fbpx

EP5 – La sciarpa di ED

Giallo come l’oro e le risorse minerarie, rosso come il sangue versato dai martiri della guerra per l’indipendenza, verde come le terre fertili che fecero dello Zimbabwe il “granaio d’Africa”, nero come la maggioranza della popolazione e bianco come la minoranza e come la pace. Sono i colori dello Zimbabwe, che si ripetono all’infinito sulla sciarpa che il neo presidente Emmerson Mnangagwa indossa in ogni occasione dal forum di Davos di gennaio 2018 a oggi. Quella sciarpa è stata disegnata e realizzata da Celia Tatenda Rukatu, 27 anni, laureata in economia e finanza, designer e stilista zimbabwana fondatrice di Chjaa, che in lingua shona è un saluto informale come l’italiano “ciao”. E, coincidenze tutte africane, si pronuncia proprio “cià”.

Chjaa Enterprises Ltd, il cui logo è una goccia nera, è un marchio di moda al dettaglio tutto made in Zimbabwe: materiali, design, manifattura, tutto viene prodotto ‘orgogliosamente’ nel paese dell’Africa australe, come recitano le etichette, sin dal 2014. Ufficialmente il marchio è sul mercato da appena un anno ma la storia di Chjaa è decisamente più vecchia: è dal 2008 che la giovane stilista immagina, cuce e realizza i suoi capi. Rukatu mi ha raccontato la storia della sciarpa più ricercata della nazione mostrandoci i laboratori dove crea oggi i suoi vestiti, in un vecchio scalo ferroviario alla periferia di Harare, un luogo abbandonato fino a una decina di anni fa. La storia di Chjaa parte dall’orgoglio culturale shona, tramandato dalla madre di Celia, Hespina Musoro, e declinato nell’arte più moderna, la moda. Una storia di appartenenza e, dicevamo più in alto, di coincidenze: le stesse che hanno portato Celia a fare lavori d’ufficio in Nigeria e in Etiopia prima di decidere di iscriversi a un corso di moda in Sudafrica e di mollare tutto per aprire la sua impresa in Zimbabwe. Luoghi e situazioni che ne hanno contaminato lo spirito e che oggi ispirano il suo lavoro. Sempre le coincidenze mi hanno portato nei suoi laboratori.

Mi trovavo nel quartiere di Borrowdale, ad Harare, in una sera di settembre. Entrai in un ristorante per cenare e il cameriere mi disse che quella era la “serata quiz”: i clienti venivano tutti invitati a partecipare a un mega-gioco di società, sulla falsariga di un classico quiz televisivo, organizzando squadre di partecipanti in base al numero dei tavoli. Per stanchezza scelsi di non partecipare ma non appena iniziò il gioco mi res…

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp