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La collana della partecipazione

Che cosa significa, nell’era della disintermediazione, partecipare alla vita politica e democratica? Che cosa può fare il singolo in un contesto storico e culturale confuso e dai contorni sfocati come quello che stiamo vivendo?
Che cosa significa, oggi, eleggere democraticamente dei rappresentanti?
Che senso hanno i confini, gli stati-nazione?
Che cosa possiamo fare?Questa è la collana della partecipazione. Se vuoi, partecipa alla sua costruzione raccontandoci le tue esperienze di attivismo

Nell’immagine, particolare dell’opera Dead eye, dell’artista Kemang Wa Lehulere (Sud Africa), esposta alla Biennale di Venezia 2019. Si tratta di calchi di mani della zia dell’artista che, durante le rivolte studentesche avvenute in Sudafrica nel 1976, riportò ferite talmente gravi da poter essere identificata solo grazie alle mani. Le dita riproducono dei simboli della lingua dei segni. La loro disposizione evoca, secondo l’artista, una cacofonia silenziosa.

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C’era una volta un candidato

«Attualmente sono Analogical driver and human resource delivery manager». Dice così di sé, Marco Manna, nel suo “profilo candidato” che si trova sulla Piattaforma Rousseau [1]. E aggiunge: «in passato mi sono occupato di commercio estero, vendita e distribuzione di fiori recisi per l’est Europa». Il resto del curriculum è più o meno istituzionale. Ma è in altre comunicazioni quell’istituzionalità viene meno: «Metterò nella mia segreteria parenti e amici, come ha fatto Di Maio», dichiara nell’intervista che ha rilasciato a il Mattino. Nella medesima intervista spiega anche il senso di quelle sette parole in inglese che descrivono il suo lavoro: «Sono […]
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