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La nonviolenza

Il punto di partenza

Secondo l’Enciclopedia Treccani la “nonviolenza” è un metodo di lotta politica consistente nel rifiuto di ogni atto che porti a ledere fisicamente i rappresentanti e i sostenitori del potere cui ci si oppone, limitando l’azione a forme di non collaborazione, boicottaggio e simili. Il concetto è stato teorizzato negli anni Venti da Mohandas Ghandi e applicato dal movimento anticoloniale indiano, ricollegandolo al principio di origine induista e buddhista dell’ahimsa, forma desiderativa del verbo “uccidere” anticipato da “non”.

È dalle parole che, necessariamente, bisogna partire per comprendere e far proprio il concetto di nonviolenza. Un concetto che non è solo filosofia diventata lotta politica, bensì un concetto che ampliato può essere applicato ad ogni aspetto della vita umana, a partire dalla comunicazione. Un metodo. Ghandi voleva che fosse coniata una parola per il movimento indipendentista indiano e questa parola fu Sathyagraha, letteralmente “forza della verità”. Un termine adottato distinguendo la “nonviolenza del debole”, di chi non ricorre alla violenza per viltà o paura, dalla “nonviolenza del forte”, cioè di chi può usare la forza della violenza ma sceglie di ricorrere ad un altra forza, quella dell’amore. Prima ancora di Ghandi lo scrittore, filosofo ed attivista russo Lev Tolstoj teorizzava la “non resistenza al male con il male” e ancor prima lo statunitense Henry David Thoreau, nel suo saggio del 1848 Resistance to civil government, criticando le scelte del governo di Washington di permissione della schiavitù e di imperialismo contro il Messico, teorizzava e fondava i primi movimenti di protesta e resistenza nonivolenta, la cui eredità americana fu raccolta più di un secolo dopo da Martin Luther King.

«Quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità. […] Fu il più grande apostolo della nonviolenza che l’epoca attuale abbia dato» scriveva Ghandi nei suoi appunti, ripresi nel libro Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, 1963.

In Italia il primo a praticare, teorizzare e promuovere la nonviolenza di tipo ghandiano è stato Aldo Capitini, filosofo, antifascista e fondatore del Partito d’Azione e del Movimento Nonviolento, coniando in forma univerbata la parola “nonviolenza” intesa non come semplice negazione della violenza ma come valore autonomo cui aspirare. In tal senso la nonviolenza non è una mera “resistenza passiva”, come già Ghandi spiegava, ma una “resistenza attiva” contro il male ed è ascoltando Capitini che, nel 1948, Pietro Pinna matura la sua scelta di obiezione di coscienza dal servizio militare. Lo racconta, qui su Slow News, Roberta Covelli nella serie Uno come noi. Militare la nonviolenza.

Questo longform, parte del progetto del Mondo Nuovo, vuole promuovere la conoscenza e la consapevolezza della nonviolenza nell’ottica di una revisione profonda dei rapporti umani e, quindi, tra istituzioni, pubbliche e private.

Il privato è pubblico

Resistenza, militanza nonviolenta, sciopero della fame, insistenza per la Verità, gradualità dei mezzi. Sono tutti pilastri concettuali e fattuali del metodo nonviolento, per cui il privato è sempre pubblico proprio nel nome, e nel corpo, della battaglia che si conduce. La nonviolenza non ammette silenzi o omissioni ma mostra ed applica la forza delle idee attraverso il corpo e, in questo senso, non esiste nonviolenza passiva: è invece un meccanismo attivo che trasforma un rifiuto, un’indignazione, in un connubio di teoria e prassi che diventa persuasione. Con-vincere, dal latino tardo “vincere-con”. Insieme.

Il primo obiettivo della nonviolenza è nel metodo ma il secondo è quello di ottenere un risultato che porti un vantaggio reciproco, al protagonista e al suo antagonista.

Il mondo dell’informazione, oggi, è violento. Non tanto per le storie o le notizie che vengono raccontate quanto più per il modo in cui queste vengono raccontate: la bulimia feroce del mercato delle news, la corsa al primato con ogni mezzo, il modello economico dei giornali che sfrutta gli operatori dell’informazione, le loro idee, la loro professionalità, l’invasività delle notizie che permeano ogni schermo, l’ironia feroce che non racconta, non spiega ma canzona, il modello comunicativo aggressivo che da spazio più a chi urla piuttosto che a chi ha di meglio da dire.

«Sogniamo – e v’è rigore e responsabilità nei nostri sogni – una società senza violenza e aggressività o in cui, almeno, deperiscano anziché ingigantirsi e esservi prodotte» scriveva Marco Pannella nella prefazione di Underground a pugno chiuso! di Andrea Valcarenghi.

Teoria e pratica della nonviolenza

«… qui contra spem in spem credidit, ut fieret pater multarum gentium, secundum quod dictum est: “ Sic erit semen tuum ”»
Paolo di Tarso, lettera ai Romani 4,18.

Sono innumerevoli i testi, le testimonianze scritte e orali, le battaglie politiche da cui partire per far proprio il concetto di nonviolenza. Una letteratura sterminata e complessa, interconnessa e per questo ancor più difficile da afferrare. In questo senso la nonviolenza è in ciascuno di noi e in nessun luogo, è una tendenza perpetua, un movimento costante e non un punto di arrivo. La nonviolenza non è una vetta verso cui tendere ma un percorso da attuare: «La durata è forma delle cose».

Per questo cercheremo di raccontare la nonviolenza nel metodo, nella pratica, nella lotta politica e nella sua comunicazione, più che dal punto di vista intellettuale o filosofico. Perché nella nonviolenza più ancora dello studio è l’esempio a fare da traino, la declinazione della Speranza con il verbo essere e non con il verbo avere, l’essere speranza contrapposto all’avere speranza.

Il metodo

Per cominciare ad agire in modo nonviolento, per essere nonviolenti, è importante mantenere vivo il proprio punto di vista senza tuttavia arroccarsi sulle proprie convinzioni. Il nonviolento discute, si pone domande e pone domande, è pronto ad abbandonare le proprie convinzioni di fronte all’evidenza dei fatti ma anche a portarle avanti se le ritiene imprescindibili. Il nonviolento è capace di andare oltre la propria persona guardando alla società, al mondo ideale che intende contribuire a costruire.

Il dialogo è uno dei cardini della nonviolenza. Non esiste azione nonviolenta senza dialogo, interlocuzione, senza la forza delle convinzioni e la capacità di modificarle di fronte alle evidenze, ai mutamenti. Per questo abbiamo bisogno di te: se vuoi aiutarci a raccontare la nonviolenza, se vuoi segnalarci iniziative nonviolente che valgano la pena di essere raccontate perché chiaritrici della portata rivoluzionaria di questo metodo, scrivici.

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