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La follia di pulire il mare

Mamma li turchi

Non ho mai oltrepassato una frontiera via terra. La prima della mia vita è quella tra Grecia e Turchia.

Quando ho detto che avrei proseguito il viaggio in Turchia, nella mia cerchia di conoscenti, amici, familiari, ci sono state scene di panico e disperazione. Nell’immaginazione comune la Turchia è un posto orribile: orde di fanatici religiosi decapitano le povere donzelle che sorridono per strada; se non hai accanto un uomo non puoi uscire di casa; se sei una ragazza che viaggia da sola in una macchina dipinta con gli animali del mare, il minimo che ti possa succedere è venire stuprata. 

Prima di varcare la frontiera mi informo un pochino meglio da persone che in Turchia ci sono state, ragazze sole, backpackers, cicloturisti, etc. Tutte ne hanno un ricordo meraviglioso.

Con questo conflitto in testa mi appresto a varcare la frontiera e nella mia totale inesperienza mi fermo solo al primo check point, quello dei documenti, mentre tiro dritto a quello del controllo auto. Il risultato è che vengo inseguita da vari poliziotti e bloccata alla dogana. 

Un ottimo inizio.

Appena metto piede in territorio turco inizia a piovere. Una pioggia a dirotto, per cui più volte mi devo fermare bordo strada. Così ci metto parecchio ad arrivare nella zona di Çanakkale dove, per questa mia prima notte in territorio turco, decido di trattarmi bene e di concedermi addirittura una stanza in un hotel 4 stelle che pago 14 euro. E i dintorni sono così belli e i tramonti così brillanti, che decido di trattenermi anche la notte successiva, e di godermi una visita alle rovine di Troia: siamo a inizio dicembre, sono l’unica turista della mattinata. 

Foto IG @ecoprof.travel

Intanto mi fermo a ripulire fossi e canalette che portano direttamente alle spiagge: sono infinite scie di bottiglie di plastica, una dietro l’altra, e ci metto davvero poco a riempire svariate buste. 

Intorno a me è tutto bagnato dalle piogge dei giorni precedenti. Noncurante della situazione del terreno, mi avvio con la macchina per un sentiero di campagna, alla ricerca di antiche rovine. Attraverso un’enorme pozza d’acqua senza curarmi del fatto di non possedere un mezzo anfibio, e il risultato è che rimango impantanata: la macchina non si muove più e appena esco mi trovo immersa con l’acqua fino alle ginocchia. 

Prima di tutto mi do da fare col motore: accendo, spengo, provo a spostare la macchina, niente. Poi provo a drenare l’enorme pozza d’acqua buttandoci dentro zolle di terra. È un lavoro certosino che mi occupa quasi quattro ore. Ma il risultato è nullo. 

Per fortuna in lontananza vedo passare un paio di ragazzi. Provo a chiamarli ma sono troppo lontani. Mi ricordo di avere la scacciacani: sparo in aria. Si accorgono di me e vengono subito in mio soccorso, e, grazie alla loro auto, riescono a trascinare in secca la mia. 

Sono i primi turchi con cui ho a che fare fuori dalla struttura turistica e posso davvero dire che raramente ho incontrato persone così gentili. 

I giorni successivi mi sposto a Bergama, l’antica Pergamo. Anche qua ci sono meravigliose rovine, ma, soprattutto, il mio Workaway. Dove, però, non lavoro neanche un giorno. Appena arrivo, infatti, vengo invitata dal proprietario ad una cena tra amici, vengo presentata e spiego il mio progetto. Subito uno di loro, Sergio, si interessa e mi offre una casa indipendente, completamente per me e Polly, senza niente in cambio: pulire le spiagge è, per lui, più che sufficiente come moneta di scambio. 

Sono contentissima e nei giorni successivi mi do un gran da fare.

Bergama non è sul mare e per pulire mi devo spostare di qualche chilometro. Però le spiagge della zona sono davvero piene di plastica, quindi vale la pena risalire in macchina per andarle a pulire. In particolare bottiglie e buste che spesso spuntano dalla sabbia solo pochi centimetri e invece, tirandole fuori, mostrano tutta la loro estensione. Recupero una ventina di chili al giorno.

Bergama ha un’altra particolarità, che poi scoprirò comune a tutta la Turchia, per lo meno alla parte ovest da me visitata: i randagi. Le strade pullulano di randagi, in grandissima maggioranza pastori dell’Anatolia o incroci con questi. Bestioni enormi dai quali, al principio, sono estremamente impaurita, soprattutto per la presenza di Polly.

Foto IG @ecoprof.travel

In questa parte della Turchia hanno un concetto del cane molto diverso dal nostro, ma non per questo meno rispettoso: ai cani danno tutti i giorni da mangiare e da bere, ma questo non fa di loro degli animali domestici, e più di una volta vengo guardata con sospetto per il fatto di avere un cane al guinzaglio. Specie nelle campagne. 

Essendo cani ben nutriti, curati e vaccinati (la maggior parte di loro ha una sorta di etichetta nell’orecchio che indica che sono stati vaccinati e, a volte, sterilizzati), in generale non sono aggressivi. Né con gli altri cani, né, tantomeno, con gli umani. E, nonostante la mia paura, Polly se la cava benissimo nell’interazione con questi cagnoloni da sessanta chili.  

Ormai è da due mesi che sono in viaggio e inizio ad accorgermi che quei pochi chili di rifiuti che ho sempre recuperato nelle spiagge sarde sono, in realtà, un’eccezione: il Mediterraneo è davvero inquinato. 

Dopo Bergama è la volta di Izmir, o, come la chiamiamo in Italia, Smirne, una megalopoli di cinque milioni di abitanti. Senza dubbio la più grande città in cui sia mai entrata con la macchina. 

Passo le prime ore a non capire che strade prendere, a vedermi circondata da macchine ovunque. Ho chiaro che non passerò molto tempo nelle città turche, e comincio a domandarmi l’opportunità di saltare la visita di rito a Istanbul. 

Intanto, però, già che sono a Izmir, riabbraccio Onur.

Onur è un ragazzo di Ankara che incontrai quando vivevo a Pisa. Era notte, camminavo per la piazza principale, quando mi fermò questo ragazzo di una ventina d’anni per chiedermi se sapessi consigliargli un posto dove dormire. Mi spiegò che stava facendo un interrail in giro per l’Europa e che però non riusciva a trovare nessun hotel che fosse libero, in nessuna parte della città. Lo accompagnai a chiedere in alcune strutture, ma quella sera c’era, a Firenze, il concerto di Ligabue, e gli hotel erano tutti pieni sino a Pisa. 

Dunque Onur venne a dormire a casa mia e delle mie coinquiline. 

Sono passati dieci anni, forse qualcuno in più. In tutto questo tempo ci siamo persi di vista, ci siamo sentiti solo in occasione di eventi particolari, come il tentato golpe in Turchia e simili. 

Coincidenza vuole che, mentre io gli scrivevo che ero arrivata a Izmir e che mi dispiaceva non poter passare per Ankara a salutarlo, lui mi rispondesse che ormai da alcuni mesi si era trasferito anche lui là, a Izmir.

Con Onur ho passato un pomeriggio interessantissimo, a parlare della situazione economica turca: quando ho varcato il confine un euro valeva diciannove lire turche. La benzina costava circa 0.66 euro al litro, nello stesso periodo in cui in Italia era quasi a due euro. Dunque un momento estremamente conveniente per noi, ma molto meno per loro: Onur mi confessa che, dopo quell’interrail in cui ci siamo conosciuti, non ha più potuto viaggiare per l’Europa, la loro moneta è diventata sempre più debole. 

A parte la gioia di riabbracciare un vecchio amico, mi dedico a ripulire il lungomare di Izmir. In particolare i frangiflutti, in cui si depositano rifiuti di tutti i tipi. Recupero tra i 7 e i 10 chili al giorno. 

Foto IG @ecoprof.travel

Fortunatamente qua ci sono i contenitori sia per l’indifferenziata che per la plastica. Sino a questo momento li ho dati per scontati, ma nel prossimo periodo scoprirò che la raccolta differenziata non è un’acquisizione di tutta Europa, e che se è presente solo in una zona della Turchia è completamente assente in altri Paesi anche molto più vicini a noi. 

Intanto, però, a continuare a stupirmi sono fondamentalmente due tipi di rifiuti: le bottiglie di plastica e il polistirolo. 

Quest’ultimo, in particolare, è ovunque. Ne trovo pezzi di tutte le dimensioni, e devo stare estremamente attenta a recuperarli con delicatezza, perché se si rompono è un disastro: microscopiche palline di polistirene si spargono ovunque, irrecuperabili, si riversano in mare, finiscono nello stomaco di pesci e uccelli marini. Una sostanza delittuosa, eppure estremamente diffusa. Anzi, addirittura in crescita. Nel 2019 in Italia sono state utilizzate 124.500 tonnellate di polistirene espanso, +0,8% rispetto all’anno precedente . Ma dove va a finire tutto questo polistirolo? Quanto ci mette a biodegradarsi?

È uscita un paio d’anno fa la notizia che il polistirolo si degrada abbastanza velocemente. Parrebbe un dato molto positivo, se non fosse che l’ “abbastanza velocemente” è comunque conteggiato in una scala di centinaia di anni, anziché migliaia come si era inizialmente pensato. Insomma, se ai tempi di Dante fosse esistito il polistirolo, probabilmente quel polistirolo oggi starebbe iniziando a scomparire. Questa dovrebbe essere la buona notizia.

Eppure esistono delle alternative sostenibili, che però non hanno preso piede. 

Mentre io rifletto che l’uomo è andato sulla luna ma non è riuscito a utilizzare delle cassette ecosostenibili per trasportare il pesce, mi arriva un messaggio: è Renzo, l’ambientalista bolognese che mi ha ospitata a Corinto. Propone di venire a darmi una mano per qualche giorno.

Accetto e sono molto felice di passare il Natale in compagnia.