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Diario delle cose che restano

INVALSI e quell’idea che vada tutto male e che serva il miracolo

Il 6 luglio 2022 sono stati presentati al pubblico i risultati delle prove Invalsi. Come spesso accade, alla presentazione sono seguiti pezzi di giornali. In gran parte frettolosi e riassunti da titoli ancor più frettolosi e sempre uguali.
Per i giornali la notizia è che sono usciti i dati. E per il modo in cui la maggior parte dei giornali si concepiscono, bisogna drammatizzare i numeri per parlarne.

Cosa dovremmo sapere noi? Intanto: cos’è la prova INVALSI?

È una prova standardizzata (cioè uguale per tutti).
Viene somministrata ogni anno in alcune classi delle nostre scuole (attualmente sono: II e V anno della primaria, III della secondaria di I grado, II e ultimo anno della secondaria di II grado).

Quali sono gli scopi della prova INVALSI?

Molteplici

  • ottenere informazioni sull’efficacia delle diverse scuole
  • ottenere informazioni sui livelli degli apprendimenti in italiano, matematica e inglese,
  • fornire alle scuole informazioni per autovalutarsi;
  • fornire alle scuole informazioni sugli esiti in modo che esse possano informare le famiglie e i cosiddetti stakeholders (rapporto di autovalutazione)

Secondo Cristiano Corsini (RomaTre, professore ordinario di Pedagogia sperimentale) che abbiamo sentito per scrivere di INVALSI, obiettivi così diversi «generano ambiguità sulle funzioni degli strumenti e incidono negativamente sulla loro validità».

Competenze, conoscenze, abilità: cosa sono?

Qui ci sono delle belle definizioni.
Le conoscenze sono le informazioni che vengono apprese tramite l’insegnamento e lo studio.
Le abilità sono le capacità di applicare le conoscenze  

Le competenze sono le capacità di unire conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e metodologiche e utilizzarle nello studio e nello sviluppo personale. 


Cosa misura, allora, la prova Invalsi?

Nella definizione sul sito ufficiale si trova una frase un po’ complicata: «Le Prove misurano l’apprendimento di alcune competenze fondamentali, indispensabili per l’apprendimento scolastico anche delle altre discipline, così come nella vita, per la cittadinanza o sul lavoro».

Ma si possono misurare le competenze con una sola prova? 

Secondo Corsini «le prove INVALSI non misurano competenze, Misurano alcune conoscenze e abilità in Italiano, Matematica e Inglese. Le competenze sono una cosa più complessa. L’idea che le prove misurino competenze nasce da un madornale errore del ministero, che ha scelto di affidare all’Invalsi il compito impossibile di misurare competenze con prove oggettive».
In effetti, come scrive Dire, Fare, Insegnare, per valutare le competenze « l’alunno viene considerato nella sua totalità di persona».
Cosa che una prova standard non può fare.

Cosa serve per misurare le competenze?

«Sono necessarie più prove, e prove di natura diversa, prove che prevedano di affrontare con tempi distesi situazioni di realtà, aperte, complesse, significative, sfidanti. Per questo le prove invalsi non misurano competenze, ma forniscono informazioni utili su conoscenze e abilità».

Ma allora le prove INVALSI non servono?

Certo che servono. «Forniscono informazioni utili su conoscenze e abilità. Sono misure utili ma non vanno confuse con prove di competenza. Negli stessi documenti invalsi di presentazione delle prove di matematica è esplicitato come ovviamente questo non sia possibile. Per tacere del fatto che la carenza di domande a risposta aperta e complessa, legata alla scelta di non somministrare a campione ma all’intera popolazione, impoverisce ulteriormente tali misure». 

E allora come mai quando leggiamo gli articoli delle prove INVALSI abbiamo, tutti gli anni, la sensazione che ci dicano che cosa sanno fare bambine e bambini, ragazzi e ragazze? E che vada sempre tutto male, sempre tutto peggio?

I risultati sono del tutto simili anno dopo anno. Questo, per i giornali, è un problema per il modo stesso in cui sono pensati gli articoli, i giornali stessi che ti devono dare conto di quel che è successo in un momento e un luogo preciso, spesso senza prospettiva.

In più, mi dice Corsini, «I mass media non hanno sviluppato la capacità di leggere criticamente le presentazioni INVALSI: se lo avessero fatto, avrebbero messo in discussione la possibilità che un costrutto complesso come quello delle competenze possa venir rilevato attraverso prove oggettive».

«A me pare che gran parte del giornalismo assuma i dati acriticamente, senza avere la capacità di ricondurli agli strumenti, ai paradigmi, alle scelte metodologiche e alle impostazioni valoriali e politiche che li hanno prodotti. I dati vengono presentati come naturali, ma io credo che chi lavora nei “media” debba “intermediare”, in questo caso prendendosi la briga di restituire sia il dato sia il processo di costruzione dello stesso».

Come dovrebbero essere usati e raccontati i dati della prova INVALSI?

Ecco cosa pensa il professor Corsini: «Intanto, dovrebbero essere usati con maggior senso della misura. Dopo mezzo secolo di rilevazioni su vasta scala (le prime furono le indagini internazionali IEA), c’è una certa costanza nelle informazioni che forniscono:

– sappiamo che qui in Italia la scuola primaria tiene, che nella secondaria di I e II grado ci sono problemi via via crescenti e che c’è una forte correlazione tra livello sociale, economico e culturale.

Quindi eviterei di usare toni drammatici che accompagnano i fulmini a ciel sereno.

I dati reclamano investimenti strutturali nelle scuole, non certo iniziative una tantum (per esempio basate sull’idea qualche privato con finanziamenti generosi possa portare dentro le scuole un modo di insegnare più efficace.

L’INVALSI in parte lavora già con le scuole: dovrebbe farlo sempre di più e smettere di percepirsi come ente erogatore di dati statistici. È un istituto di valutazione, non di misurazione: per valutare certe misure sono importanti, ma schiacciare la valutazione sulla misurazione impedisce di ipotizzare soluzioni sostenibili ai problemi e di verificarne l’efficacia».


E i giornalisti cosa potrebbero fare?

Potremmo smettere adesso di semplificare senza conoscenza del contesto. Possiamo produrre contenuti come questo. Possiamo mettere le cose in prospettiva.

E tu che leggi, cosa puoi fare? 

Puoi condividere i nostri pezzi, parlarne, diffondere, aiutarci, scappare dalle semplificazioni e dai titoli o dalle letture affrettate.