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La verità non è un algoritmo

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Come aveva annunciato Giovanni De Mauro nell’editoriale online del 25 agosto, sul numero di Internazionale in edicola (26 agosto-1 settembre), è uscito un articolo scritto dalla direttrice del Guardian Katharine Viner, intitolato “La fine della verità” (nella versione originale che trovate qui, How technology disrupted the truth, letteralmente “Come la tecnologia ha interrotto la verità”).

«Gli editori che si occupano di informazione», scrive la Viner, «hanno perso il controllo della distribuzione del proprio lavoro giornalistico, che a molti lettori arriva ora filtrato da algoritmi e piattaforme che sono opache e imprevedibili». Insomma, il rapporto tra chi produce e chi consuma le notizie si è disintermediato e si è contemporaneamente algoritmizzato.

ALGORITMICOSA??????? Algoritmizzato. Cosa vuol dire? Che quello che leggi non lo decide più un redattore che compone la pagina o la homepage del tuo giornale di fiducia. No, lo decide sempre di più un algoritmo, quello che regola le bacheche di Facebook, per esempio. E allora? Be’, allora succede che un algoritmo è un programma, e come tutti i programmi non sa valutare la qualità, ma solo la quantità.

Questa dinamica, in un contesto in cui i modelli di business sono basati sul numero di pagine viste, ovvero dei click, ha portato all’aumento vertiginoso della quantità dei contenuti prodotti e, contemporaneamente, ha portato al crollo della loro qualità.

Come se ne esce? Anche su questo punto Katherine Viner ci rincuora parecchio. Scrive, infatti: «Credo che quello che distingue il buon giornalismo dal cattivo giornalismo sia la fatica: il giornalismo che la gente preferisce è quello per il quale si capisce che si è investito parecchio lavoro, quello in cui possono accorgersi dello sforzo che è stato fatto in nome loro, su lavori grossi o piccoli, importanti o leggeri».

In una frase la direttrice del Guardian usa tre parole fondamentali, senza le quali non si può parlare di vero lavoro giornalistico: Labour, Work e Effort. Fatica, Lavoro, Sforzo. E sapete cosa serve a un giornalista per poter lavorare con fatica e per fare sforzi per capire e, subito dopo, per spiegare? Una cosa che curiosamente Katherine Viner non cita mai, ma che a noi di Slow News è particolarmente cara: il tempo.

È il tempo la variabile che conta, sia nella produzione che nel consumo. Perché la velocità è nemica sia della verità — il caso non esiste, e infatti non è un caso che la parola attendibile derivi dal verbo attendere, aspettare che della qualità.

Verità, qualità e disalgoritmizzazione. Tre delle parole chiave di Slow News.

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Foto | Pixabay

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