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Wolf. 107 – Dentro gli Spectacles

A cura di

Post-it Wolf. 107

Giornalisti Freelance

Sergio Ferraris, giornalista specializzato in tematiche ambientali e scientifiche, fa un buon excursus della, difficile, situazione dei giornalisti freelance. L’articolo, ricco di dati estratti dal rapporto LSDI sul tema, fa un confronto tra la realtà italiana e quella francese e statunitense dove ultimamente i giornalisti vengono retribuiti in base al modello «earn for click» ma, come sappiamo, lo scenario è distante anni luce rispetto all’Italia. Su quali possibilità esistano per uscire da questa situazione, o almeno provarci, dice il nostro Alberto Puliafito che i freelance curando un pubblico di nicchia, disintermediando, mettendo a punto buone pratiche di imprenditorialità potrebbero trovare la soluzione ai problemi attuali. In pratica i freelance potrebbero essere quelli che creano un nuovo modello di business editoriale uscendo da quello che oggi è in crisi. Ossia quello pubblicitario. Già, di fatto, in Italia le poche innovazioni sono state fatte fuori dalle redazioni dei media tradizionali. Come diceva Arbore, meditate gente, meditate…

Cosa c’è Dietro la Guerra alle Fashion Blogger

Le giornaliste di Vogue America si scagliano contro le fashion blogger, ma cosa c’è dietro? Se già la frase di Nicole Phelps, Direttrice di Vogue Runway, «Non è triste solo per queste ragazze che si pavoneggiano per i fotografi. È stressante, in egual misura, vedere quanti marchi partecipino al fenomeno accrescendolo» è un indizio la conferma arriva da Pambianco, specialista della moda, del lusso e del Design. In un recente articolo sulla questione infatti spiega che «lo scontro che si profila strutturale, e che probabilmente era inevitabile, vista l’ormai evidente sovrapposizione di interessi tra l’editoria classica quella parcellizzata dei nuovi media». I blogger andavano bene quando andavano agli eventi per 4 perline ora che sono in diretta concorrenza invece…

Il Lato Oscuro dei Media in cerca di Viralità

Dal clickbait al branded content [de noantri], un’analisi impietosa sulle cattive pratiche dei legacy media. Il perpetrarsi di un circolo vizioso che tende ad amplificarsi fino a distruggere il rigore e la credibilità. È un’attitudine che si traduce nella pubblicazione di notizie non verificate, di analisi semplicistiche, o peggio nella divulgazione di bufale anche razziste pur di acchiappare click. La soluzione è quella di costruire un’alternativa alla macchina dei click. Una possibile alternativa per i lettori, sostenuta dai lettori [attraverso modelli di abbonamento e fundraising], che permetta di riparare il logorato rapporto simbiotico con il pubblico che per decenni ha permesso agli editori di prosperare. È un modello che si basa sulla reputazione, sulla fiducia e su un’idea di giornalismo inteso come servizio. In molti casi si dovrà partire da zero. Direi nel 95% dei casi.

A Mani Basse sull’Informazione

Silenziosamente, quasi senza suscitare reazioni, negli ultimi anni la stampa francese ha cambiato volto: «Un pugno di miliardari controlla la quasi totalità dei grandi media nazionali, stampa o audiovisivo che sia. Miliardari che certo non hanno l’informazione come mestiere principale. Miliardari che hanno quasi tutti acquisito le proprie testate non secondo logiche professionali ma con logiche di influenza e di connivenza», tra finanza, mondo politico e dirigenza dei giornali. La denuncia viene da un libro appena uscito, Main basse sur l’information [Don Quichotte, 441 pag., 19,90 euro], scritto da Laurent Mauduit, ex vice-capo redattore a Le Monde, co-fondatore del sito Mediapart. Da leggere per tutti quelli che «il problema dell’Italia è che, contrariamente agli altri Paesi, non ci sono editori “puri”». Amen!

6 Cose che le Redazioni Possono Fare per Innovarsi

Sono sei, almeno, le «lezioni» che vengono dal paper «How to Lead Innovation and Still Keep Your Newsroom Working»: 1) Pensare in grande; 2) Conoscere i propri punti di forza e il proprio pubblico; 3) Avere delle priorità; 4) Rispettare l’autonomia; 5) Crea interesse nel progresso del tuo staff; 6) Semplificare, comunicare, ascoltare, ripetere. Tutti aspetti, prevalentemente «soft skills» dei quali si parla poco, o nulla, alle nostre latitudini. Mi sa che ricomincerò a fare formazione su leadership, team building e change management come facevo a fine anni ’90. E’ anche questo un indicatore del gap da colmare.

L’Ad blocking in Italia Vale il 13%

L’Ad blocking è un fenomeno, come noto, presente anche in Italia, ma nel nostro Paese l’impatto sul mercato pubblicitario pare essere attualmente più contenuto rispetto ad altre nazioni. Infatti, l’incidenza per l’utenza PC è del 13% ed è ancora più limitata su smartphone, dove si attesta al 7,6%. E’ questo il quadro delineato dai primi risultati della ricerca continuativa «Lo stato dell’arte dell’Ad blocking in Italia» promossa da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, GroupM, IAB Italia, UPA e commissionata a Comscore e Human Highway. I risultati pubblicati si riferiscono ai dati rilevati a maggio 2016 e sono probabilmente sottostimati visto che Oltre agli utilizzatori attuali, il 12% degli intervistati ha dichiarato che potrebbe installare un ad blocker in futuro. Il profilo degli utenti di ad blocker è prevalentemente composto da uomini, giovani, studenti, persone con titolo di studio elevato e abitanti nei grandi centri. Insomma, le fasce della popolazione più interessanti per gli investitori pubblicitari che limita l’efficacia delle pianificazioni online delle aziende interessate a tali target. Human Highway, che collabora anche con DataMediaHub e che ha partecipato attivamente al panel sul tema durante la Social Media Week di Milano, ha prodotto l’indice di fastidio, un parametro che riassume la difficoltà di lettura dei contenuti dei siti Web causata dall’affollamento e dal fastidio dei formati pubblicitari utilizzati. Markets are conversations non spam, è 20 anni ormai che lo diciamo e se ne è messo in pratica il 5%, ad essere buoni. Sigh!

Digital Divide

Il digital divide è prima di tutto culturale e poi di infrastrutture, tecnologico. In tal senso oltre alle famiglie è chiave il ruolo della scuola. Sebbene ormai i Pc siano oggetti dal mercato sempre meno fiorente nell’era degli smartphone, a scuola si è ancora in una situazione in cui l’aula computer non è entrata da protagonista nella didattica. Nonostante il 94% degli studenti, infatti, affermi di averla nel suo istituto, solo il 7% l’adopera tutti i giorni [negli istituti tecnici e professionali la percentuale sale al 17%]. In 1 caso su 2 il famoso «laboratorio pc» è usato a singhiozzo: il 28% studia qui una volta a settiman, il 22% appena una volta al mese. Questa è la situazione fotografata da una websurvey di Skuola.net a cui hanno partecipato circa quattromila studenti di Medie e Superiori. #LaBuonaScuola…

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