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EP5 – La pelle e l’intolleranza

L’estate è fatta, oltre che per il riposo, anche per recuperare se stessi immergendosi in un rilassamento generale. I libri, per il giornalista, sono il liquido migliore in cui immergersi, la superficie più trasparente su cui specchiarsi: ne La Pelle di Curzio Malaparte, in effetti, mentre il protagonista si immerge quasi nuotando nella dolorosa e intollerante depravazione di una Napoli appena uscita dalla guerra, le sue parole, pagina dopo pagina, diventano uno specchio sempre più fedele a quello che Napoli era ieri. A quello che Napoli è oggi. A quello che, sempre oggi, siamo diventati tutti.

«Prima della Liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire. Ora lottavamo e soffrivamo per vivere. C’è una profonda differenza tra la lotta per non morire, e la lotta per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente, tutti, uomini, donne, bambini, con ostinazione feroce. Gli uomini non piegavano la fronte. […] Lottavano a fronte alta. Lottavano per non morire. E gli uomini, quando lottano per non morire, si aggrappano con la forza della disperazione a tutto ciò che costituisce la parte viva, eterna, della vita umana, l’essenza, l’elemento più nobile e più puro della vita: la dignità, la fierezza, la libertà della propria coscienza. Lottano per salvare la propria anima. […] Ma dopo la liberazione gli uomini avevano dovuto lottare per vivere. È una cosa umiliante, orribile, è una necessità vergognosa, lottare per vivere. Soltanto per vivere. Soltanto per salvare la propria pelle. Non è più la lotta contro la schiavitù, la lotta per la libertà, per la dignità umana, per l’onore. È la lotta contro la fame. È la lotta per un tozzo di pane, per un po’ di fuoco, per uno straccio con cui coprire i propri bambini, per un po’ di paglia su cui stendersi. […] Gli uomini son capaci di qualunque vigliaccheria, per vivere: di tutte le infamie, di tutti i delitti, per vivere. Per un tozzo di pane ciascuno di noi è pronto a vendere la propria moglie, le proprie figlie, a insozzare la propria, a vendere i fratelli e gli amici, a prostituirsi a un uno. È pronto a inginocchiarsi, a strisciare per terra e leccare le scarpe di chi può sfamarlo, a piegare la schiena sotto la frusta, ad asciugarsi sorridendo la guancia di sputo: ed ha un sorriso umile, dolce, uno sguardo di una speranza famelica, bestiale, una speranza meravigliosa».
Curzio Malaparte, La Pelle, 1949

© Flickr

L’Italia è ancora nella dimensione sociale di una Napoli del 1949. Quando ancora si piangono i morti, mentre la terra vomita carcasse e il mare ne inghiotte altrettante, l’Italia di oggi cerca di restare viva combattendo con le unghie e con i denti. Un aspetto che sottolinea e evidenzia il benessere economico raggiunto che è quanto di più intoccabile ci sia nell’Italia di oggi: lo status quo. Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, figura retorica usata e stra-usata soprattutto nel giornalismo parlamentare, nel 2018 è più in forma che mai e osservandola da questa angolazione l’Italia appare solidamente ferma e determinata a muoversi verso al…

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