Numero

Wolf. 17

A cura di

La scimmia delle news

Se ti dicessi che quella per le news è una vera e propria dipendenza, come le droghe, probabilmente penseresti che sto esagerando. E magari è vero, è un’esagerazione. Ma avremmo dovuto capire tutti il profondo cambiamento in atto quando Facebook ha deciso di chiamare il suo flusso – quello con cui ti mostra le condivisioni dei tuoi «amici» – News Feed. È chiaro che in quel momento le news perdevano la loro esclusività giornalistica e si trasformavano in qualcosa d’altro.

Avoid the News

Mentre cercavo materiale bibliografico per il libro che sto scrivendo per le Edizioni Centro di Documentazione Giornalistica mi sono imbattuto in un pezzo su Medium e da lì in un testo che ho trovato davvero interessante e per certi versi illuminante. Si intitola «Avoid the news», è del 2010 ed è stato scritto da Rolf Dobelli. Probabilmente il nome non ti dice molto: Dobelli è un uomo d’affari e autore svizzero, noto per il suo The Art of Thinking Clearly. Che, sì, dal titolo potrebbe sembrare uno di quei testi da guru di Autogrill. Ma passiamoci sopra per un attimo (in realtà il testo non è mai stato tradotto in italiano e contiene una seria disamina dei principali errori cognitivi che si commettono nel ragionamento, a cominciare dai cosiddetti bias di confermaVedi in merito la voce L’illusione di sapere, Treccani, 2010).

Il testo di Dobelli di cui voglio parlarti oggi elenca in quindici punti le ragioni per cui le news non valgono niente. Per news intendiamo il senso giornalistico di ultime notizie. Quindi quel flusso infinito di fatti di cronaca, dichiarazioni, microvariazioni sul medesimo tema che ogni giorno ci invade e ci assorbe.

  1. Le news ci ingannano sistematicamente (perché sono generalmente solo di massa, molto visibili, «shock». Non rappresentano il mondo reale)
  2. Le news sono irrilevanti (quante volte una delle ultime diecimila ultime notizie che hai scritto o letto negli ultimi 12 mesi ha contribuito a farti cambiare idea su qualcosa di realmente importante o a prendere decisioni importanti o hanno inciso sulla comunità in cui vivi?9
  3. Le news limitano la comprensione (sono come bolle che scoppiano sulla superficie di un mondo molto più complesso
  4. Le news sono tossiche per il corpo (mettono sotto stress costante cervello e corpo
  5. Le news alimentano in maniera massiccia gli errori cognitivi (il flusso di notizie alimenta il genitore di tutti gli errori cognitivi: il pregiudizio di conferma
  6. Le news inibiscono il pensiero (che richiede concentrazione)
  7. Le news cambiano la conformazione del tuo cervello (generano dipendenza, si vuole sapere come vanno a finire: se si consumano news in continuazione si cambia modo di pensare)
  8. Le news costano (in termini produttivi e anche in termini di consumo e di tempo dedicato ad aggiornarsi continuamente sulle ultime notizie)
  9. Le news separano la relazione tra reputazione e successo (in altre parole, danno maggioi importanza alla notorietà momentanea che non a coloro che contribuiscono in maniera sostanziale a ciò che accade nelle società)
  10. Le news sono prodotte da giornalisti (secondo Dobelli meno del 10% delle ultime notizie sono originali e meno dell’1% sono realmente investigative)
  11. I resoconti dei fatti a volte sono sbagliati, le previsioni lo sono sempre
  12. Le news sono manipolatorie (per come sono selezionate, gerarchizzate, a volte determinate dall’industria delle pubbliche relazioni)
  13. Le news ci rendono passivi (nella maggior parte dei casi riguardano cose che non possiamo cambiare in alcun modo)
  14. Le news ci illudono che ci teniamo alle cose (un po’ come cantare tutti insieme «We are the world» e pensare che stiamo rendendo il mondo migliore)
  15. Le news uccidono la creatività

I concetti esposti da Dolbelli sono soltanto in parte provocatori e per il resto sono davvero molto condivisibili, da leggere, rileggere e introiettare.

Come se non bastasse, le conclusioni che propone sono molto simili a uno dei temi ricorrenti di Wolf: la necessità, per il giornalista, di unire i puntini.

Il flusso parallelo dei social

Ma per comprendere a fondo la tossicità del meccanismo delle ultime notizie dobbiamo affrontare anche il mondo della comunicazione d’impresa in particolare sui social. Qual è la prima cosa che fa un social manager, quando si occupa di brand? Cerca di coinvolgere il suo pubblico – in altre parole di fare engagement. E come si fa a fare engagement in maniera relativamente semplice o, per lo meno, con una discreta probabilità di non fallire clamorosamente? Be’, per esempio si possono commentare creativamente le notizie del giorno.

Pensiamo alla maestria con cui comunica Ceres su Facebook, per dire.

Ma pensiamo anche a come vengono usati i TT su Twitter (non solo dai brand, anche dai singoli utenti, nel tentativo – a volte senza speranza, a volte molto ben riuscito – di dire qualcosa di interessante, brillante, intelligente e concentrato in 140 caratteri, ad ogni costo). O ancora, a quando muore qualcuno di famoso. Si genera così un flusso parallelo alle news, di commento alle medesime. Un flusso che a volte – per esempio – è mera e inutile espressione di cordoglio fine a se stessa (pensiamo a #jesuischarlie) e solo raramente si trasforma in vera utilità sociale, anche temporanea (per restare a Parigi, e a fatti tragici, è il caso dell’hashtag #porteouverte). Un flusso che centuplica il normale andamento delle news, lo fa crescere esponenzialmente e ha come effetto duplice quello di generare rapidamente saturazione su quella singola notizia (con drammatiche conseguenze sulla memoria a breve e lungo termine e sulla comprensione dei fatti) e quello di fartene volere di più.

Ne vuoi di più per il giorno dopo, vuoi qualcosa di diverso, da commentare tutti insieme, da condividere tutti insieme, da digerire tutti insieme per indignarsi, commuoversi, provare piacere, stanchezza, fastidio, esprimersi con le reactions, fino alla prossima volta. Cioè qualche altro giorno dopo, o l’indomani, o addirittura dopo qualche ora.

Tutti informatissimi, ma in definitiva sappiamo davvero poco e siamo completamente immersi nel flusso.

Detox

Qualche giorno fa ho iniziato il mio percorso di «disintossicazione», in maniera del tutto spontanea e quasi per prova. Ho cancellato Whatsapp dal mio iphone. Poi ho cancellato l’app di Facebook, quella di Twitter, quella di Snapchat, quella di Peach (ebbene sì, l’avevo provato). Ho lasciato solamente l’applicazione di Televideo e quella di Slack, che utilizzo in via esclusiva per il lavoro. Non escludo che alcune di queste scelte possano essere riviste in futuro.

Per il momento, la mia attività di giornalista-direttore di Blogo non ne ha in alcun modo risentito. Non ne risente la mia attività per Slow News e Wolf e non ne hanno risentito in alcun modo i miei rapporti interpersonali. Ho guadagnato, invece, un po’ di tempo in più durante la giornata e sto lentamente smettendo di osservare il mio iphone in maniera compulsiva, fra le pause o – peggio ancora – durante le conversazioni. Lentamente mi sto ri-abituando al fatto che non ho bisogno davvero di fare qualcosa mentre sto facendo altro e al fatto che se c’è qualcosa di veramente breaking, di veramente urgente, o sono già al computer a lavorare oppure qualcuno mi telefonerà.

Probabilmente mi sono perso un po’ di cose. Ma niente di rilevante. E nemmeno di irrilevante. Non ho potuto fare a meno di sapere del petaloso – che all’inizio, sì, mi sembrava anche una storia carina ma alla fine è successo che il padre del bambino ha registrato il marchio, che è stato necessario il debunking, che Matteo Renzi ha twittato in merito, e nulla di tutto questo cambierà in alcun modo la mia – o la tua – storia personale. Eppure, sappiamo tutti tutto quel che ci è stato raccontato.

Quel che noto, invece, come cambiamento positivo, è che posso dedicarmi un po’ di più a pensare. A ragionare sui contenuti sui quali lavoro, a fare collegamenti e prendermi del tempo – che poi è quella cosa che a Google chiamano Making Time.

Il prossimo passo sarà – e dunque sarà il caso di parlarne in termini di gestione del lavoro online – tentare di regolamentare in maniera sensata, non morbosa, non ossessiva, il mio controllo di mail e social: anche questo sarà un modo per gestire meglio il flusso delle notizie e delle cose «da fare», da «sapere».

Esercizi

Sarebbe bello provare a fare i compiti a casa. Per esempio, fare un elenco, da qui alla fine della settimana, di tutte le notizie che abbiamo letto e che, in effetti, potevamo anche non conoscere. E di quelle che, invece, sono davvero rilevanti. Quelle di cui abbiamo letto solamente il titolo. Quelle che abbiamo approfondito e non c’era davvero bisogno di approfondire.

Temo che il risultato possa essere sorprendente in negativo. Ma che possa essere anche un punto di partenza per ricominciare da capo.

Curatela

Qui crediamo, per esempio, che la curatela editoriale, fatta da professionisti, sia davvero un valore aggiunto. Che i Post-it di Pier Luca Santoro siano preziosi, così come i consigli di lettura che proponiamo a chi si abbona a Slow News. E quella della curatela è una delle sfide più interessanti per chi si occupa di informare e di comunicare bene.

Feed reader

Se proprio si ha paura di perdersi qualcosa, potrebbe essere una buona idea installarsi un feed reader con le proprie fonti preferite e scrollarlo metodicamente, anche solo una volta al giorno per pochi minuti. Con un po’ di esperienza – ricorrenza degli argomenti, interesse personale – si riuscirà facilmente a discernere quello che secondo l’opinione comune non possiamo non sapere da quello che, invece, dobbiamo sapere perché ci interessa sul serio. Io utilizzo Vienna, per esempio. Lo uso sia per Wolf sia per Slow News sia per Blogo ed è uno strumento semplice ma, per me, potentissimo. Nessun algoritmo può scegliere meglio di me stesso le fonti da mantenere al suo interno e quelle da eliminare, le cose da salvare per future letture e quelle che posso anche non leggere mai. Il problema è che il rischio di ricadere nel desiderio di conoscere cose che non mi servono affatto resta alto.

Alcune obiezioni

Dolbelli ha prevenuto tutta una serie di possibili obiezioni in un secondo documento, sotto forma di intervista (o se preferisci, di FAQ)

Le riassumo e reinterpreto, ma consiglio di leggerle integralmente.

  • sì, è vero, è meglio sapere qualcosa che non saperlo. Ma essere informati non equivale a conoscenza. Sapere i fatti non equivale a comprenderli;
  • non è disumano disinteressarsi a una tragedia (pensiamo a quante non ne conosciamo affatto e accadono anche adesso)
  • la rilevanza è una scelta personale;
  • è difficile non scorrere i titoli, ovviamente; questo è una conferma che è una perdita di tempo;
  • è una droga pesante; non si può essere consumatori occasionali di droghe pesanti;
  • ma la parte divertente? Forse è più divertente leggere un libro, vedere un film: ci sono milioni di cose che sono più divertenti di navigare su internet e leggere news.

Conclusioni

Dolbelli, infine, chiude così:

«Sii un consumatore di informazioni attivo. Prova ad avere una domanda chiara (un’ipotesi sul mondo?), quindi scava, per trovare conferme o prove che la sconfessino. Cerca specialmente le prove che la sconfessino. Sono le più nascoste.
Per dirla con Nassim Taleb: È un problema molto recente il confondere ciò che non è osservabile con ciò che non esiste. Se qualcosa è rilevante per te, sviluppa una strategia di ricerca attiva, non passiva. Non cedere alle cronache dei media perché costano poco. Esci e parla con le persone che conosci. Parla con i CEO e gli impiegati, i clienti, i ricercatori, i sostenitori e gli oppositori. Leggi libri. Leggi manuali. Studia le ricerche. Non essere un consumatore passivo di informazioni che si limita a pescare qualsiasi cosa gli arrivi. Sporcati le mani. Ma per amor del cielo, smetti di essere un consumatore di news».

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