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Wolf. 32 – Imparare a essere social

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Ma Periscope?

Sul nostro gruppo di conversazione su Facebook, un’abbonata chiedeva, a proposito dei video in streaming, lumi su Periscope.

L’app che avrebbe ucciso il giornalismo

C’era una volta Periscope. Periscope era una app. Una app che ad un certo punto è stata acquisita da Twitter. Siccome Twitter non era ancora ufficialmente in crisi, soprattutto in Italia Periscope viene accolto con un entusiasmo sconsiderato. Ma facciamoci caso. Tutte le volte che nasce una qualsiasi nuova app su cui si può sguazzare, la stampa nostrana ne fa su un caso. Prendi Peach per dire. Conosci? La usi abitualmente? Per Repubblica è già stato il caso di chiedersi: sarà la nuova Twitter?

Analogo entusiasmo era stato riservato a Periscope, fin da quel 26 marzo. Come se, fino a quel momento, non ci fossero stati sistemi di trasmissione video in streaming di facile utilizzo (YouTube? I Google Hangout? Ustream? Livestream?). Certo, qui c’era la componente Twitter a rendere il tutto più affascinante.

E infatti, il 31 marzo su Il Fatto Quotidiano (FQ Magazine, per la precisione) c’era già un pezzettino dal titolo: Periscope, su Twitter tutti pazzi per l’app di live streaming: vivere on air. Tutti. Ma sarebbe bastato guardare i numeri dei primi live (anche stranieri) per capire di cosa si stesse parlando.

Tant’è, c’era già chi – giustamente, per fortuna – si affrettava a spiegare che, no, non avrebbe affatto ucciso il giornalismo. Perché come al solito, insieme alle reazioni entusiastiche, iniziavano le levate di scudi apocalittici.

I numeri

Ad agosto 2015, sullo spazio che ha su Medium, lo staff di Periscope iniziava a comunicare un po’ di numeri, con toni enfatici: 40 anni di video guardati ogni giorno!

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Oh, wait

Sì, ma cosa vuol dire? E perché usare questa metrica? «Il tempo guardato», dicono a Periscope, riflette il cuore del nostro prodotto.

Sì. Va bene. Ma te la ricordi la questione del «tempo guardato» analizzata ieri a proposito di Facebook, vero? Ok. Allora, possiamo parlare quantomeno di utenti? Sì: 10 milioni di account era la dichiarazione sempre ad Agosto 2015. Nel mondo. Anch’io ho un account su Periscope. L’ho creato per fare una dimostrazione al Digit 2015 di Prato: non l’ho mai più utilizzato. Numero di account non significa numero di utenti attivi.

Altri numeri?

A un anno dal rilascio, a Periscope proseguono con la medesima strategia comunicativa.

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Gli anni di video guardati ogni giorno sono diventati 110. Possiamo convenire sul fatto che è un modo per impressionare che non significa niente? Da agosto 2015, invece, nessuna altra dichiarazione ufficiale sul numero di account.

Sì, certo, è altamente probabile che, vista la natura del social, tutte quelle visualizzazioni siano volontarie. Ma questo non è garanzia del fatto che siano visualizzazioni attive. Né è garanzia di successo. Anzi.

Ma quindi è un flop?

Dipende da cosa intendiamo per flop. Per valutarlo non bisogna mettersi nei panni della stampa che ne parlava come se dovesse essere la app più dirompente di sempre (forse parliamo sempre delle cose così, nel giornalismo nostrano?). Bisogna mettersi nei panni dell’azienda che lo sta mandando avanti. Slow News con i suoi 250 abbonati, Wolf con i suoi 150, sono un flop? Dal nostro punto di vista, assolutamente no.

Quindi, la valutazione è da fare secondo altri parametri (e al momento, dopo appena un anno, è davvero presto per dirlo). Quel che possiamo dire senz’altro è che non è stato nulla di dirompente, e che si poteva facilmente pensarlo fin dal primo istante.

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Serve?

Come al solito, la risposta è – lo so che la odi, la odio anch’io, ma purtroppo è così – dipende. Dipende dall’uso che ne fai. Dipende da cosa ne fanno i tuoi utenti. Su The Verge, per esempio, ci ho visto una lezione live su come si fanno volare i droni (ma nelle ultime 24 ore non hanno trasmesso). Ci sono giornalisti che lo hanno utilizzato – avendo l’accortezza di registrare quel che filmavano, visto che i video, per impostazione predefinita, vengono cancellati dopo 24 ore – lo hanno utilizzato per lavori interessanti.

Tipo Paul Ronzheimer, che lo ha utilizzato per raccontare il viaggio dei profughi siriani in Ungheria: il suo lavoro è diventato un caso di studio, trattato anche dal Guardian.

C’è spazio anche per il LOL. C’è anche stato un giorno in cui 20mila persone tutte insieme si sono collegate per guardare la medesima pozzanghera di Newcastle (no, non è una notizia-fake da colonnina di destra di una homepage italica: qualunque cosa significhi, è una notizia vera).

La lezione delle buzzword

Periscope è stato, appena nato, una buzzword. Una parola di moda, come viral, engagement, social, SEO, storytelling e compagnia cantante. La caratteristica principale delle buzzword è che se le traduci si disinnescano. Non solo: se le traduci  e smetti di ripeterle come un mantra, scopri che dietro alle buzzword si nascondono concetti potenzialmente importanti, tecniche da imparare, strumenti da conoscere, piattaforme che ti possono suggerire idee per sviluppare meglio i tuoi contenuti digitali, per parlare con i tuoi utenti, con il tuo pubblico. Se su Twitter sei molto seguita e ti occupi di nail art o di chiavi a brugola e il tuo pubblico ama vedere video in diretta sul maquillage o sull’arte di avvitare con le chiavi a brugola, perché non usare Periscope?

L’errore sta nel raccogliere qualsiasi cosa che si sia letta, sentita, qualsiasi cosa «nuova» come se fosse una cosa fantastica. È una specie di malattia compulsiva della stampa contemporanea. Luca Conti, su Pandemia, scriveva qualche giorno fa:

«Citami un servizio internet che usi stabilmente e che è nato negli ultimi 24 mesi. Sono certo che non te ne viene in mente neanche uno, perché forse non c’è».

Ho fatto la medesima domanda, come test, in uno dei miei corsi. Qualcuno ha risposto Spotify. Be’, il popolare servizio svedese è stato lanciato nel 2006. Ha 10 anni.

Così, ecco che oggi ci troviamo a chiederci: ma Periscope? Ed è naturale che ce lo chiediamo. Periscope ha un anno di vita. È probabile che non sia un grande successo ma è presto per dire se sopravviverà o meno. Di sicuro la sua esistenza è fortemente legata a quella di Twitter e tutti coloro che strombazzavano entusiasti, come galli che celebrano il primo sole, all’epoca non avevano saputo leggere i segnali – che si potevano già intuire – di Twitter in declino. Ma questa non è la parte «grave». La parte «grave» è non aver saputo offrire una visione prospettica di quello che, a marzo del 2015, era semplicemente un nuovo servizio sul web offerto da Twitter. È la grande lezione delle buzzword.

E i live di Facebook?

Già. Appunto. Perché quando è uscito Periscope c’era chi parlava della sua rivalità con un’altra app analoga, Merkaat. E nessuno si era messo a ipotizzare che Facebook potesse fare la stessa cosa. E invece. Ma la già citata analisi del NYT pone una questione fondamentale. «But no money yet».
La questione è semplice: come tutti i servizi corollari di un servizio di social network utilizzato in massa (vale per Facebook ma vale anche per Twitter), si tratta di una possibilità di autopromozione. L’ennesima. Quindi, se Martha Stewart fa una demo live dei suoi lavori in cucina e a casa e fa 86mila visualizzazioni (sarebbe davvero bello che il suo social manager spacchettasse quelle visualizzazioni come ho fatto ieri con le «mie» 26 mila), sicuramente ha promosso il suo prodotto: lei stessa. Sul sito ti vende libri, riviste, ha uno shop con tonnellate di programmi di affiliazione. Autoalimenta la sua popolarità. Essere live e raggiungere le masse le serve. Risponde perfettamente alle sue esigenze.

Certo è che, in termini di masse raggiunte e di metriche di vanità, il live streaming di Facebook ha dato un brutto colpo a Periscope e a Twitter. Non è una novità.

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