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Noi buttiamo il latte, tu come stai?

La dolce vita del Covid

Quest’anno partire è più facile

Ettore pensava che costoro si chiudevano tra quattro mura per le otto migliori ore del giorno,
E in queste otto ore fuori succedevano cose, nei caffè e negli sferisteri succedevano memorabili incontri d’uomini, partivano e arrivavano donne e treni e macchine, d’estate il fiume e d’inverno la collina nevosa.
Costoro erano i tipi che niente vedevano e tutto dovevano farsi raccontare, i tipi che dovevano chiedere permesso anche per andare a veder morire loro padre o partorire loro moglie.
E alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese e un pizzico di cenere di quella che era stata la giornata.

Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba; Ettore va al lavoro

E il Covid-19?

Gli chiedo a bruciapelo.

«Dolce vita». Ride Oliver, aggiungendo subito dopo: «Avevamo meno lavoro quindi oggettivamente abbiamo avuto l’opportunità di riposarci un minimo entrambi, il problema però è che non eravamo riposati mentalmente».

«Esatto» continua Vicky. «Perché quando andavamo la mattina e la sera a mungere le capre vedevamo quando stavamo perdendo, tutto quel latte che non poteva divenire formaggio; la distribuzione attraverso i ristoranti e i mercati era bloccata. Sapevamo che avremo dovuto buttare, buttare molto latte. In tutto abbiamo perso circa 200 litri di latte e le vendite durante il periodo di lockdown sono diminuite del 80%.

È stato un duro colpo perché all’inizio dell’anno stavamo andando molto bene, le nostre capre stavano producendo un latte di qualità e tanto. Quindi si, abbiamo avuto la sensazione che il nostro sogno di diventare degli allevatori stesse morendo».

Avete avuto aiuti dallo Stato? Qui in Francia lo stato dovrebbe essere abbastanza presente. O almeno ha questa fama. Vicky mi guarda in modo sarcastico ed io ho già capito, ma la lascio parlare.

«Si, certo degli aiuti ci sono stati, circa 1500 euro al mese per ogni azienda: il punto è che questa cifra mensile era tarata sulla produzione dell’anno precedente e noi essendo all’inizio lo scorso anno producevamo ancora molto poco. Quindi non avevamo grandi aiuti. La seconda opportunità data dallo Stato era quella di fare un mutuo in banca senza interessi. Ma capisci, un altro mutuo… non ci sembrava il caso.

Un cambiamento positivo c’è stato: le persone hanno iniziato a comprare locale. Questo a causa delle norme che limitavano gli spostamenti. Una condizione esterna ha modificato il modo di consumare di tante persone. Nel medesimo tempo e proprio per tali motivi, appena si è potuto tornare al supermercato o a compare qualsiasi cosa si è ritornati come prima».

Ma le piccole aziende soffrono di più rispetto alle grandi aziende? Di solito si pensa che il piccolo ha maggiori difficoltà di superare le varie crisi. Insomma, se ci sarà un altro lockdown voi cosa farete?

«On est mort», siamo morti, dice senza fronzoli Oliver ridendo.

Perché ridi Oliver? Non hai paura o rabbia per tutto questo?

«L’ho avuta, e molta, ma dentro di me, e anche per Vicky è così, sappiamo che abbiamo fatto il possibile e a volte anche l’impossibile per mandare avanti la nostra azienda.

Se falliremo andremo avanti. Noi alla fine siamo fortunati: questo lavoro lo si può fare da tante altre parti, non siamo legati ad un’istituzione esterna. Magari andremo nei Pirenei, io sono nato fra le montagne. Vorrei tornarci.

Qui le querce sono troppo piccole!»

E il cambiamento? Insomma la realtà si può cambiare! Quando gli chiedo questo mi sento come un bambino che chiede ai genitori se dopo la morte esiste un mondo diverso dal nostro, più bello, più vero.

«Il cambiamento inizierà quando le persone sceglieranno di compare locale e rifiuteranno, o almeno limiteranno, il cibo proveniente dall’estero e venduto a bassissimo costo. Certo, potrei fare un discorso diverso, potrei dire che noi e molte altre aziende dovrebbero legarsi allo Stato, diventare impiegati dello Stato e in questo modo essere sempre tutelati. Io però non ci sto, ma diversi allevatori non la pensano come me. Io vorrei vivere del mio lavoro, di quello che faccio ogni giorno e senza regole imposte dall’altro. Vorrei rimanere indipendente. Ho scelto di fare la pastora anche per questo»

Oliver fa cenno di andare, Vicky lo segue e anche io mi porto il registratore in tasca per finire la nostra intervista lungo il sentiero. Si va dalle capre, bisogna riportarle in stalla e mungerle. Io dopo ritornerò sulla mia strada, lasciando ancora una volta questo posto. Durante la mungitura Oliver mi fa tutto un discorso molto complicato sull’impossibilità di educare veramente le persone, un gran numero di persone.

«Vedi, se mangi male il tuo gusto cambia. La tua mente cambia. È come ascoltare qualsiasi musica su YouTube e dopo andare ad un concerto di musica classica: ti annoi. O apprezzi vagamente quello che stai ascoltando. Eppure lì c’è una vera conoscenza della musica: da parte di chi la suona e da chi l’ascolta. Con il cibo è un discorso simile. »

Si ferma un attimo e alza lo sguardo dal secchio del latte e mi guarda.

«Ma sai, io non ho risposte e nemmeno Vicky ne ha. Mi sa che hai intervistato le persone sbagliate».

No, caro Oliver, penso fra me e me, ho intervistato proprio le persone giuste.

È il momento di partire. Questa volta non ho uno zaino pesante sulle spalle ma una comoda valigia che mi aspetta in macchina. Vicky e Oliver stanno davanti a me, sorridenti.

«Buona fortuna! Per la vostra azienda, per tutto» mi viene da dire solo questo. «Buona fortuna a te, che torni in città» mi rispondono. Ed è vero. Perché non esiste un posto migliore dell’altro. La cosa importante è stare nel proprio posto.

Quest’anno partire è più facile; lascio alle mie spalle qualcosa di bello ma che so, ormai, che non mi appartiene. È giusto così. Sul treno per Torino ho pensato spesso a come raccontare questa storia, cosa potevo trasmettere, quali idee politiche e morali far passare, senza tradire la verità. Poi ho capito che sì, io scrivo, ma non per insegnare. Scrivo per dare voce a tante piccole realtà. Ognuno, lì ci troverà la propria verità.

Nemmeno io ho delle risposte.

Eppure, è proprio da qui che nasce la bellezza di scrivere e viaggiare.