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Ti è mai capitato di sentirti dire, come giustificazione, come obiezione, come risposta qualcosa che suona tipo “Eh, ma si è sempre fatto così”?

Non sono una cartomante, ma sono pronto a scommettere che la maggior parte del persone che leggeranno questa domanda penseranno: «Sì, certo».

Cosa c’entra questo con Il mondo nuovo?

C’entra eccome.

«Si è sempre fatto così» è una delle scuse più utilizzate da chiunque voglia opporsi a un qualsivoglia processo innovativo: me la sono sentita dire un sacco di volte, quando mi sono occupato, come consulente o come formatore, di percorsi innovativi. Qualche volta è una scusa talmente potente e talmente radicata che non puoi farci proprio nulla. Devi prenderne atto e lasciar andare le cose così come le vogliono i paladini dello status quo, rassegnandoti al ruolo di Cassandra. 

Il fatto è che la natura – non soltanto la natura umana – è per definizione soggetta a un cambiamento continuo, nella sua stagionalità e nella sua ciclicità ma anche nella sua progressione non lineare. Innovare è naturale. E per farlo è meglio avere un metodo.

Qualche anno fa, nel 2005, è uscito un libro che è diventato un best seller, soprattutto nel mondo di chi innova. Come tutti i best seller scopri che ha venduto tanto, che è stato letto poco e che è stato applicato pochissimo. Ma alcuni termini di quel libro – a cominciare dal titolo – sono diventati dei mantra. Quel libro si intitola Strategia Oceano Blu (se puoi leggerlo in inglese, lo trovi anche gratis su Open Library).

Magari l’hai già sentito nominare, magari l’hai letto oppure te ne hanno parlato in toni entusiastici o dicendoti che è un cliché e che è aria fritta: è un po’ il destino di tutto ciò che ha successo, diventare un cliché.  Soprattutto nel mondo vecchio, quello in cui ti fanno credere che le cose cambiano a una velocità cui non si riesce a star dietro. 

In ogni caso, semplificando, l’idea dell’Oceano Blu è questa. Se tutti competiamo, per esempio, in un mercato dove fanno tutti la stessa cosa, ad un certo punto quel mercato diventerà saturo. E allora ci sono due strade: o abbassare il prezzo di quel che vendi o aumentare la qualità di quel che vendi. Ma anche queste due strade saranno presto percorse dagli altri e si ritorna daccapo. E così, il mercato in cui lavori, il mondo in cui ti muovi, diventa un’oceano rosso. A me piace immaginarlo popolato di squali che si sbranano talmente tanto fra di loro che l’acqua di quell’oceano è rossa del loro sangue e di quello delle loro vittime. Un po’ splatter, ma rende l’idea. 

Allora, i due docenti e analisti che hanno scritto il libro, W. Chan Kim e Renée Mauborgne, dopo aver analizzato 150 casi di successo in vari ambiti, dicono che c’è un’altra strada, diversa dall’azzannarsi a vicenda. Ed è quella di cercare oceani blu. Di evitare la competizione per aprirsi a modelli nuovi, idee diverse. 

Ecco, se pensi a Slow News, in un certo senso, è un tentativo di cercare il nostro Oceano Blu. 

Nel 2017, Chan Kim e Mauborgne hanno pubblicato il seguito del loro libro: si sono messi ad analizzare una serie di realtà che hanno applicato le loro idee, ne esaminano successi e fallimenti cercando di individuare il denominatore comune per capire come spostarsi nel prossimo Oceano Blu. 

C’è persino una nazione al mondo che ha un suo piano strategico di sviluppo basato sulla Strategia Oceano Blu.

È la Malesia. Certo, non è detto che applicare una strategia sensata sia per forza sinonimo di “tutto va ben”.
Per dire, se penso alla Malesia mi ricordo di un deputato processato e incarcerato per sodomia (Anwar Ibrahim). So, nonostante il mio detox dalle news, che l’ex premier è stato condannato per corruzione (ho Googlato per scrivere questa newsletter!). Insomma, mi rendo conto che non sto parlando di un posto che tenderei a definire ideale.
Però, per esempio, ha applicato la strategia Oceano Blu per una sperimentazione di successo nel sistema carcerario.

Ne parleremo abbondantemente, perché uno dei temi-pilastro del Mondo Nuovo è il modo in cui concepiamo l’amministrazione della giustizia, gli scopi della polizia e del carcere.

Siccome il mondo è un affare complesso, come ci ha appena dimostrato la questione-Malesia, ho il dovere di dirti che, secondo alcuni critici, tutta l’operazione Oceano Blu potrebbe essere una gigantesca operazione di branding per le due persone che l’hanno inventato. I quali, in effetti, continuano a camparci. 

Eppure alcune idee di fondo di questa strategia sono simili ad altri percorsi che si propongono quantomeno di facilitare l’innovazione. 

Uno dei punti di partenza di questa facilitazione è, pensa un po’, smettiamo di dire che abbiamo sempre fatto così e di usare questa frase come scudo contro qualsiasi cambiamento.

Se quel “così” è fatto per mantenere lo status quo, per favorire le élite, per ostacolare la mobilità sociale, per fare in modo che chi ce la fa replichi i vecchi schemi per difendere le proprie rendite di posizione, allora è un “così” che non funziona più. Non è un’opinione. È un dato di fatto.

Vuoi un esempio? Secondo te, ha senso, funziona, è sostenibile un’industria editoriale che manda al macero centinana di migliaia di libri ogni anno solo perché si è sempre fatto così?

La domanda non è messa lì per caso: il concetto di sovrapproduzione è uno degli elementi cardine dell’insostenibilità. E fa parte anche del pilastro cultura e editoria del mondo nuovo.

Non possiamo modificare il passato anche se viaggiamo nel tempo. Ma possiamo rimodellare insieme il futuro. Con il tempo che ci vuole.

Se vuoi, scrivimi per dirmi che ne pensi.

Alberto


Nell’immagine, di pubblico dominio, il principe di Salina Fabrizio Corbera interpretato da Burt Lancaster nel film “Il Gattopardo”, diretto da Luchino Visconti e tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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