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Wolf. 101

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C'era una volta reported.ly

Fino a pochi giorni fa ho fatto parte di un progetto sperimentale diretto da Andy Carvin per First Look Media: reported.ly, la prima testata in tempo reale nativa dei social media. Eravamo una squadra di sei persone, poi siamo diventati cinque, e per 20 mesi abbiamo coperto in diretta 18 ore al giorno, distribuiti su quattro fusi orari diversi. Ci siamo concentrati soprattutto su diritti umani, conflitti, diritti civili negli Stati Uniti, crisi dei rifugiati, Medio Oriente, America Latina e Africa. In breve tempo siamo riusciti a costruire una community globale e abbiamo vinto un premio dell’Online News Association. La nostra esperienza si è interrotta perché First Look ha smesso di finanziarci, ma stiamo esplorando altre strade per riprendere il nostro lavoro.

Intanto, qui c’è quello che ho imparato:

  1. Il contesto è sempre più importante.
    Senza nozioni di storia, geografia, arte, cultura, biografie personali, il racconto per frammenti sui social media non va molto lontano, e può anche diventare fuorviante. La radice di una breaking news di oggi può risalire anche a 200 anni fa. Le crude informazioni da sole, come i dati grezzi, difficilmente possono farci comprendere meglio il mondo. Il nostro compito è sempre di più quello di unire i puntini.
  2. Tools are bling, content is king. Viviamo da alcuni anni un’età d’oro dei nuovi strumenti digitali, ma questi sono buoni sono nella misura in cui sono quelli giusti per la storia che raccontiamo. Fare degli strumenti un feticcio è fuorviante. Gli strumenti per la ricerca, la narrazione, la mappatura, la verifica, la visualizzazione dei dati non sono una storia in sé, e non creano alcuna scorciatoia verso la comprensione delle notizie.
  3. Una redazione non ha bisogno di una redazione. Una redazione è una visione editoriale, è conoscenza condivisa, valori condivisi, distribuzione di competenze e doveri, e buona comunicazione. Noi, sparsi come eravamo per il mondo, siamo stati fortunati ad avere tutto questo.
  4. Andare piano va bene, e ancora più importante, funziona. Andare piano cadenza meglio il racconto, aiuta a mantenere la calma, consente una migliore capacità di giudizio, risparmia qualche errore, consente una scrittura più originale, e sgonfia l’accelerazione inutile delle breaking news.
  5. Bisogna prendersi cura di sé. I social moltiplicano all’infinito l’esposizione a violenza, distruzione e ingiustizie. Si può assorbire solo una certa quantità di dolore del mondo senza impazzire. Bisogna essere coscienti di cosa sono il burnout e la sindrome da stress post traumatico, e sapere che possono raggiungerci anche alla scrivania. Bisogna fermarsi prima di raggiungere il limite, avere cura della vita reale, degli affetti e del sonno. Muoversi fisicamente. Non twittare fra le lacrime. Chi è fortunato come lo sono stata io, troverà un capo che conosce la questione e una squadra di persone che si prendono cura una dell’altra.
  6. Le immagini violente possono essere descritte a parole. Per evitare di contribuire alla viralità indiscriminata di immagini impressionanti, che a sua volta desensibilizza il pubblico, a volte abbiamo cercato sostituire la pubblicazione di foto o video verificati, in vari contesti, con una loro descrizione a parole. Ci vuole cura e delicatezza, ma si può fare, ed è un esercizio che apre gli occhi.
  7. È arrivato il momento di parlare di come coprire gli attacchi terroristici. Stiamo facendo il gioco dei terroristi? Quali sono le informazioni veramente utili quando succedono queste cose? Questa è la domanda più dolorosa che ho tratto da questi due anni.
  8. Quando si richiede il permesso di usare una foto di un utente, può succedere che si trovi in una galleria piena di fumo in corso di evacuazione. È successo davvero. Un uomo che postava da un tunnel della metropolitana a Bruxelles aveva una coda di più di 100 richieste dai media. Rispettate il fatto che non è il momento giusto, anche se nessun altro lo fa, e andate a cercare qualcos’altro. Esistono delle regole per il trattamento etico dei contenuti generati dagli utenti.
  9. Contribuite con didascalie migliori per le fotografie. Le didascalie delle foto d’agenzia sono spesso inaccurate. Quindi controllatele due volte e contribuite aggiungendo informazioni più precise, che a loro volta grazie a voi verranno condivise. Una sola foto può cambiare radicalmente la verifica di una notizia, di un video, di una testimonianza.
  10. L’unica cosa infallibile sui social sono i gattini. Per tutto il resto, meglio non fingere di aver trovato un metodo per piegare la visibilità dei post su Facebook ai nostri desideri – perché non è vero.
  11. Per un piccolo team, l’operatività quotidiana può uccidere alcuni sogni. Noi abbiamo lasciato in sospeso almeno due progetti extralarge a lungo termine. Erano stupendi e spero ancora che troveremo un modo per tradurli in pratica un giorno.
  12. La conversazione fa parte del giornalismo sui social media. A volte una comunità ha solo bisogno di discutere, abbracciarsi, sfogarsi un po’, confrontarsi, sdrammatizzare. E la vita politica ha bisogno di conversazione. Due settimane di interazione con gli utenti britannici durante la nostra copertura di Brexit mi hanno veramente aperto gli occhi.
  13. A pochi interessa l’Africa, ed è uno spreco drammatico. Molti paesi africani hanno reporter di strada fenomenali e personalità radiofoniche molto attive sui social media. Noi abbiamo dedicato tanto lavoro a Burundi, Gambia, Zimbabwe, Sud Sudan, Sudafrica, Nigeria, Kenya, Somalia, Etiopia, e l’interesse è stato relativamente debole. Fatta eccezione per le stesse comunità locali, che si sono accorte della nostra curiosità e hanno interagito con noi.
  14. Non si possono battere da soli delle tendenze generali. Remando controcorrente, noi abbiamo continuato a lavorare sulla crisi dei rifugiati per gran parte del 2016, ma l’interesse era scemato alla fine del 2015 e non siamo riusciti a ravvivarlo. Esistono notizie che scompaiono, anche per precise volontà, e dovremmo essere più tenaci nel non lasciarle scomparire.
  15. Gli obbiettivi politici apertamente dichiarati sono molto meno pericolosi da gestire sui social media di influenze e secondi fini più sottili e nascosti. C’è una comprensibile cautela sui social media nell’utilizzo di materiali che provengono da leader politici, gruppi, attivisti, partiti, ma la realtà è che la loro partigianeria è la più facile da individuare e contestualizzare.
  16. Il mio progetto preferito di reported.ly è Reportedly Now. Col senno di poi, ce la saremmo cavata meglio se ci fossimo limitati a pubblicare tutta la nostra produzione sui social media senza costruire il nostro sito web, ma reported.ly now, che unisce tutti i nostri feed in simultanea in una cronologia fruibile, resta uno strumento eccezionale per il tempo reale.
  17. Amate le vostre liste di Twitter. Non basta crearle – trattatele come se fossero vive e in movimento, modificandole, arricchendole, potandole periodicamente, liberandole dalle erbacce. Sono come il giardinaggio, vi ricompenseranno dieci volte tanto, è una promessa.
  18. Chiedere aiuto è una cosa buona: le persone entrano subito in contatto e sono in grado di contribuire soprattutto con traduzioni, correzioni, topografie. Ed è una cosa buona imparare in pubblico, davanti a tutti, chiedere scusa per gli errori, cambiare direzione. È una cosa piena di rispetto per la comunità e per esperienza posso dire che viene ricambiata con altrettanto rispetto.
  19. Il rumore di fondo è in aumento (fra – diciamo – troll, falsi, bot e sì, soft porno). È una seccatura, soprattutto quando si sta freneticamente cercando qualcosa. Ma tentare di contenere o contrastare il rumore di fondo durante un evento in diretta è una battaglia persa. Si può solo tentare di moderare, fare debunking e sciogliere garbugli su ciò che intercetta la nostra visuale.
  20. Il geotagging è in calo. La nostra esperienza è che gli utenti «densi» utilizzano sempre meno il geotagging, in parte per motivi di sicurezza di cui sono gradualmente più consapevoli. Ciò significa che le ricerche in diretta basate su coordinate geografiche oggi ci danno meno risultati utili di tre o quattro anni fa.
  21. I migliori narratori sui social media sono ancora quelli il cui messaggio è una questione di vita o di morte. Nessun media può battere questo, e nessuna entità commerciale, e sarà sempre così. Per i media, si tratta di notizie; per le comunità, è in gioco la loro vita, la loro città, la loro terra, il loro futuro. Trasmettere voci autentiche è una delle cose più rivoluzionarie del giornalismo sui social media.
  22. La prossima rivoluzione è la traduzione. La nuova rivoluzione di cui abbiamo bisogno sui social media sono traduzioni precise, fatte da esseri umani in tempo reale. Ci sono intere fette di mondo che per necessità deleghiamo a reporter di lingua inglese o francese. E questa non è una visione accurata del mondo, e non è in linea con le relazioni che si intrattengono sui social media, dove la voce più importante è quella delle comunità locali. Pur con difficoltà, la società turca si esprime con enorme forza e complessità sui social media – nel 2016 non è più ammissibile affidarsi a traduttori automatici o a sintesi semplificanti in inglese.
  23. Non c’è libertà di sperimentazione senza finanziamento.
  24. Mai dire mai. Si può essere licenziati e nonostante questo finire a tenere il discorso conclusivo della più importante conferenza di giornalisti digitali del mondo.
  25. Infine, bisogna che ci prendiamo cura della Storia sui social media, in particolare su Twitter. Abbiamo bisogno di creare e finanziare archivi, fare backup, lasciare traccia dei nostri passi. Le storie d’archivio e gli Storify che abbiamo scritto in questi 20 mesi ci hanno svelato una disperante quantità di foto di Flickr perdute, account defunti, link rotti, video spostati o eliminati dopo soli 4 o 5 anni. Non possiamo vivere in un perpetuo presente. Certi tweet da eventi storici cruciali sono ormai testimonianze di inestimabile valore.Una selezione ragionata delle notizie di oggi su media, giornalismi e comunicazione da non perdere.

 

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