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Il triage industriale è un imperativo morale

Dobbiamo imporre ai governi di finanziare ciò che ha un futuro ed è sostenibile, lasciando andare e fallire ciò che non ce l'ha.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Italo Calvino, Le città invisibili.

Nelle difficili e lunghissime settimane di emergenza Covid-19 che abbiamo attraversato abbiamo imparato sulla nostra pelle e su quella dei nostri cari il significato di un termine che in medicina si usa comunemente da anni: Triage.

Triage è una parola che deriva dal francese e che significa cernita, scelta, selezione, smistamento. Anche se con la pratica del triage ci siamo abituati tutti da sempre — il colore che ci assegnano ogni volta che ci capita di andare al pronto soccorso e che sancisce la priorità e l’urgenza che richiede il nostro stato è un triage — l’uso di questa parola tecnica si è diffuso sulle pagine dei giornali, nei telegiornali ed è entrato con violenza nelle nostre vite perché ha riguardato direttamente la vita e la morte nostra e dei nostri cari.

In queste settimane, in qualche modo, siamo stati obbligati a digerire che, in caso di scelta binaria, bisogna scegliere chi salvare e chi no. Se c’è un solo posto in terapia intensiva e se si deve scegliere tra nostra nonna di 97 anni e un’altra persona di vent’anni più giovane, si sceglie la seconda. Sì, anche se quella scelta significa la morte di nostra nonna. Perché se entrambi non li puoi salvare, devi salvare chi ha più speranza di vita. Il problema è che ci hanno obbligati a pensare che sia giusto così, non investendo a sufficienza in una sanità scalabile, che possa davvero prendersi cura di tutti.

Ora, quelle settimane incubotiche sembrano alle nostre spalle, almeno per un po’. Ora, finita la risacca dell’oceano che precede lo tsunami, sta per arrivare l’ondata che travolgerà la vita economica, sociale e politica di tutto il mondo. Ora, quella scelta che così dolorosamente abbiamo dovuto forzatamente accettare, dobbiamo avere il coraggio e la determinazione di imporla all’economia. Dobbiamo imporre un triage industriale.

Che cosa significa? Che di fronte alle risorse limitate che i nostri Stati hanno a disposizione, dobbiamo scegliere quali industrie e quali settori economici e commerciali hanno un futuro e quali no e investire massicciamente sui primi, lasciando morire i secondi.

Come abbiamo deciso lucidamente di salvare chi aveva più speranza di vita di fronte alla malattia, ora dobbiamo decidere lucidamente di salvare chi ha un futuro e di lasciar morire chi non ce l’ha.

Questo ci porta a una domanda a cui non sembra semplice rispondere: quali sono i settori che un futuro ce l’hanno e quali quelli che invece non ce l’hanno?

George Monbiot, in un articolo pubblicato sul Guardian il 29 aprile 2020, una risposta la dà e indica tre settori industriali su tutti: produttori di auto, compagnie aeree e aziende petrolchimiche. Perché proprio loro? Semplice: basta, scrive Monbiot, «fare quello che loro stesse chiedono sempre ma che non hanno mai voluto: lasciare scegliere il mercato. In altre parole, lasciarle fallire».

Monbiot ha ragione e puntella il suo bellissimo articolo di tutti i dati che provano come quei tre settori, senza l’intervento dello Stato a salvarli, sarebbero belli che falliti da anni.

La verità è chiara da qualche decennio e chi la voleva vedere lo sa: il salvataggio a suon di miliardi delle aziende “troppo grandi per lasciarle fallire” è stato imposto dalla classe capitalistica transnazionale, che è poi quella che possiede e dirige tutte le aziende dei settori di cui stiamo parlando, attraverso una strategia di pressione mediatica, lobbistica e comunicativa a 360 gradi.

Quella strategia, come dice in molte occasioni e in molti modi Luciano Gallino nel libro intervista La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, 2012), è a tutti gli effetti un’arma della lotta che la classe dei privilegiati — loro — sta combattendo, e vincendo, contro quella dei subalterni — noi.

Monbiot non è da solo. Poche ore prima della pubblicazione del suo articolo, sempre sul Guardian, usciva una notizia che in Italia non ha avuto assolutamente alcuna eco, su nessun quotidiano, su nessuna televisione, su nessuna radio, su praticamente nessun sito internet. L’unico articolo italiano che ne parla si trova sul sito rinnovabili.it.

La notizia, che forse ha ispirato Monbiot nella stesura del suo pezzo, era che António Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite, in un intervento nel contesto del Petersberg Climate Dialogue ha dichiarato che «Where taxpayers’ money is used to rescue businesses, it must be creating green jobs and sustainable and inclusive growth. It must not be bailing out outdated, polluting, carbon-intensive industries», riporta il Guardian.

Il segretario delle Nazioni Unite è molto chiaro: bisogna creare lavori “verdi” e una crescita sostenibile e inclusiva.

Il 9 aprile del 2020, quando il mare era ancora in risacca, ma quando era chiaro che il vero tsunami sarebbe quello che ci aspettava dopo, mi ero posto una domanda che mi frullava da un paio di settimane in testa e che riguardava proprio questo “triage industriale”.

Scrivevo:

E continuavo in altri due tweet:

«Avrà senso salvare l’agricoltura prima delle compagnie aeree?
E la sanità prima dei produttori di auto?
E il commercio di prossimità prima della GDO?
È una domanda seria, credo dovremmo porci il problema veramente. Per me avrà molto senso.


I settori in cancrena useranno il ricatto di sempre: se non ci salvate, milioni di persone perderanno il lavoro. Ma se investiamo massicciamente sui settori prioritari, se li ripensiamo profondamente, radicalmente per durare nel tempo, di lavoro ce ne sarà. Mi sbaglio?»

Ancor più di quel 9 aprile, ora credo che non solo abbia senso quello che mi chiedevo, ma che sia talmente necessario da essere un imperativo morale di tutti popoli di questo mondo.

Siamo di fronte a un bivio e la scelta non ci verrà riproposta.

Se sbagliamo strada, daremo le chiavi del futuro a chi negli ultimi decenni si è arricchito a spese delle comunità di tutto il mondo mettendo in pratica economie estrattive, strategie predatorie e pratiche distruttive. Si tratta di quella classe di persone — poche, ricchissime e quasi sempre bianche — che negli ultimi anni hanno investito centinaia di milioni di euro per fare pressione sui governi, per comprare politici, per impedire il passaggio a una economia sostenibile per tutti.

Sono gli stessi che, in Italia, investono centinaia di milioni di euro in pubblicità, quella stessa pubblicità che tiene in piedi i media che loro stessi possiedono e che servono loro per continuare quella che in Contro l’automobile ho battezzato Inception e che non è altro che la più grande operazione della storia di manipolazione dell’immaginario collettivo.

Questi sono quelli che secondo Gallino hanno condotto la contro guerra di classe negli ultimi decenni. Sono gli stessi che ora, in modo chiaro e palese, stanno lottando strenuamente per una vera e propria Restaurazione del sistema che li ha resi potenti e ricchi come mai nessuno sulla Terra. E sono anche gli stessi che si nascondono dietro alla domanda: Ma perché i giornali italiani di queste cose non parlano e il Guardian sì?

È molto semplice: perché il Guardian ha deciso di fare a meno dei loro soldi, mentre i giornali italiani sono di loro proprietà. Come faccio a dirlo? Basta che vai a cercare su Google i loro consigli di amministrazione, sono informazioni pubbliche. Questo è quello di GEDI, che fa parte di Exor, che è la holding della famiglia Agnelli che possiede Repubblica, La Stampa, L’Espresso, The Economist. Questo è quello di Rcs, che è l’editore del Corriere della Sera. Questo è quello del Sole24Ore, che è di proprietà di Confindustria. Puoi andare avanti anche tu.

Sono di chi costruisce le auto, di chi produce combustibili fossili, di chi possiede ogni tipo di concentrazione industriale e immobiliare, sono di chi dirige le assicurazioni, le banche, l’edilizia. Sono di quei pochi che investono un mare di soldi per impedire ai molti di costruire un mondo nuovo che sia sostenibile e in cui non siamo più i loro schiavi.


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La foto in apertura è di Carlos “Grury” Santos ed è disponibile su Unsplash.

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