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Le Vallette

È retorico, forse anche banale, cominciare un pezzo in cui si parlerà di carcere descrivendo il rumore metallico di porte blindate che si chiudono o di quella quadrupla mandata di chiavi che gela il sangue. E si comincerà da una domanda: «Ma tu quando ti senti libero?»

Me l’hanno rivolta il 7 settembre 2017, viaggiavo sul tram 3 in direzione del quartiere Le Vallette a Torino, un nome che in tutta Italia si associa a qualcosa di molto preciso: il carcere. In realtà, questo l’ho imparato poi, il nome vero della struttura è Casa Circondariale Lorusso e Cutugno.

Ero lì per scrivere la cronaca della prima edizione di «LiberAzioni – Festival delle arti dentro e fuori dal carcere», una tre giorni organizzata con l’ambizioso obiettivo di rimettere la narrazione giusta al proprio posto stimolando alla conoscenza reciproca ambienti che fino ad oggi sono stati compartimenti stagni: il carcere e il quartiere periferico da cui prende il nome, Le Vallette.

Secondo il Ministero di Giustizia al 21 febbraio 2017 a Torino risiedevano 1328 detenuti a fronte di 1137 posti disponibili ma sempre secondo il Ministero da allora i numeri complessivi della popolazione detenuta in Italia sono aumentati ulteriormente. Di diverse centinaia. È una vera emergenza e questo vale per le guardie quanto per i ladri: lo dice chiaro il rapporto dell’Associazione Antigone, che con dovizia di dati e statistiche dipinge un quadro a tinte fosche.

Migliaia di casi di autolesionismo, letteralmente all’ordine del giorno, decine di suicidi, problemi sanitari e psichiatrici che affliggono sia i detenuti che i loro custodi, poche competenze, un’istituzione penale da ripensare in ogni suo aspetto organizzativo, pratico e umanitario.

LiberAzioni all’auditorium della casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino © Slow News

Al di fuori del carcere in realtà non ci si accorge di niente. Le altissime recinzioni, le mura, i pesanti cancelli di metallo, le torrette con la vernice blu scrostata dal tempo filtrano tutto. Le grate fissate al muro sembrano le celle di un alveare, gli orti sono ricavati in spazi angusti, c’è una palestra, gli agenti della Polizia Penitenziaria e l’auditorium, l’odore umido del cibo e il rumore sordo di migliaia di voci. Come in una pentola a pressione.

Il quartiere e il carcere. Separati in tutto sono uniti nell’errore semantico di chi ha sempre indicato col nome del primo anche il secondo: «Il carcere è un ospite, non una parte del quartiere» dice Thomas del Comitato Popolare Vallette-Lucento nel documentario «Da Le Vallette» curato e realizzato da Videocommunity e proiettato al Festival.

Lo scopo di questi tre giorni lo ha sintetizzato il sindaco sabaudo Chiara Appendino quando, parlando ai detenuti, ha detto che il Festival è «un’occasione di costruire relazioni, una fluidità tra il dentro e il fuori». Verissimo: Valentina Noya, l’anima principale di LiberAzioni, mi aveva già parlato di questo doppio binario da ristabilire – o meglio creare – per portare il carcere al di fuori delle proprie mura e il quartiere all’interno di esse. Torino non è poi una città così ostile.

Una sfida ardua, quasi una missione, anche perché viene da chiedersi come sia possibile farlo: l’arte e la letteratura sono venute in aiuto. Anzi erano lì, ci sono sempre state.

Alle diverse sezioni letterarie del Festival sono arrivati, dalle carceri di tutta Italia, 46 racconti, ne sono stati selezionati 18 e ognuna di quelle parole, ascoltate e lette più volte durante i tre giorni, conteneva un forte concentrato di speranza, che si declina col verbo essere e non col verbo avere. I detenuti e le detenute presenti nell’auditorium del carcere di Torino erano rapiti, ognuno di loro cerca nel lavoro e nell’arte la nobiltà di una seconda chance, un’affermazione in una vita che prosegue.

Al termine della seconda mattinata del Festival, mentre cercavo di carpire nei volti dei presenti le ragioni più intime della loro presenza qui, ho notato un giovanotto arabescato di tatuaggi. Aveva la barba incolta e indossava una tuta azzurra che mi era familiare, della Nazionale Italiana Rugby. Sotto al gagliardetto tricolore cucito sul petto ce n’era un secondo con scritto «La Drola Rugby». Un lampo, come quando si incontra un compaesano in una città lontana: ci si abbraccia perché c’è una parte di se stessi nell’altro, ci si ritrova, intatti e forti, come in un campo da rugby. Anche in carcere.

Stefano mi ha detto di avere apprezzato molto il delicato e toccante cortometraggio sulle madri-detenute, «Ninna nanna prigioniera» di Rossella Schillaci, a denti stretti ha confessato di sentirsi esattamente come uno di quei figli di madri detenute: «Le nostre azioni, anche inconsapevolmente, si ripercuotono sui nostri figli» dice parafrasando la protagonista.

Casa circondariale Lorusso e Cutugno, Torino © Slow News

Interloquire con l’esterno vale per un detenuto quanto un biglietto di ritorno: occuparsi e preoccuparsi della propria famiglia e dei propri affetti, conoscere ciò che succede «è fondamentale per sopravvivere dentro» dice Maria, detenuta. Il tedio è una partenogenesi lenta e mortale che solo negli affetti, nel lavoro e nelle arti trova soluzione. Come ha sottolineato Sergio Segio, ex-Prima Linea oggi testimone di speranza e attivista per i diritti dei detenuti, occorre sempre «creare occasioni di conoscenza reciproca perché il rischio è che si riproduca la dimensione del carcere anche all’esterno».

L’intervento più significativo e toccante è quello di uno stanco Moni Ovadia, sempre attento alla dignità e alla narrazione degli ultimi, acuto osservatore delle periferie umane, che ha teorizzato «l’edificazione di una società di giustizia che si fondi sul rispetto della dignità», che riconosca i valori intrinsechi nell’uomo prima ancora del suo status momentaneo di innocente, di recluso, di imputato o di pregiudicato. «Non possiamo chiuderci dentro il rifiuto di conoscere» ha detto, parafrasando Dostoevskij: «Una società si giudica da come vivono le periferie».

Questo carcere è una periferia nella periferia torinese de Le Vallette, quartiere periferia di una città periferica come è Torino che a sua volta è una città della periferica Italia. Qui tutto si tiene: «La periferia non è solo un luogo ma un modo di dividere la società dal potere: l’anima della città si è estinta ma nelle periferie le iniziative culturali possono cambiarne la società».

E così l’uomo, nella sua complessità, diventa il minimo comune denominatore tra Le Vallette e la casa circondariale Lorusso e Cutugno, qui ospite: «La nostra società ha già perso» dice Ovadia «non si confronta».

Un paradigma che il Festival LiberAzioni ha abbattuto.

Liberazioni alle Officine Caos, Torino © Slow News

«Lo Stato giudica per non essere giudicato» nell’eterno disequilibrio tra chi ha il potere e chi non ce l’ha, afferma nel suo monologo alle Officine Caos la sera del 7 settembre Ascanio Celestini, «ma se cambiano le condizioni le persone si comportano in modo diverso».

La domanda è come, e sopratutto quanto, cambiano le condizioni? Il docufilm «Spes Contra Spem» di Ambrogio Crespi, ne abbiamo parlato su Slow News 236 è un pugno allo stomaco: 1600 gli ergastolani in tutta Italia, 1200 i cosiddetti «ostativi», coloro i quali subiscono la vendetta dello Stato per sempre, senza speranza: «Fine pena mai». Mai.

Una categoria in concorso di LiberAzioni era dedicata ai cortometraggi, che hanno espresso diversi modi di raccontare le periferie della civiltà: «Displaced» di Milad Tangshir è un piccolo capolavoro, come anche «Paganini non ripete» di Giacomo Costa, ma tutti i film in concorso erano di altissima fattura.

Fanno soffrire e sorridere, meravigliano e colpiscono.

LiberAzioni mi ha condotto in due dimensioni complementari e distinte: Le Vallette e il carcere alla sua periferia. Il fuori è entrato dentro portando via un po’ di ciò che ha trovato. Come un’evasione, come quando mi sento libero.

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