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L'Intesa che non c'è

Ad oggi lo Stato ha stipulato 12 Intese con le comunità non cattoliche d’Italia. Nessuna di queste è stata fatta con la comunità musulmana, nonostante sia la seconda comunità religiosa più grande d’Italia, dopo quella cattolica.

“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”

Così recita l’articolo 8 della Costituzione italiana. In questo articolo viene sancito il principio della pluralità religiosa e l’interesse dello Stato di stipulare degli accordi con le minoranze religiose tramite Intese, atte a costruire una società inclusiva. Ad oggi lo Stato ha stipulato 12 Intese con le comunità non cattoliche d’Italia. Nessuna di queste è stata fatta con la comunità musulmana, nonostante sia la seconda comunità religiosa più grande d’Italia, dopo quella cattolica.

L’articolo non rappresenta un obbligo per lo Stato, ma una possibilità. È legittimo, però, non riconoscere alcuni culti? In una società multietnica e multiculturale come la nostra, forse no.

Fedeli nella moschea Sultanahmet Cami di Istanbul, Turchia. Foto Slow News.

Verso l’intesa

La prima intesa con confessioni religiose diverse da quella cattolica in Italia è stata stipulata nel 1984 con la legge sull’accordo con la Tavola Valdese, mentre l’ultima, nel 2015, con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. E l’Islam? Il dialogo tra le istituzioni italiane e le comunità musulmane comincia all’inizio degli anni Novanta, quando vengono presentate tre proposte di Intesa da tre comunità differenti: nel 1992 dall’UCOII, nel 1994 dall’AMI (Associazione Musulmani Italiani) e nel 1996 dalla COREIS (Comunità Religiosa Islamica).

Tutte le proposte vengono rifiutate.

A partire dai primi anni del 2000, sotto il governo Berlusconi, si decide di cambiare strategia. L’allora ministro dell’Interno Pisanu chiede la formazione di un organismo rappresentativo composto da esponenti della comunità musulmana appartenenti a diverse associazioni, atto a creare insieme una proposta di Intesa. Nel 2005 nasce la Consulta per l’Islam italiano, organo di carattere consultivo all’interno del Ministero dell’Interno, che però viene sospesa l’anno successivo.

Nel 2010 viene poi costituito il Comitato per l’Islam italiano, con gli stessi obiettivi dell’organismo precedente. Ma anche questo viene presto sospeso. Bisogna aspettare il 2016 per ritornare sull’argomento, quando il ministro Alfano chiede la formazione di Consiglio per le relazioni con l’Islam, che porta alla stipula nel febbraio 2017 di un Patto nazionale per un Islam italiano. Questo Patto inizia a costituire delle basi per la costruzione di un rapporto tra Stato e comunità musulmane, ma è ancora ben lontano da poter essere considerato un’Intesa.

Preghiera in solitaria in una moschea di Istanbul (2015). Foto di Slow News.

Di chi è la colpa?

La mancanza di un’Intesa significa allontanare il momento di un riconoscimento reciproco tra lo Stato e la comunità musulmana. A livello economico, significa non poter devolvere il 5×1000 ad associazioni e centri culturali musulmani, impedendo quindi loro di gestire spazi dignitosi per la preghiera e non solo. A livello individuale, significa non riconoscere la loro presenza. A livello spirituale, significa limitare la libertà di culto perché di fatto essa non viene tutelata.

Quando ho intervistato Ba e Issa, il primo era molto loquace, mentre il secondo osservava e commentava appena quanto dicevamo. Quando ho spento il microfono, però, la situazione si è ribaltata ed ha cominciato a farmi un sacco di domande: sei musulmana? Sei italiana? Tuo papà è contento di te? Hai tanti amici cristiani? Sei sposata? E molte altre che purtroppo non ricordo bene. Ma la domanda che mi ha più colpito è stata: di chi è la colpa?

Mi stava chiedendo perché, secondo me, fosse così difficile essere musulmani in Italia.

Io non lo sapevo, prima di iniziare questa ricerca. Ora posso solo immaginarlo. Ma ricordo chiaramente i pochi racconti di mio padre di quando era appena arrivato in Italia, dal Bangladesh. Per creare una cesura tra il paese di partenza e il paese di arrivo per prima cosa ha smesso di essere musulmano. Si è subito allontanato dalla sua religione, per una debole vocazione iniziale, probabilmente, ma anche e soprattutto per essere più facilmente integrato nella società di arrivo, quella italiana a maggioranza cattolica.

La linguista Vera Gheno durante gli Slow News Days ha parlato di una lingua che sia non tanto inclusiva, quanto che presupponga una coesistenza di diversità. L’inclusività infatti presuppone che ci sia qualcuno che accoglie e concede e qualcuno che viene inglobato, a volte senza prendere coscienza della sua natura. Dire davanti alla diversità che in realtà ‘siamo tutti uguali’, anche se può sembrare uno slogan efficace, rischia di essere pericoloso. Riconoscere queste diversità, riconoscere che esistono fattori di privilegio e altri meno e fare in modo che ognuno abbia la possibilità di autodeterminarsi e abbia le stesse possibilità degli altri è la strada da percorrere. Se devo immaginare una chiave per il mondo nuovo, questa è l’empatia.

La speranza per il futuro è che la scelta di rinnegare o nascondere la propria religione non si riproponga e che resti una scelta libera e individuale, perché in un mondo multiculturale e multietnico e in uno Stato dichiaratamente ateo la religione non può essere un fattore discriminante per la convivenza e l’integrazione. Ci vuole anche uno Stato pronto e attivo affinché questo avvenga. La pandemia, purtroppo, ci ha dimostrato che così non è.

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