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Noi buttiamo il latte, tu come stai?

Non c'è niente, è bellissimo!

Il Quercy è un luogo anonimo, senza un volto preciso. Non c'è niente. Ed è bellissimo.

Nell’estate del 2019 camminavo da diversi giorni lungo il Lot, il fiume che attraversa il Quercy, una zona persa nell’Occitania francese. In quei giorni mi lasciavo alle spalle una laurea in Filosofia, la mia comoda vita a Roma, una lunga e turbolenta storia d’amore. Di guardarmi troppo indietro non ne avevo voglia, quel passato era giusto che restasse dov’era. Sentivo il bisogno di aria, di spazio soprattutto, era il tempo di mettermi a camminare. Questo bisogno non era nuovo: una reazione istintiva ogni qual volta, nel corso della vita, ho provato emozioni forti. Che fosse per farmi un giro nel centro di Roma o in Val Maria in Piemonte, i primi passi li ho sempre mossi con il medesimo impeto.

Questa volta era toccato al Quercy, un luogo anonimo, senza un volto preciso da poter mettere in prima pagina in qualche rivista turistica. L’ho trovato grazie a Fredo, un caro amico regista che vive in Piemonte. In quelle zone stava girando un documentario. Le sue parole mi hanno colpito subito: «Non c’è niente, è bellissimo!» Volevo andare a vedere quel niente. Scoprirlo. È stato facile organizzare quel viaggio: poche tappe, lunghi chilometri, uno zaino con nulla in più di quel che avevo bisogno.

Dopo il quinto giorno di cammino stavo iniziando a guardare oltre quel niente, passando dentro a foreste di querce piccole, storte, nodose. Alberelli rinsecchiti, che parevano ergersi a stento da quella terra. Lì se si scava con le unghie non si trovano radici, ma sassi. Sassi bianchi.

Questa terra nel Quercy viene chiamata anche Causse, un termine della lingua D’oc, occitana, che indica un terreno con una formazione geologica calcarea. Tutto qui fa fatica a crescere, a trovare il proprio spazio vitale, e quando si vede un fiore o un albero si ha la sensazione che portino in loro una certa saggezza, un’anima antica frutto di infinite lotte con la roccia per sopravvivere. Quando attraversavo quei boschi radi, avevo l’impressione di camminare dentro un enorme fossile. Anche perché i fossili, nel Causse, li puoi trovare ovunque, anche camminando e raccogliendo un sasso. Io ho trovato una bellissima conchiglia, un giorno.

Ecco il niente. Qui non ci sono fabbriche, grandi aziende agricole, perché non conviene. È un luogo lasciato indietro, ma grazie a questa apparente staticità si può trovare tanta viva realtà: un vecchio cercatore di tartufi con il suo cane, una biblioteca in un piccolo paesino, pastori con le loro capre. È un luogo abitato da chi lo vive ogni giorno, anche se durante l’estate è possibile incontrare qualche parigino in cerca di avventure. Evento poco gradito ai rustici abitanti del Quercy.

Foto di Ornella Lo Surdo

Dopo una settimana, all’ottavo giorno, mi ero fatta 11 km sotto la pioggia. Ricordo che era una pioggerella fina, sotto il mio impermeabile sentivo le gocce scivolare veloci e risolute. Eppure, quello è stato il giorno più bello. Un giorno intero dentro un bosco, da sola, con solo un cane vagabondo che mi ha seguito per alcuni chilometri. Le foglie stavano iniziando a ingiallirsi, l’inizio dell’autunno era vicino, e in quella luce filtrata dai rami ero dentro una mia dimensione, senza accorgermi che ero finalmente arrivata a Lherm, la mia tappa per quella notte.

Il problema era dove piantare la tenda; c’era fango ovunque e avevo davvero freddo. Per un attimo ho pensato di accamparmi davanti alla chiesa del paese, dove c’era uno sprazzo di terra ancora praticabile. Niente da fare, i picchetti non tenevano. Ho iniziato ad agitarmi, all’epoca il mio francese non era buono, e non conoscevo nessuno. Sinceramente non avevo voglia di gelare da sola in un paesino sconosciuto. Poi sono arrivate sulla piazza delle capre. Un briciolo di speranza: se ci sono delle capre ci deve essere anche un pastore.

Era una ragazza.

«Si tu t’es perdu, si tu as froid, suis-moi».
«Se hai bisogno di un tetto sopra la testa vieni con me». E così ho fatto: lei era Vicky. E quelle erano le sue capre. 

Con Vicky e Oliver, il suo compagno, abbiamo condiviso i lavori nella stalla, il pascolo delle capre e a fine giornata la mungitura. Sono produttori di Cabécou, un formaggio che viene prodotto esclusivamente nel Quercy ed ha la certificazione D.O.P.

In quei pochi giorni ho potuto solo intravedere tutto quel che c’era dietro alla loro scelta: essere dei pastori. Produrre un formaggio di qualità mantenendo un rapporto rispettoso con l’ambiente che li circonda. Rimanere piccoli produttori. Per loro non avevo domande, restavo a guardare il loro entusiasmo; un’energia che li accompagnava per tutta la giornata. Io spesso arrancavo dietro i loro grandi passi. Ricordo che all’epoca provai una certa invidia: quando vedevo i loro movimenti, il loro sguardo, sembravano proprio essere al loro posto, in armonia con ciò che li circondava. Io non ero così.

Sono ripartita con un grande silenzio dentro, sapendo che per arrivare ad un livello di consapevolezza come il loro avrei dovuto ancora fare molta strada. 

Non ci siamo sentiti né scritti per quasi un anno, poi un giorno mi arriva un’e-mail: era Vicky. Era Aprile 2020. Stavo in casa da diverse settimane, come tanti oltre a me, a causa della pandemia da Coronavirus.

«Nous on jette du lait. Et toi comment ça va?».

«Noi stiamo buttando il latte. E tu come stai?»

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