Himalaya di nuovo visibile a oltre duecento chilometri di distanza; dall’altro, pensando alla situazione sanitaria e alle vittime, al pericolo del contagio, all’isolamento forzato lontano dagli affetti, sicuramente non c’era, come non c’è tutt’ora, da stare allegri.

I grandi eventi naturali a carattere emergenziale come i terremoti o simili sono spesso degli acceleratori di fenomeni sociali già in atto: per esempio, il terremoto in centro Italia di qualche anno fa ha aumentato la velocità dello spopolamento delle zone rurali. Anche la pandemia ha questa caratteristica e ha permesso che avvenisse un notevole cambio di prospettiva nel mondo del lavoro: attualmente molte persone hanno iniziato a lavorare da casa, in alternanza con altri colleghi per non creare assembramenti negli uffici. 

Ma come è stato vissuto quel momento dai pendolari ferroviari? Alcuni contatti personali hanno risposto a questa domanda durante lunghe telefonate.

Per alcuni questo è stato un cambio più sentito perché la gestione dei tempi di vita è cambiata drasticamente. I nuovi orari più rilassati, la possibilità di alternare giorni in casa e giorni in ufficio, la riorganizzazione generale delle giornate e delle settimane, possono aver creato un senso di distensione, un allungamento delle giornate vero e proprio, disorientante, ma che in parte può anche aver mitigato la sensazione di incertezza generale causata dalla pandemia. Per esempio Alberto, impiegato per un’azienda di software house americana da quasi cinque anni, ha dovuto affrontare il fatto che gli spostamenti per andare in ufficio erano l’unica attività motoria che riusciva a compiere nelle sue giornate. Senza quelli, per riuscire a raggiungere un livello buono di benessere psicofisico, è andato in cantina a ripescare la bicicletta del padre e ha iniziato a pedalare con continuità. Lui, tra tutte le persone sentite, probabilmente è una delle più pronte a questo cambio. In previsione del lockdown la sua azienda aveva già deciso di chiudere gli uffici, inizialmente per un paio di mesi, poi fino a ottobre e adesso, dopo un’indagine interna tra i dipendenti che chiedevano maggiore prospettiva e stabilità, fino a fine luglio 2021. Inoltre ha riconosciuto a ogni dipendente un bonus a fondo perduto per l’acquisto di mobili e oggetti utili ad allestire una postazione lavorativa casalinga, ha aumentato il rimborso spese per attività ricreative e sportive extra e riconosciuto un venerdì off (settimana corta) ogni tre o quattro. Per Alberto il carico di lavoro non è calato rispetto a prima, forse anche perché, in buona sostanza, era già smart con tutti gli strumenti video e di gestione dei documenti a disposizione. Il legame con l’ufficio era di un paio di giorni a settimana che, quando tutto era chiuso, sono comunque mancati. Alberto sottolinea come le relazioni sociali, “gli aggiornamenti alla macchinetta del caffè” siano fondamentali per conoscere i colleghi e per avere un flusso di lavoro corretto ed efficiente, tant’è che dopo un primo periodo di dispersione per la mancata gestione delle comunicazioni interne, sono stati istituiti momenti di merende o aperitivi in remoto dove le conversazioni meno specifiche hanno favorito un clima più rilassato. Da febbraio non ha più preso un treno e la vita da pendolare non gli manca, ma è sicuro che la soluzione settimanale migliore per il suo tipo di lavoro sia alternare un paio di giorni in ufficio e tre a casa o in qualche postazione coworking messa a disposizione dall’azienda.

Chi invece continua a prendere ogni tanto il treno è Matteo, giovane lavoratore del settore logistico. Il suo lavoro si basa su turni da otto ore con due giorni a settimana di riposo e quando questi sono vicini, riesce a tornare a casa: «Fortunatamente non ho orari da pendolare e quindi i treni regionali che prendo non sono molto affollati. Non hanno messo la prenotazione obbligatoria, ma hanno dovuto limitare comunque i posti: adesso, quando compri il biglietto sul sito, c’è un contatore che ti dice quanti ne sono rimasti disponibili.» Per lui lo smart working non è possibile, ma l’azienda ha messo a disposizione tutti i dispositivi di sicurezza del caso: mascherine, igienizzante, distanziamento sociale… Quando, prima dell’estate era ancora in stage, l’azienda gli riconosceva un bonus perché superava gli 80 chilometri di viaggio rispetto alla sua residenza, poteva decidere se usarlo per pagarsi un affitto o invece un abbonamento ai treni e lui aveva optato per fare il pendolare con l’alta velocità.

Per capire la differenza tra i treni veloci e i regionali dopo il lockdown, ho parlato con Franca che da praticamente quattro anni è impiegata per un’organizzazione non governativa. Lei in questo periodo ha preso entrambi e sottolinea come per i Frecciarossa ci sia, oltre alla prenotazione obbligatoria, anche il misuramento della temperatura prima di salire, il distanziamento dei posti e l’igienizzante per le mani; al contrario dei regionali dove non è garantito niente di tutto questo, anzi ogni tanto ha viaggiato con persone in piedi e chiaramente senza distanziamento. Per lei, pendolare tutti i giorni prima del lockdown, i primi tempi sono stati di sollievo, ma si è resa conto presto che da casa il carico di lavoro aumentava per la mancanza di stacchi tra il tempo lavorativo e quello personale. Nonostante riuscisse a vivere il tempo di viaggio come un tempo per sé e avesse un rimborso per gli abbonamenti che continua a ricevere, la vita da pendolare non le manca. La sua situazione lavorativa, per quanto non ancora definita sul lungo periodo, prevede una modalità più simile al telelavoro che a un vero e proprio smart working, ma ha la sensazione che ormai una nuova organizzazione sia stata sdoganata, visto che il suo posto di lavoro sta adottando nuovi protocolli e sta formando il personale sui temi dello smart working

La società che progetta impianti industriali dove lavora Francesco, già dal 2017 aveva iniziato a proporre con successo lo smart working ai propri dipendenti, questo ha permesso di non patire più di tanto l’impatto della Covid-19, almeno sull’organizzazione del lavoro. Con lui, ma in parte anche con Alberto, si è affrontato un altro tema importante, ovvero il superamento della visione del lavoro a tempo, in stile impiegatizio un po’ datato, a favore di un lavoro più autonomo, a obiettivi e a progetto, che è la base per permettere alle persone di lavorare da remoto. Per lui lo smart working amplifica l’indole dei lavoratori: se una persona è propositiva, attenta e scrupolosa, è più facile che trovi difficoltà a interrompere l’attività lavorativa, a discapito del proprio tempo libero. Il fatto di non avere i tempi di spostamento, per questa ragione, aggiunge ore di lavoro, piuttosto che di svago. Tuttavia, se i carichi di lavoro sono pesanti, lo sono sempre e lo spostamento per andare in ufficio, renderebbe la situazione più difficile. Anche per lui, che appena possibile ha ripreso a viaggiare sui regionali una volta a settimana, l’alternanza casa-ufficio sarebbe la soluzione migliore per risparmiare economicamente, mantenere le relazioni sociali e sentire meno l’isolamento.

Sentendo queste persone sembrerebbe che, nei settori dove è possibile, la transizione al lavoro agile sia ormai in atto, ognuno con i propri tempi e con le proprie caratteristiche, ma tutti con la stessa volontà di garantire ai propri dipendenti una situazione di lavoro meno fissa, in modo che le persone possano essere più produttive e riescano a conciliare meglio la vita privata, la salute e la sicurezza personale. Andrea Zitelli su Valigia Blu offre un’approfondita ricognizione su quello che sta ancora capitando nel mondo del lavoro a causa delle misure messe in atto per contrastare la pandemia di Covid-19 e definisce lo smart working «una scelta ‘obbligata’ che, se diventerà davvero la nuova normalità del lavoro e non l’eccezione, pone sfide importanti con conseguenze a livello psicologico, culturale, ambientale e urbano.» Queste sfide riguardano principalmente le disuguaglianze che verrebbero a crearsi tra persone già abituate alla modalità agile che si possono permettere di vivere lontano dai luoghi di lavoro, dalle città densamente abitate e i lavoratori che non hanno questa possibilità, magari perché il settore o la natura stessa del loro lavoro non possono prevederlo. Oppure possono esserci problemi di privacy e controllo, di adozione di strumenti aziendali poco trasparenti o di maggiore sedentarietà dello stile di vita con ricadute sulla salute collettiva. Questa prospettiva, in senso più macroscopico, inciderà anche sull’organizzazione delle case, dei quartieri, delle città, dei territori e dell’ambiente. E coloro che finora avevano scelto, in modo più o meno cosciente, una vita da pendolare hanno ora la possibilità di abbandonarla o di ridurne drasticamente i ritmi.

Tuttavia, prima di pensare al lavoro agile come la soluzione di tutto, bisognerebbe ragionare attentamente sulla possibilità di lavorare da ogni luogo e in ogni momento, dovuta soprattutto all’uso di mezzi informatici. Perché viene piallata le gibbosità del tempo, ma pure dello spazio, e se perdiamo anche questa dimensione che cosa può succedere? Cosa succede ai luoghi se smettiamo di frequentarli? Visioni di case che crollano (Case sparse) è allora un monito di quanto abbiamo perso e che potremmo perdere di nuovo?


L’immagine di copertina è di Valentina Cobetto, autrice del progetto Il passeggero 8b.

Questo articolo fa parte del progetto Il Mondo Nuovo
ed è stato finanziato dall'European Journalism Covid-19 Support Fund

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