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EP2 – Giornalisti e cittadini ai tempi dell’emergenza

[Questo pezzo fa parte della serie Emergenza!, che curo per Slow News. La serie è riservata agli abbonati. Abbiamo deciso di rendere questo pezzo “free”. Se ti piace quel che facciamo, abbonati per sostenerci: scegli tu quanto pagare. La foto l’ho scattata a Barcellona. Lo stencil è di TvBoy.]

Che cosa può fare il giornalismo per aiutare i cittadini in una situazione di emergenza o di potenziale emergenza?

Mentre scrivo, siamo dentro l’inizio di un’emergenza sanitaria in Italia, dovuta alla scoperta di casi di COVID-19 (ovvero il Corona Virus Disease 2019, la malattia causata dal virus SARS-CoV-2, il cosiddetto “nuovo coronavirus”).

Forse è controintuitivo, ma anche se non sappiamo esattamente cosa accadrà, possiamo stabilire come agiremo se l’emergenza si presenterà.

È per questo che le funzioni di Protezione Civile sono quattro e si dividono in

  • previsione
  • prevenzione
  • soccorso e gestione dell’emergenza (*)
  • ripristino

Ciascuna di queste funzioni ha le sue fasi e le sue regole e dovrebbe avere persone esperte e fondi dedicati. La loro gestione è un compito complesso.

L’emergenza prevede – purtroppo – la sospensione del normale diritto per introdurre una situazione di eccezione, volta a risolvere la situazione se sono richieste misure drastiche.

Il giornalismo potrebbe operare secondo le medesime 4 funzioni per aiutare i cittadini.

In un contesto emergenziale o pre-emergenziale, quando si comunica ad un pubblico potenzialmente interessato dall’emergenza, bisognerebbe ricordarsi, prima di tutto, che i primi destinatari dell’informazione sono i cittadini che sono anche coinvolti nell’emergenza stessa. 

Per questo bisognerebbe:

  • fare molta attenzione ai titoli e alle immagini e ai video: il loro effetto è dirompente
  • evitare il ritmo eccessivo
  • evitare gli aggettivi
  • evitare ogni tipo di enfasi emotiva
  • enfatizzare, invece, tutto ciò che riguarda le informazioni di servizio e di necessità (ad esempio: aree a rischio, buone pratiche di prevenzione, contenuti delle ordinanze)
  • evitare il dichiarazionismo, cioè riportare virgolettati che hanno il solo scopo di amplificare concetti non utili al cittadino
  • evitare di dare a priori enfasi negativa alle eventuali misure precauzionali che le autorità competenti hanno reso necessarie, aumentando allo stesso tempo la vigilanza sulle modalità con cui vengono decise, progettate, applicate queste misure precauzionali. Spesso nelle situazioni di prevenzione o di emergenza vengono prese decisioni che sembrano strane o spaventose (per esempio: i treni che non fermano nelle stazioni di un focolaio di una malattia, le università chiuse, l’invito a ridurre la socialità). Ebbene: spesso queste misure sono dettate da necessità e urgenza. Andrebbero raccontate per quel che sono. Se si dimentica la prevenzione gli effetti sono disastrosi
  • evitare di far pensare al peggio (nel caso del coronavirus, per dire, è inutile enfatizzare il conteggio di contagiati e morti. Le misure precauzionali vengono prese non tanto per la letalità della malattia quanto per evitare che si diffonda troppo, visto che per ora non esiste alcun vaccino)
  • evitare di diffondere il panico e di generare ansia (a titolo esemplificativo: usare immagini “shock”, la parola “paura” nei titoli, farcire di pallini rossi lampeggianti le homepage dei siti di informazione, aumentare a dismisura le dimensioni del font, replicare all’infinito condivisioni sui social con il conto di contagiati / feriti / morti.
  • in generale, fare una moratoria sullo shock (come scrivevo il 29 luglio 2014 quando ero ancora direttore di Blogo.it e avevo disposto la sospensione dai nostri articoli di tutte le parole enfatiche tipo «shock (o choc), emergenza, urgenza, incredibile, straordinario, impossibile, eccezionale, geniale, capolavoro» e simili)
  • spiegare per filo e per segno tutti i concetti legati allo stato d’emergenza, in maniera semplice e lineare, in modo che sia chiaro per tutti che cosa comporta: il cittadino non è tenuto a sapere cosa voglia dire “zona rossa”, è un termine che fa già paura da solo;
  • vigilare su eventuali abusi di potere nello stato d’emergenza, vigilare sulle ordinanze, sulle dichiarazioni che vanno verificate, sulla competenza di chi prende decisioni, sugli interessi economici prima, durante e dopo l’emergenza, senza insinuare e senza lasciare spazi di manovra al complottismo (in altre parole verificare, verificare, verificare e fare giornalismo d’inchiesta anche su questi temi, anziché limitarsi alla cronaca battente)

Questi principi possono essere adottati non solo facendo slow journalism, ma anche avendo a che fare con la necessità di un lavoro più “veloce” e legato alle breaking news.

Basta pianificarlo prima.

(AP)

(*) aggiornato aggiungendo “soccorso”, grazie alla segnalazione di Gabriele Cruciata.

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