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La cultura del cibo

Diciamocelo: ormai quella del «siamo quello che mangiamo» suona quasi come una litania. Eppure è proprio così, e non solo nell’uso più comune che oggi sentiamo fare di questa celebre frase del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach – sottolineare che ciò che mangiamo influenza il nostro stato di salute. Infatti se «siamo quello che mangiamo» è anche perché il cibo è uno specchio in cui si riflettono la cultura in cui siamo cresciuti e quella in cui viviamo.

A sostenerlo sono pensatori di tutto rispetto come Massimo Montanari, storico dell’alimentazione in forze all’Alma Mater Studiorum. In una delle sue opere, «Il cibo come cultura», Montanari sottolinea come «ogni atto legato al cibo porta con sé una storia ed esprime una cultura complessa», come il cibo sia cultura «quando si produce perché l’uomo ambisce a creare il proprio cibo», come lo sia quando lo si prepara «perché una volta acquisiti i prodotti base della sua alimentazione l’uomo li trasforma mediante la sua tecnologia» e come lo sia quando lo consumiamo perché lo scegliamo «con criteri legati sia alla dimensione nutrizionale, sia a valori simbolici».

Basta poco per trovare riscontri di tutto ciò nella vita di tutti i giorni: se ci troviamo di fronte a europei scandalizzati all’idea che il mercato comunitario si sia aperto al cibo a base di insetti, è sufficiente far ruotare il mappamondo per nemmeno mezzo giro e trovarsi in mezzo a paesi in cui mangiarli è normalissimo. O, anche rimanendo nei nostri confini nazionali, è sufficiente pensare a quanto può essere diverso un ricettario con preparazioni tipicamente lombarde da un libro di ricette rigorosamente napoletane.

Divisione o unione?

Certo, vista così potrebbe sembrare che anche il cibo sia lì pronto a indicare confini e separazioni. In realtà, così come diventa occasione di unione ogni volta che porta una famiglia a radunarsi attorno alla tavola dopo una lunga giornata che ha visto i suoi membri lontani a occuparsi ciascuno dei propri impegni, il cibo può diventare anche strumento di integrazione.

E mangiare quinoa può diventare ben più del vezzo di un glutinofobico che, illuminato dai consigli della starlette di turno convinta che il frumento sia il peggior nemico della linea e affascinato da questo pseudocereale dal nome e dalle origini esotiche, ha deciso che il comune riso carnaroli non è abbastanza cool per il suo palato pseudoinformato e che è il caso di sostituirlo con l’antico «semino d’oro degli Inca». Scegliere ingredienti tipici della cucina di altre culture può aiutarci a conoscerle, e portare la cucina di altre culture sulle nostre tavole e sui nostri buffet può tra…

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