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The Social Dilemma è un documentario prodotto da Netflix e selezionato per il Sundance 2020. Il suo scopo è quello di mostrarci il lato cattivo della tecnologia.

Dopo l’uscita di The Social Dilemma, si è cominciato a parlarne (sui social e sui giornali, ovviamente) e in Slow News abbiamo deciso di organizzare il nostro primo “Slow Talk” virtuale. Lo abbiamo annunciato sulla nostra newsletter e su Facebook e abbiamo tenuto il talk su Meet di Google.

Eravamo una quindicina di persone e la conversazione è stata molto piacevole, pacata, con i suoi ritmi e con molti punti di vista diversi.

La regola d’oro di questi incontri circolari è che tutti possono parlare liberamente, se lo desiderano. Si può ascoltare senza intervenire. Gli interventi rimangono lì dove sono avvenuti, tranne che per una descrizione generale che è quella che sto facendo qui. È un metodo molto bello, funziona bene anche dal vivo.

Che cosa ci siamo detti?

Ecco i punti cruciali di quel che è emerso dalla conversazione: senza attribuzioni particolari a questa o a quel partecipante: è un’altra regola d’oro per questo tipo di incontri.

Se poi chi ha partecipato lo desidera, saremo felicissimi di proseguire la conversazione qui nei commenti.

  1. – più o meno c’era accordo nell’ammettere che in generale il documentario tende alla semplificazione
  2. – per qualcuno, dato il problema (cioè la dipendenza dai social, ma anche il modo in cui i social sono pervasivi e manipolatori), è meglio questo tipo di racconto che niente
  3. – per qualcuno è un film importante da far vedere anche a scuola
  4. – la parte di fiction nel film è stata giudicata globalmente abbastanza scarsina
  5. – c’è chi ha fatto notare, però, che la fiction è molto “americana”, anche con i nomi parlanti dei personaggi (la protagonista che ha capito tutto si chiama Cassandra), nel pieno della loro tradizione narrativa
  6. – abbiamo parlato di quante americhe e di quanti americani diversi esistano
  7. – abbiamo parlato dell’importanza del realismo quando si affrontano questi argomenti. Un realismo che significa anche: conoscere i comportamenti del nostro cervello e del nostro corpo; conoscere il modo in cui questi strumenti sono progettati, organizzati, immaginati; non pensare che uno strumento è di per sé neutro
  8. – qualcuno ha raccontato di giovanissimi che, vedendo il film, hanno aperto gli occhi rispetto al modo in cui, per esempio, funziona il feed di Instagram
  9. – c’è chi ha visto il film con persone che odiano i social. Alla fine della visione queste persone hanno detto: «Be’, ma devono vederlo tutti perché devono sapere!»
  10. – c’è chi ha parenti che usano i social in maniera violenta e non vogliono saperne di provare a imparare qualcosa
  11. – ad un certo punto abbiamo parlato dello scandalo Cambridge Analytica. E qui c’è stata, probabilmente, la divisione più grande. Perché per alcuni lo scandalo Cambridge Analytica è una farsa cavalcata dai giornali che hanno capito poco o niente del funzionamento degli algoritmi
  12. ci siamo interrogati a lungo sul perché ci sia una specie di attacco ai social. È un trend (vedi i vip che boicottano Instagram)? È genuino? È la ricerca di un nemico facile? È che ci si prepara a dare di nuovo la colpa a Facebook perché vincerà di nuovo Trump?
  13. – in generale abbiamo cercato di mostrare le problematiche del racconto: le fake news si propagano 6 volte più velocemente di una notizia vera? Ci piace pensarlo, ma non è così. I social sono i soli responsabili della polarizzazione della società, o la società è polarizzata e trova nei social uno strumento di espressione di questa polarizzazione?
  14. – abbiamo parlato del fatto che ci serve una tecnologia che aumenti le potenzialità degli esseri umani, non una tecnologia che sfrutti, peggiorandole, le nostre debolezze
  15. – abbiamo parlato del fatto che è un film con un sacco di frasi da maglietta e qualcuno ha detto «è vero, però la frase “Come fai a uscire da Matrix se non sai di essere in Matrix” sarebbe una frase da maglietta bellissima
  16. – abbiamo parlato degli interessi dei protagonisti del film e della possibile pubblicità che ricevono
  17. – abbiamo parlato del fatto che subito dopo la fine del film appaiono i “consigliati” da Netflix
  18. – e Netflix non viene nominato fra i “cattivi”, anche se, per esempio, è un’azienda che pensa che il sonno sia il suo peggior concorrente
  19. – abbiamo parlato dell’importanza di fare “media literacy”, cioè educazione ai media, a scuola
  20. – e anche della possibilità di fare “coding”, programmazione, e educazione alla tecnologia, sempre a scuola
  21. – abbiamo parlato dell’importanza di non semplificare
  22. – abbiamo parlato di questi libri
    1) Capitalismo della sorveglianza
    2) Can’t Sell Won’t Sell
    3) Il prezzo della democrazia
  23. – e io avrei voluto aggiungere, ma me ne sono dimenticato, un lavoro molto importante che si chiama Network Propaganda, che parla sì di manipolazione, ma prima di tutto di Fox News, delle debolezze strutturali dell’ecosistema informativo americano e via dicendo
  24. – abbiamo parlato dei think tank e dei finanziamenti privati alla politica
  25. – abbiamo parlato dell’importanza che chi fa giornalismo e chi prende decisioni politiche sappia alla perfezione di cosa parla
  26. – abbiamo parlato del fatto che è un film che fa paura
  27. – abbiamo parlato del modello di business dei social (che è il modello di business di chiunque venda attenzione. Dunque di chiunque pubblichi pubblicità, per esempio)

Più o meno credo di aver reso conto, nei limiti del possibile, di tutti gli argomenti trattati e delle varie posizioni.

Ok, ma tu cosa pensi di The Social Dilemma?

La prima cosa che penso ora è che è un film che mi ha dato la possibilità di fare una conversazione interessantissima.

Ci sono alcuni dei punti che tocca (il capitalismo della sorveglianza, l’economia dell’attenzione) che mi interessano moltissimo e che sono oggetto di studi anche da parte mia nei limiti del possibile. È un film a tesi, e penso che non ci sia niente di male: ho girato alcuni documentari a tesi. Il punto cruciale dei documentari a tesi, però, è che vanno costruiti con rigore scientifico.

Devono essere a prova di bomba.

Perché? Semplice: fare un documentario a tesi significa partire con una tesi ben chiara in testa e costruire il racconto per dimostrare quella tesi. Ma significa anche che se, mentre fai le tue ricerche o le tue riprese, ti imbatti in argomentazioni o dati che in qualche modo confutano la tua tesi, allora dovrai essere così intellettualmente onesto da modificarla o da darne conto.

Fare un documentario a tesi richiede di rinunciare alla narrazione per slogan o per frasi ad effetto, anche a costo di perdere un po’ in termini di efficacia.

Insomma, i documentari a tesi devono essere verificabili in ogni singolo momento. Perché se ti becco a dire anche solo una stupidaggine non verificabile in un documentario a tesi, il castello di carte crolla completamente.

Nel video qui sopra, ecco perché non funzionano le affermazioni apodittiche. Perché se dici «quando sono uscite le biciclette nessuno si è spaventato per le biciclette» e poi si scopre che sono usciti un sacco di articoli sulle biciclette di cui aver paura, be’, abbiamo un problema.

Pagina 21 del NYT del 7 giugno 1896

Penso che sia un film furbetto e volutamente semplificato. Ho sofferto le correlazioni causa-effetto proposte come verità assoluta senza basi apparenti. L’ho trovato a tratti paternalistico, a tratti auto-assolutorio, mi sono arrabbiato molto per i montaggi di like/scontri, per l’attribuzione ai social dell’aumento della depressione giovanile, per il fatto che la politica è la grande assente, così come la scuola.

Mi sembra che i pentiti della Silicon Valley protagonisti siano un po’ troppo self-confident e che continuino a pensare, anche da pentiti, di sapere alla perfezione cos’è meglio per noi.

Per tutti questi buchi, devo dire che il film mi ha veramente deluso: sono convinto che nell’analisi e nel racconto di questi fenomeni ci voglia rigore, perché una narrazione parziale polarizza immotivatamente la conversazione.

Se vuoi parlarne anche tu con noi, i commenti sono qui per questo!

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