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EP8 – Si chiamava María Elena Ferral Hernández

È la sera inoltrata del 30 marzo 2020 a Papantla, una cittadina nel nord dello stato messicano di Veracruz, quando sui social inizia a rimbalzare un avviso: «Servono urgentemente donatori di sangue del gruppo B+». Nonostante le restrizioni richieste per arginare il contagio di Coronavirus molte persone accorrono all’ospedale, inutilmente. La donna che ne aveva bisogno è morta poche ore dopo. Si chiamava María Elena Ferral Hernández ed era una giornalista, corrispondente del quotidiano locale Diario de Xalapa e direttrice della pagina di informazione Quinto Poder de Veracruz. Qualche ora prima, dopo essere uscita da un ufficio notarile in pieno centro cittadino, due uomini a bordo di una moto le si erano avvicinati. Uno dei due ha sparato contro di lei diversi colpi di pistola calibro 45 ferendola all’addome, al gluteo, al fegato e ai polmoni. 

 

La corsa in ospedale non è servita a salvarle la vita. 

 

Secondo le testimonianze raccolte da Artìculo 19, organizzazione impegnata nella difesa della libertà di stampa e di espressione, i due uomini la stavano aspettando. María Elena Ferral, 50 anni, due figli di 10 e 24 anni, «aveva alle spalle una lunga carriera giornalistica», racconta Itzia Miravete, coordinatrice del gruppo di documentazione e indagini della Ong, contattata via Skype. «Copriva tutte le informazioni relative alla zona di Papantla, una regione caratterizzata da violenze, corruzione e costanti attacchi contro i diritti umani». 

Da Artìculo 19 sono convinti che il movente della morte di María Elena Ferral debba essere cercato nel suo lavoro. Il 12 marzo 2020 la giornalista aveva pubblicato un articolo sulla rubrica che curava su Facebook chiamata Polaca Totonaca, dal nome di uno dei popoli indigeni del territorio di Veracruz, nel quale ricostruiva le violenze e gli omicidi commessi in un clima di impunità da parte di un gruppo politico locale per conquistare il potere alle elezioni comunali, scrivendo nomi e cognomi.  ‘La lotta per il potere. Parte prima’, era il titolo. 

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Maria Elena Ferral – Foto Facebook

«Quel gruppo è capeggiato dallo stesso uomo che nel 2016 l’aveva minacciata di farla sparire», ricostruisce Miravete. Era infatti il 29 marzo del 2016 quando María Elena Ferral denunciò di aver ricevuto minacce da Basilio Camerino Picazo, ex sindaco di un comune della zona, Coyutla, in quel momento candidato per il Partido Revolucionario Institucional (Pri) a deputato del municipio di Papantla, uno delle 212 zone amministrative in cui è diviso lo stato del Veracruz.

Come riportato da Artìculo 19, per quelle minacce la giornalista presentò un esposto alla Fiscalía Especializada de Delitos Electorales y en Delitos contra la Libertad de Expresión di Veracruz, procura che si occupa dei crimini commessi verso i giornalisti, ma nessuna accusa venne mossa contro Camerino Picazo. «Nel 2016 la Comisión Estatal para la Atención y Protección de los Periodistas (la commissione statale di protezione per i giornalisti, ndr) le assegnò un dispositivo gps come misura di protezione ma nel 2018 decise di ritirarla». Per Miravete «ci sono elementi sufficienti per esigere che la procura indaghi sui legami tra la sua morte e il suo lavoro e che si applichi il protocollo previsto in caso di reati contro la stampa perché pensiamo che l’obiettivo degli assassini sia stato silenziarla».

Rileggere oggi quanto scritto all’epoca dal giornalista Javier Risco sulle colonne del quotidiano Vanguardia aiuta a capire il clima in cui si è consumato l’omicidio della direttrice di Quinto Poder del Veracruz. In un editoriale del 21 aprile 2016 dal titolo ‘Ya le falta poco’, ‘Ormai le manca poco’, l’amico e collega ricostruiva quelle minacce, chiudendo con questa frase il suo intervento: «Maria Elena ya no está sola». Al suo fianco, la rete dei giornalisti veracruzani contro l’allora governatore Javier Duarte. A distanza di quattro anni, Javier Risco è stato costretto ad aggiornare quell’articolo con un commento su El Financiero, il giornale per cui lavora oggi.

La protesta di Livia Diaz a Xalapa, nella piazza intitolata a Regina Martinez – Foto di Javier Landa

Poche ore dopo l’omicidio il governatore del Veracruz Cuitláhuac García Jiménez, sui suoi canali social, ha condannato l’accaduto e promesso che non ci sarà impunità. Jesús Ramírez Cuevas, portavoce del presidente del Messico, Manuel López Obrador, ha definito l’omicidio un «attacco alla libertà di espressione» e spiegato che la giornalista nel 2016 aveva ricevuto minacce ma «non aveva accettato di essere inclusa nel Meccanismo di protezione per i difensori dei diritti umani e per i giornalisti della Segreteria del governo federale», una decisione che nella maggior parte dei casi comporta il trasferimento a Città del Messico [come abbiamo raccontato in questa puntata della serie “Giornalisti nel mirino”] come prima misura di protezione. Anche l’amministrazione di Obrador, spiega il portavoce, «aveva offerto la protezione del Meccanismo, ma lei aveva rifiutato». 

La morte di María Elena Ferral ha riportato l’attenzione mediatica, anche europea, sulla situazione messicana, uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti: nel 2019 sono stati dieci i reporter uccisi. Per Artìculo 19 María Elena Ferral è la prima giornalista uccisa quest’anno. In Michoacán il 7 gennaio 2020 Fidel Ávila Gómez, conduttore della radio La Ke Buena, è stato trovato senza vita a più di un mese di distanza dalla sua scomparsa. Le Ong che si occupano di libertà di stampa sono ancora al lavoro per capire se la sua morte è legata alla sua professione.

«Quando ha pubblicato il suo ultimo articolo le dissi di prendere precauzioni, di non esporsi così», il racconto della figlia Fernanda, 24 anni, ai funerali della madre raccolto dal giornalista e amico Miguel Ángel León Carmona. «Era cosciente che in qualunque momento sarebbe potuto accadere quel che è successo ieri. Mi aveva preparato a tutto questo ma pensavo che non sarebbe mai successo». 

Foto Red Veracruzana de Periodistas

«María Elena Ferral non si fermava davanti a niente» ci racconta via Skype la giornalista veracruzana Norma Trujillo Báez, membro del Colectivo Voz Alterna. «Nella zona della sierra Papanteca il lavoro dei giornalisti è molto difficile: i problemi di quella parte del Veracruz raramente emergono a livello statale e sono pochi i mezzi di comunicazione che se ne occupano. Ma il vero problema di questa zona sono le minacce che i giornalisti subiscono da quelli che qui chiamiamo caciques (“reucci”, ndr), politici e imprenditori locali il cui unico obiettivo è evitare che certe notizie escano dalla sierra. In quelle zone non è previsto il giornalismo di inchiesta, non sono previste figure come María Elena Ferral». 

[La figura dei caciques è spiegata in questa puntata, nell’intervista al giornalista Federico Mastrogiovanni]

L’omicidio ha riportato il Veracruz indietro di diversi mesi. L’ultimo agguato mortale contro un cronista, in quello che è lo stato del Messico più letale per i giornalisti, risaliva all’inizio di agosto del 2018, quando nel municipio di Actopan venne ritrovato il corpo senza vita di Jorge Celestino Ruiz Vázquez, reporter de El Gráfico de Xalapa

«Era diverso tempo, considerando che nel Veracruz dal 2000 a oggi sono stati uccisi 28 giornalisti, che nello Stato non si verificavano omicidi. Ci siamo illusi che, a poco a poco, il livello di violenza fosse diminuito ma, evidentemente, siamo costretti a ripensare questa posizione» commenta Itzia Miravete. «La morte di María Elena Ferral dimostra come, oggi, le zone da attenzionare maggiormente sono gli estremi dello Stato». Xalapa e “il porto”, come qui chiamano la città di Veracruz, «sono oggi più sicure, lì le autorità hanno una maggiore capacità di risposta. Ma al nord e al sud non è così».

Manifestazione per Maria Elena Ferral – Foto di Livia Diaz

«Sono zone di nessuno» ci spiega Norma Trujillo. «Certo, sotto il governo di Javier Duarte (il precedente governatore, costretto alle dimissioni nel 2016 a causa delle accuse di corruzione, ndr) la paura era molto più forte. Lo Stato era governato dai suoi scagnozzi, direttamente collegati ai gruppi criminali. Oggi la situazione è migliorata, ma è un discorso che vale per la Capitale [Xalapa, ndr] e Veracruz». L’impegno dell’attuale governatore, Cuitláhuac García Jiménez, candidato di Morena, partito del presidente Obrador, eletto alla fine del 2018, «è stato notevole in termini di volontà» ma «per quanto concerne la protezione concreta dei giornalisti non ci sono stati cambi sostanziali. Sono diminuiti i rischi, questo sì, ma come dimostra la vicenda di María Elena Ferral, questo non è sufficiente. I giornalisti della “provincia” sono soli e lo stato di Veracruz non è in grado di garantire nessun tipo di sicurezza in quei luoghi dove a comandare sono i caciques».

Il risultato è che «oggi, come dopo la morte di Regina Martinez», corrispondente del Proceso uccisa nell’aprile 2012, figura simbolo del giornalismo di inchiesta veracruzano, «siamo qui a chiedere giustizia per l’ennesima morte di un giornalista sapendo che, al 99%, non avremo nessuna risposta. Che anche questa morte resterà impune. Sappiamo che, probabilmente, si arriverà a condannare chi ha sparato, ma non sapremo mai il nome dell’autore intellettuale dell’omicidio di María Elena».

Foto Artìculo 19

[Questo pezzo fa parte della serie giornalistica Giornalisti nel mirino di Ylenia Sina e Daniele Nalbone. A differenza di tutti gli altri, abbiamo ritenuto di renderlo disponibile liberamente anche a chi non fa parte della comunità di lettrici e lettori di Slow News perché è un articolo che non era previsto e che avremmo tanto voluto non scrivere, un articolo doloroso. Se ti colpisce, vai a leggere tutti gli altri sette episodi. Costano, sì, ma decidi tu quanto pagare.]

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