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Il mangiar bene

Il porco di contrabbando

Immagina un viaggio in nave di almeno 8 giorni affrontato in terza classe. Quella sporca, affollata e disperata, riservata ai derelitti di tutto il mondo. Immagina un viaggio scomodo e spaventoso in mezzo al nulla per arrivare in una terra di cui non conosci assolutamente niente, nemmeno la lingua. Dove non conosci nessuno, nemmeno gli altri italiani come te. Immagina che per arrivare su quella nave, attraccata al porto di Napoli, hai percorso a piedi, a dorso di mulo o su uno scomodo carretto agricolo qualche centinaio di chilometri in una transumanza difficile e impervia. Altri 10-15 giorni. Immagina i saluti, il paese e tutta la famiglia radunatisi mentre ti carichi in spalla il bagaglio rigido e parti verso l’ignoto: le raccomandazioni, gli ammonimenti, le lacrime. Immagina di farlo perché devi, perché non hai grandi alternative.

Sarebbe pensabile affrontare tutto questo senza un po’ di conforto?

Gli emigranti italiani che arrivarono negli Stati Uniti per primi, nella seconda metà dell’Ottocento, scoprirono loro malgrado che lì, nella Terra delle opportunità, alcuni dei loro cibi preferiti erano off limits. Potevano introdurre formaggi a pasta dura e pochi altri generi alimentari, il resto avrebbero dovuto sudarselo sul posto. I salami, le soppressate, le pancette, i capocolli, i prosciutti e la ‘nduja venivano gettati dalla polizia direttamente nel fiume Hudson, nel porto di New York. La voce cominciò a circolare e le generazioni successive di migranti, imparata la lezione da qualche parente o qualche amico, cominciarono a pensare a come risolvere l’annoso problema. A come potersi garantire un po’ di conforto nell’ignota America. La soluzione era a portata di mano, tanto geniale quanto innovativa.

L’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) stima che tra il 1876 e il 1900 276.000 calabresi fecero fagotto per emigrare all’estero, verso l’America Latina e gli Stati Uniti. Un numero più che raddoppiato nei quindici anni successivi: tra il 1901 e il 1915 infatti furono oltre 603.000 i calabresi emigrati. I campani, nel quindicennio precedente la Grande Guerra, furono quasi un milione. I siciliani 1,1 milioni.…

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