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EP6 – Birrificio Messina

Per accompagnare la serie “La responsabilità è un’impresa” abbiamo scelto scatti fotografici che ci sono stati donati da Costantino Muciaccia, talentuoso fotografo e scenografo che collabora con noi in vari progetti.
In questo caso specifico ha deciso di donarci le sue foto per utilizzarle all’interno di questo spazio. Puoi trovare i lavori e i contatti di Costantino sul suo sito personale, www.costantinomuciaccia.it.

La beffa può avere molti volti. Anche quella di una delibera comunale che trasforma ciò che prima era un terreno sottoposto a vincolo e su cui si producevano fiumi di birra, in un’area edificabile. Di quelle su cui puoi costruire palazzine e case. Ma quando quel documento sembra l’unica soluzione per salvare il Birrificio Triscele, Domenico Sorrenti e suoi colleghi non hanno dubbi: se lo chiede l’azienda, se è la sola cosa da fare per evitare di chiudere, allora appoggeranno anche questa battaglia. Per quale motivo, poi, proprio una dicitura diversa possa scongiurare licenziamenti e chiusura, sarà chiaro tra poco.

Intanto diciamo che siamo in Sicilia, tra il 2012 e il 2013. E che di battaglia si tratta se in circa 40 tra addetti e mastri birrai si piazzano nella sala consiliare del Comune di Messina e protestano affinché le parole vidimate sul provvedimento tramutino come in un incantesimo il destino del terreno su cui sorge la loro storica impresa. Proprio come accade nelle sale cottura della fabbrica quando il liquido pastoso e aromatico che sono abituati a coccolare diventa oro liquido.
Peccato però che l’oro, per ora, sia solo rappresentato dalla speculazione edilizia e che la Triscele non sappia che il suolo su cui poggia, produce e distribuisce, si sta per trasformare in un pantano.

Diventare birraio per Domenico era un destino scritto. Lo erano stati suo papà e prima ancora suo nonno proprio in quello stesso stabilimento in cui entra, da ragazzo, negli anni Ottanta. Lo racconta con quel modo di parlare tipico dei siciliani che usano il dialetto per immediatezza di comunicazione e l’italiano per spiegare le cose più lentamente a chi, straniero, non conosce le cose importanti dell’isola e della sua cultura. Ad esempio ricorda bene quando il birrificio, fondato dalla famiglia Faranda, a un certo punto diventa corteggiato e ricercato dalle grandi multinazionali dell’alcol. «Nel 1988 l’azienda è passata alla Dreher [che poi diventerà Heineken]», dice calcando la “D” del colosso austriaco. Produrrà poi per Birra Moretti a sua volta acquistata sempre da Heineken. Passaggi di mano che, anche se spodestano la proprietà sicula, non intaccano la territorialità della produzione.

Come Domenico, che ha tutta la famiglia legata al destino del liquido biondo, così anche i suoi compagni di lavoro moltiplicano i benefici della fabbrica per i loro figli, parenti e per chi lavora nella produzione delle bottiglie e dei trasporti verso aziende e punti vendita: insomma, un piccolo ecosistema che lega a doppio filo il birrificio al territorio e alla città.

Sono anche gli anni in cui il consumo di birra in Italia è tornato lentamente a crescere. Siamo usciti dalla crisi petrolifera degli anni Settanta e c’è voglia di consumare la bevanda tutto l’anno e non solo ghiacciata, d’estate. Meglio poi se artigianale. Del resto, la narrativa del “made in” ha le sue radici in questo stesso periodo con i primi progetti Slow-Food in Piemonte. Per ogni produzione industriale, c’è un’evocazione locale, piccola, ricercata che con mani sapienti e maestria produce cose che sui banchi delle nuove catene di supermercati forse non si trovano. Pochi sanno che invece sono proprio birrifici antichi come quello mess…

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