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La follia di pulire il mare

Navigazioni egee

Arrivo a Corinto il 14 novembre, ventinovesimo giorno di viaggio. 

Ad accogliermi, in una casetta con cortile, è Renzo, un pensionato bolognese che è andato a godersi la pensione nel Sud d’Europa. Non parla né greco né inglese, ma nonostante questo riesce a comunicare e avere lunghe conversazioni coi vicini. È informatissimo sulle questioni ambientali: in Italia era iscritto al partito dei Verdi. 

La spiaggia di Corinto è una lunga distesa di sabbia, sassolini, e plastica. Sì, plastica. È piccola, si vede a malapena, ma è dappertutto.

Complice il fatto che in un attimo di distrazione mi hanno fregato la pinza raccogli-rifiuti, passo le giornate piegata a recuperare questi microscopici pezzettini. Colleziono bicchieri su bicchieri, che diventano buste su buste. Il peso non è eccessivo, ma, tenuto conto che parliamo di frammenti di plastica (piccole parti di palette e cucchiaini, bastoncini cotonati, perline) raccoglierne anche solo un paio di chili significa un’immensità.

Dopo un paio di giorni in cui cammino chinata alla ricerca dei pezzettini plastici, alzo lo sguardo e lo vedo: un canalone completamente invaso da rifiuti di tutti i tipi, dalle siringhe alle lattine, dalle bottiglie agli indumenti, tutti gettati alla rinfusa sul lastricato del canale e pronti a finire in mare al primo colpo di vento o alla prima alta marea. 

Sarei dovuta restare un paio di giorni ma, complice la generosa ospitalità di Renzo, che mi fa provare vari prodotti di gastronomia come la mitica moussaka, decido di trattenermi una settimana e dedicarmi alla pulizia del canale, che, di fatto, è lo sbocco del torrente cittadino, da cui recupero una sessantina di chili di bottino. Approfitto del tempo libero per girare un po’ la zona: l’Acrocorinto mi lascia a bocca aperta per la sua bellezza, anche se è il paesaggio ancora brullo a colpirmi maggiormente. 

In questi giorni Polly ed io festeggiamo il compleanno. Siamo nate lo stesso giorno, il 18 novembre: lei compie 3 anni, io 18. Festeggiamo mangiando benissimo.

Dopo una settimana esatta dall’arrivo a Corinto, saluto Renzo, che ancora oggi continua la mia opera di pulizia quotidiana dell’arenile rendendomi molto orgogliosa. È l’ora di Atene. L’idea di entrare con la macchina in una megalopoli non mi piace per nulla, per cui dedico davvero poco tempo alla capitale, ripromettendomi di visitarla meglio, da un punto di vista turistico.

Foto IG @ecoprof.travel

A parte una rapida visita all’Acropoli e poco più, passo il resto del tempo a cercare dove fare le pulizie. Per una neofita dell’automobile come la sottoscritta, districarsi tra le strade trafficate della città non è facile. Dopo il primo giorno che pulisco la scogliera ateniese, in pieno centro, decido di cambiare zona e dedicarmi alle spiagge di periferia, tra cui quella di Rafina. Da lì mi imbarco per Andros, la prima delle isole Cicladi. 

Sebbene in bassissima stagione, siamo a fine novembre, e nonostante il tragitto duri a malapena due ore, il traghetto da Rafina ad Andros per una persona, una macchina e un cane, costa parecchio più di quanto avessi preventivato. Ma, d’altro canto, sull’isola mi aspetta un Workaway che sembra interessante, né voglio perdere la possibilità di pulire una piccola isola che immagino abbastanza sporca. 

Il problema è che ad Andros arrivo che è sera tardi, e il Workaway, un rifugio per animali gestito da una signora inglese, è nel centro dell’isola, a una quarantina di minuti dal porto.

È tardi, è buio, piove. Mi perdo e, senza accorgermene, imbrocco una mulattiera. Ne prendo consapevolezza solo quando, sul cucuzzolo della montagna, mi trovo davanti un fiume di fango: impossibile andare oltre. 

Provo a chiamare la responsabile del Workaway e le mando la mia localizzazione. Mi risponde che le condizioni meteo non sono sufficientemente buone per venirmi a recuperare: sono finita nel mezzo della montagna e, col buio e con la pioggia, non può arrivare sino a lì.

Sono davanti al primo vero imprevisto del viaggio e posso scegliere due soluzioni: 

1) fermarmi lì dove sono e dormire in macchina.

2) tentare di tornare al paesino più vicino e cercare un posto dove dormire.

Dopo varie valutazioni, tra cui che inizia a fare veramente freddo e che mi si sta scaricando la batteria del telefono, decido di tentare la sorte e fare la strada inversa sino al primo paesino. 

Ho fortuna! Dopo una ventina di minuti di strada incrocio un centro abitato con un albergo. La stanza costa la bellezza di cinquanta euro, un duro colpo per il mio budget, ma non ho alternative. Vado a dormire stanca morta ma dopo essermi fatta una bella doccia calda che mi riconcilia col mondo.

La mattina dopo apro le persiane e scopro che la mia finestra si affaccia su un mare stupendo. È un’ottima occasione per pulire la spiaggia dirimpetto e poi raggiungere, finalmente, il Workaway, proprio al centro dell’isola.

Fatta di giorno la strada è più semplice e capisco dove ho sbagliato la sera prima. Andros è un’isoletta abbastanza piccola, con al centro una montagna di un migliaio di metri. Si passa dal mare alla montagna in pochissimi chilometri, per cui le strade sono molto ripide.

Il Workaway è in un luogo estremamente tranquillo, nella parte alta dell’isola. Vicino non c’è nulla e nessuno. Si tratta di un rifugio che ospita decine di cani e gatti e una ventina di asinelli, alcuni scappati a destini molto tristi di cui portano ancora le cicatrici. 

A gestire la struttura è Sandy, inglese sulla sessantina, donna estremamente energica e gentile che, in realtà, per assecondare la mia missione di pulizia dell’isola mi fa lavorare nel rifugio giusto poche ore e mi ospita in una casetta fatta di roccia che, in alta stagione, è adibita a BnB. 

Andros è un’isola bellissima, ma fare avanti e indietro dal rifugio alla costa è molto faticoso, sia in termini di tempo, che di energie, che di benzina. Un amico di Sandy, giornalista, fa un piccolo servizio sulla mia raccolta dei rifiuti in spiaggia, e insieme cerchiamo di sensibilizzare gli abitanti dell’isola.

Le spiagge, anche quelle più pulite, sono in realtà parecchio sporche, e ogni giorno porto via tra i 5 e i 7 chili di materiale, in maggioranza plastica. 

Trovo un centro che raccoglie tappi di plastica per venderli e usare il ricavato per acquistare sedie a rotelle per gli ospedali e sono molto contenta di poter contribuire con alcune buste piene di tappi. Nello stesso centro, per altro, c’è il vuoto a rendere: inserendo all’interno della macchinetta dell’ingresso lattine, bottiglie in vetro, bottiglie in plastica, si riceve un buono sconto per fare la spesa al market più vicino. Peccato averlo scoperto solo l’ultimo giorno di permanenza sull’isola!

Foto IG @ecoprof.travel

Dopo Andros è il momento di Tinos e poi Mykonos, altre due isole delle Cicladi. 

La prima raccolta a Tinos supera i 15 chili, mentre le altre si assestano di nuovo intorno ai 5. Per Mykonos serve invece un discorso a parte: patria della movida, le spiagge di Mykonos sono coperte dagli scarti di quest’ultima. Cannucce, bicchieri da cocktail, bottiglie, lattine, perfino svariate paia di occhiali da sole. Per un totale di 15-20 chili al giorno. Nella stragrande maggioranza, spazzatura legata all’industria del divertimento.

Quando si pensa all’inquinamento della movida, viene subito in mente quello acustico. Eppure quello della plastica non è certamente un problema secondario, tanto che, già nel 2019 se ne occupò a Torino l’associazione GreenTO, proponendo lo stop dei bicchieri monouso, da sostituire con quelli in silicone riutilizzabili. 

E sebbene ormai molti Stati Europei stiano adottando contromisure che vietano la plastica usa e getta in generale (i cosiddetti SUP), è lecito chiedersi se davvero tutti gli Stati, e in primis l’Italia, abbiano recepito in maniera virtuosa la disposizione europea.

Saluto Mykonos con queste domande e mi imbarco per Kavala, nella Grecia del Nord. Sono venti ore di traghetto, ma ci risparmiano giorni e giorni su strada.

Sui traghetti greci, se si ha un cane grande, non si può stare all’interno. A meno che il cane non stia nel kennel. Polly è molto abituata al kennel, che considera la sua seconda cuccia. Per cui passa quelle venti ore a dormicchiare, giocare con me, fare un po’ di passeggiate sul ponte, dormicchiare di nuovo. Ad ogni porto in cui abbiamo possibilità scendiamo per sgranchirci le zampe. Le venti ore corrono veloce e arrivo a Kavala giusto in tempo per una pulizia serale e per quella della mattina dopo. 

Poi partenza per Alessandropoli dove il caso vuole che incontro Giuseppe e il suo lagotto, Mirtillo. 

Giuseppe e Mirtillo viaggiano in camper. Ci siamo conosciuti in un gruppo di viaggiatori su Facebook e, avendo intenzione di fare percorsi simili, entrambi col cane al seguito, abbiamo continuato a sentirci per scambiarci alcune informazioni. La coincidenza per cui lui ha appena varcato la frontiera della Turchia e si trova dunque ad Alessandropoli, e io mi sto preparando per attraversare la stessa frontiera, è formidabile. Approfitto subito per arruolarlo nella pulizia della spiaggia cittadina: in appena un paio d’ore recuperiamo 17 chili.

Sono rimasta in Grecia 44 giorni e ho raccolto oltre 500 chili di spazzatura.

Sono numeri grandi, numeri enormi, che fanno riflettere su quanto male stiamo facendo al pianeta.

Numeri che appaiono irrisori rispetto a quelli che mi aspettano nella mia prossima tappa: la Turchia.