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EP1 – La storia dei dispositivi anti abbandono e di un’emergenza inventata

In italiano, così come in molte altre lingue, non esiste una parola che indichi la condizione di un genitore che sopravvive ai propri figli. Probabilmente, scrive Paolo D’Achille sul sito dell’Accademia della Crusca, per capire il motivo di questa assenza: «non si può escludere del tutto che proprio il carattere doloroso e “innaturale” dell’evento abbia determinato già in passato una sorta di tabuizzazione della parola che dovrebbe designare chi lo ha vissuto».

C’è forse una parola per indicare un genitore che diventa causa della morte di un figlio? No. A maggior ragione, non c’è. Ma ci sono genitori che, purtroppo per loro, hanno dimenticato i figli in macchina e non se ne sono ricordati per tempo, prima che succedesse l’irreparabile.

Secondo Il Sole 24 Ore, dal 1998 al gennaio del 2019 sono 8 i bambini morti in Italia in queste circostanze.

Il numero, a pensarci bene, è esiguo. Eppure ogni volta che è successo la notizia è stata enfatizzata dalla stampa generalista, perché è un tipo di evento che soddisfa in maniera perfetta il modo in cui la stampa generalista interpreta sé stessa: racconto di eventi straordinari, imprevedibili, tragici, sui quali si può costruire un racconto emozionale. Ogni volta che questa tragedia è occorsa nell’era dei social, il commento a questa notizia l’ha amplificata.

Finché è diventata un’emergenza. Anche nei termini utilizzati, non solo nel percepito. Ma è giusto che sia così?

Riduzionismo contro complessità

Un esempio di articolo apparso sulla stampa italiana nel 2017

Un’ampia fetta di opinione pubblica si è convinta, in un certo senso, che si muoia di “abbandono in auto”. E …

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