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Restare in pace

Se in Italia vivere da musulmano è già complicato, morire può esserlo ancora di più.

Se in Italia vivere da musulmano è già complicato, morire può esserlo ancora di più.

Nella tradizione musulmana, la morte è vista come un evento felice, che ricorda la gioia di essere vivi, la brevità della vita sulla Terra e l’accesso al Paradiso, che in lingua araba si chiama Janna. Nel Corano, in particolare nella sura detta del Tuono, il Paradiso è descritto come un Eden, con fiumi, alberi colmi di frutti e pace. Solo Dio può stabilire chi è degno di entrare in Paradiso, anche se appartenente ad altre religioni. Anche per questa ragione il rito funebre è espletato nel minor tempo possibile e seguendo un rituale preciso che si conclude con l’inumazione della salma senza bara, con il volto rivolto a La Mecca.

Le persone musulmane che muoiono in Italia, però, devono prima affrontare un altro passaggio. La maggior parte dei musulmani, infatti, esprime il desiderio di essere inumata nel proprio paese di origine, per cui la salma viene spesso rimpatriata per via aerea. Se si decide di restare in Italia, invece, bisogna affrontare un altro tipo di ostacolo: la mancanza di un numero adeguato di cimiteri islamici e di agenzie funebri specializzate per offrire questo servizio. E durante la pandemia questa mancanza si è fatta sentire ancora più forte.

Per i musulmani la sepoltura deve avvenire entro 24 ore dalla morte. Prima della sepoltura, però, ci sono alcuni riti da seguire. Prima di tutto il lavaggio della salma, che viene svolto da persone dello stesso sesso del defunto. Il corpo viene lavato e cosparso di oli e unguenti, partendo dalle estremità fino alla testa; l’ultimo passaggio è la vaporizzazione di acqua nelle narici e nelle orecchie. Il corpo viene poi avvolto in un panno bianco ripiegato senza orli e poi ricoperto da un altro panno decorato. Viene poi lasciata la possibilità a parenti e amici di far visita e salutare il defunto con la preghiera collettiva (salāt al-janāzah). Nei rari casi in cui ci sia una bara, il panno decorato viene posto su quest’ultima.

Dopo la preghiera la salma viene trasportata al cimitero, dove verrà inumata, possibilmente senza bara e solo avvolta dal panno bianco. Il corpo viene adagiato su un fianco, con il volto semicoperto e rivolto verso La Mecca, in Arabia Saudita. Non ci sono lapidi o addobbi nel luogo dell’inumazione, ma più spesso si trovano solo delle pietre che delimitano l’area della sepoltura.

Questo è il rito tradizionale, come si svolge nei paesi a prevalenza musulmana, dove i cimiteri e le agenzie funebri sono pronte a fronteggiare questo tipo di prassi. In Italia, però, il numero di cimiteri attrezzati per questo tipo di sepoltura sono 76 e le agenzie funebri solo 13. Numeri ampiamente insufficienti, nonostante la maggior parte dei fedeli musulmani si facciano rimpatriare per la sepoltura. Numeri che durante la pandemia sono risultati ancora più inadeguati.

Moschea ad Alessandria d’Egitto. Ahmed Sherif su Unsplash.

Frontiere chiuse, anche per i morti

Nella prima fase del lockdown gli spostamenti erano concessi solo per tre motivi: salute, lavoro, acquisto di beni di prima necessità. Non si potevano vedere amici, fidanzati, parenti. Gli spostamenti erano vietati non solo sul territorio nazionale, ma anche oltre. E non solo per i vivi.

Se infatti è vero che gli aerei hanno smesso di trasportare le persone da una città all’altra, per lavoro o piacere, è anche vero che il blocco aereo ha impedito il trasporto delle salme di tutte le persone musulmane morte in Italia verso i loro paesi di origine.

Una delle immagini più forti durante il picco dei decessi, quando le province più colpite erano Brescia e Bergamo, è stata sicuramente quella dei convogli dell’esercito che trasportano le bare dai cimiteri di Bergamo ai forni crematori di altre regioni, perché mancava lo spazio per seppellirli.

Nello stesso mese, accadde anche che una donna musulmana di origine macedone sia rimasta con la salma della madre in casa per una settimana, in attesa di darle una sepoltura dignitosa, mettendo a repentaglio la sua stessa salute.

Questo accadde perché il rimpatrio era impossibile e i cimiteri islamici hanno respinto la sua richiesta di sepoltura. La legge italiana, infatti, prevede che i defunti siano sepolti nei cimiteri del loro paese di residenza. Ma quando i cimiteri islamici presenti sul territorio italiano sono così pochi e così dispersi, a fronte di due milioni e mezzo di fedeli, è molto facile ritrovarsi senza un cimitero nelle vicinanze a cui rivolgersi. Esistono regioni senza neanche un’area cimiteriale islamica, come la Campania, dove la sepoltura risulta ancora più complicata.

Le aree cimiteriali sul territorio italiano che hanno anche una parte adibita alla sepoltura con rito islamico sono infatti solo 76, secondo il sito dell’UCOII. Il problema è che i piani regolatori cimiteriali sono decisi dai singoli comuni, che spesso pongono come vincolo quello della residenza. Questo vincolo impedisce alle persone che vivono in comuni senza cimiteri islamici di essere trasferiti in un’altra città per ricevere la sepoltura secondo i riti prestabiliti dalla loro religione. Durante la pandemia sono successe anche cose inedite: alcune aree cimiteriali cattoliche hanno aperto i cancelli anche a persone di fede musulmana, visto la circostanza straordinaria che accomunava tutti. Ma non basta.

Oltre alla carenza di spazi cimiteriali, c’è anche la carenza di personale formato per espletare tutte le pratiche previste. Le agenzie funebri islamiche in Italia, come accennato prima, sono soltanto 13, la maggior parte concentrate nel nord Italia, dove c’è una maggior presenza di persone di fede musulmana.

Restare in pace

Il problema della scarsità dei cimiteri ha spinto l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche in Italia) a stipulare nuovi accordi con i comuni e con lo Stato, chiedendo a quest’ultimo la creazione di uno spazio cimiteriale nazionale riservato alle persone di fede musulmana. Perché sebbene oggi la maggior parte delle persone preferisca il rimpatrio, stiamo assistendo all’aumento di persone musulmane, soprattutto di seconda o terza generazione, che nascono, vivono, studiano, lavorano e creano legami qui, in Italia. Ed è qui che forse, un giorno, vorranno restare.

Per vivere, restare e morire musulmani in Italia, c’è bisogno di uno Stato attento alla pluralità, capace di non adagiarsi su una narrazione semplicistica, benzina per l’intolleranza razziale e religiosa. Ci sarebbe bisogno di un’Intesa, come scritto anche nell’articolo 8 della Costituzione Italiana. Un’Intesa che, però, ancora non c’è.

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