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EP5 – La storia della Trafilcoop

Per accompagnare la serie “La responsabilità è un’impresa” abbiamo scelto scatti fotografici che ci sono stati donati da Costantino Muciaccia, talentuoso fotografo e scenografo che collabora con noi in vari progetti.
In questo caso specifico ha deciso di donarci le sue foto per utilizzarle all’interno di questo spazio. Puoi trovare i lavori e i contatti di Costantino sul suo sito personale, www.costantinomuciaccia.it.

“Àcene a àcene se face ‘a macene” dice un proverbio pugliese.

A piccoli passi, si costruiscono grandi cose, proprio come chicco a chicco si fa la macina. La pensano così anche gli abitanti di Lucera, piccolo centro in provincia di Foggia, dove è normale pensare al lavoro come a qualcosa di vivo, lento, trasformabile. Del resto quella zona ha sempre vissuto di agricoltura e ha impressa la fatica contadina nella cultura popolare. Eppure costruire qualcosa di così audace, nel profondo Sud degli anni Ottanta, sarebbe sembrato folle persino ai pazienti e tenaci lucerini. È il 1985. La Legge Marcora, un testo innovativo che permette ai dipendenti di ex aziende in fallimento di salvare le imprese rilevandole con agevolazioni e incentivi, non ha compiuto nemmeno un anno. Ma è provvidenziale per una realtà che nel territorio sembra quasi un’eccezione rispetto all’economia della terra. O meglio, con la terra in qualche modo ha a che fare. I suoi operai sono esperti nella lavorazione della vergella, una specie di tondino d’acciaio, e poi del filo zincato, del filo ricotto nero e bianco, e nella realizzazione di reti per recinzioni destinate proprio all’agricoltura, così come all’edilizia e a tanti altri usi industriali.

Purtroppo, dal 1982, il filo a cui è appeso il destino dell’impresa ha cominciato a sfilacciarsi. Non è resistente come quello lavorato dai suoi stessi operai, la gestione familiare non sembra pronta ad affrontare le nuove sfide del mercato, così nel giro di pochi anni la parabola si conclude con il fallimento. Fallire, laggiù a Lucera, significa anche mandare a casa tutte le famiglie che dipendono da quegli stipendi. Da fuori qualcuno pensa che in fondo la chiusura non sia poi così terribile, si può sempre tornare a lavorare la terra.

E c’è anche chi come Pietro potrebbe osservare la vicenda della piccola azienda pensando di essere fortunato ad avere un posto fisso altrove. E invece. Pietro Scioscia ha 27 anni, una moglie e un ottimo lavoro in un’altra azienda della zona. Sono pur sempre gli anni Ottanta, e anche nel grande cuore meridionale dell’Italia le opportunità, seppur limitate, sono stabili. Per questo quando lo chiamano dalla locale Camera del lavoro come “prescelto” per aiutare gli ex operai a fare il grande passo, un po’ per innato ottimismo un po’ per provare qualcosa di nuovo, non esita: molla il suo posto fisso per passare a un’impresa che non avrà padroni, né capi. Perché i padroni stavolta saranno loro, lui e gli operai. Il 19 giugno 1985 nasce ufficialmente la Trafilcoop.

«Fu una cosa strana da far accettare: nel nostro territorio quella soluzione veniva praticamente da Marte», ricorda Scioscia. E infatti la terra, lì intorno, ha sempre avuto padroni e sottoposti. Chi lavora può prendere, al massimo, qualc…

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