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Giornalisti nel mirino. Stagione 1: Messico

Ogni 17,4 ore in Messico si registra un attacco contro la stampa: sono 249 le aggressioni da gennaio a giugno 2019. Secondo Artículo 19, una ONG che lavora in difesa della libertà di espressione e d’informazione, dal 1 gennaio 2019 sono stati uccisi dieci reporter.

Nell’immaginario collettivo i giornalisti maggiormente a rischio sono quelli che lavorano al nord – Baja California, Sonora, Chihuahua, Coahiula, Tamaulipas – o nelle regioni che le serie tv ci hanno insegnato essere la patria dei narcos: Sinaloa, Michoacan, Veracruz. Ma i numeri, oggi, raccontano tutt’altro Messico. Sono Cancún e Playa del Carmen le città più pericolose. Nei primi sei mesi del 2019 nello Stato di Quintana Roo, dove gli omicidi sono aumentati del 300 per cento negli ultimi tre anni, si sono registrate più aggressioni contro la stampa, ben 26, che in tutto l’anno 2018. Nel 2017 erano state 18.

Ad aggredire i giornalisti, nel 31 per cento dei casi, sono esponenti delle autorità pubbliche e nel 23 per cento del crimine organizzato. Nel 19 per cento si tratta genericamente di “privati” mentre nel 27 per cento dei casi non ci sono stati elementi sufficienti a individuare i responsabili delle aggressioni.

In questo scenario, l’indice di impunità a livello nazionale dei reati contro la stampa che vengono denunciati è del 99,1 per cento (dati Fiscalía especial de atención a delitos cometidos contra la libertad de expresión).

Al 30 giugno in Messico i giornalisti sotto protezione federale sono 903. Nel 2014, quando è diventato operativo il sistema di protezione, erano 338.

Categorie: Slow journalism

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