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La follia di pulire il mare

Odisseo mangia la plastica

Né più mai toccherò le sacre sponde​​​​​​​​​​​​​​

Ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde

Del greco mar da cui vergine nacque

Venere…

Ugo Foscolo, A Zacinto

Appena scendo dal traghetto e metto piede a Patras realizzo che erano anni che volevo andare in Grecia: un piccolo sogno si avvera. In realtà è l’unica, tra le tappe del mio viaggio, che ho pianificato e speravo di riuscire a includere. Per il resto non ho obiettivi, mi lascerò trascinare dove le correnti porteranno me e la plastica.

Ancora ho poca dimestichezza con le piattaforme di ospitalità. Forse per questo non riesco a trovare un posto dove dormire e mi devo appellare ad Airbnb, dove contratto con una dolcissima signora che mi dà una stanza per 15 euro a notte (invece che gli originari 25), in un paesino a nord di Patras. Per arrivarci devo superare un lunghissimo ponte sospeso. 

La stanza, più che una stanza è una casetta sull’albero. Rimango sbigottita dalla quantità di orpelli che sono riusciti a infilare in un unico ambiente; vado subito alla spiaggia di Makyneia, che dista cinque minuti a piedi e trovo qualcosa che mi sorprende molto più degli orpelli della casa sull’albero: i cotton fioc. 

Chiunque abbia mai pulito una spiaggia sa bene che trovare i bastoncini cotonati è, purtroppo, cosa assai frequente, tanto che già nel 2017, in Italia, venivano segnalati come uno dei rifiuti più presenti lungon le coste e – anche per questo – pochi anni dopo sono stati aboliti e sostituiti con la versione biodegradabile. Ma trovarne quanti ne sto trovando io va davvero oltre ogni statistica. In una mattina riempio una busta, piena solo ed esclusivamente di cotton fioc. Come è possibile? Mi dico che forse in zona c’è uno scarico, o comunque le correnti ne portano il contenuto alla spiaggia, e quello è probabilmente il frutto della decennale abitudine di buttare i bastoncini cotonati nel water. Questa, almeno, mi sembra l’unica teoria plausibile, buona a giustificarne una presenza così massiccia rispetto tutti gli altri rifiuti. 

Foto IG @ecoprof.travel

A fine giornata ho recuperato 2kg di rifiuti indifferenziati e 2.5kg di plastica.

Il mattino dopo mi incammino nuovamente verso Patras e, tra un caffè greco e la bellezza del paesaggio, mi fermo a pulire la spiaggia cittadina: 4kg di plastica, 6kg di indifferenziato.

Sto iniziando a vedere dei numeri che non avevo mai visto. Ma al momento c’è altro che mi preoccupa: per la prima volta non ho idea di dove dormirò, non ho trovato alcun posto. 

Ricordo che Ilaria, la ragazza conosciuta nella nave da Cagliari a Napoli, mi ha suggerito Park4night, un’applicazione per camperisti in cui vengono segnalati parcheggi, luoghi in cui passare la notte, servizi vari. Io non ho il camper, ma provo comunque a darci un occhio. Vedo che davanti all’isola di Zante, nella località di Arcoudi, c’è un ristorante che accetta anche camper e ha alcuni servizi per loro. Forse posso provare a chiedere se posso parcheggiare lì l’auto durante la notte in modo da dormirci dentro ma essere al sicuro.

E così faccio. 

Foto IG @ecoprof.travel

Arrivo davanti a un piccolo alberghetto che dà su un vasto prato. Scendo dalla macchina e vado a parlare col proprietario, Georgeus, che mi guarda stupito: probabilmente è perché ho un enorme polpo disegnato sulla portiera. Quando gli spiego la mia missione e gli racconto che vorrei poter dormire in macchina nel loro parcheggio, scopro che i miracoli esistono: ha l’intero albergo vuoto. Può concedermi gratuitamente una stanza e farmici stare per quanto voglio, perché, in fondo, sto rendendo un servizio anche a lui se pulisco la spiaggia.

Ci accordiamo che però darò una mano col ristorante, facendo da cameriera.

E così iniziano dieci giorni ad Arcoudi: la mattina sveglia presto e subito in spiaggia, che è giusto di fronte all’albergo. È una spiaggia enorme, tristemente zeppa di bottiglie di plastica e fustini di detersivo, e il lavoro da fare è parecchio. Il clima è ancora buono, così a fine raccolta mi concedo sempre un bagno in compagnia di Polly, che non vede l’ora di sguazzare in mare. A volte mi godo un po’ di relax semplicemente osservando il profilo di Zante lì in lontananza. 

All’ora di pranzo è il momento di tornare in albergo per cominciare il servizio. Poi qualche ora di relax, che utilizzo per leggere, studiare, preparare le prossime tappe, e dalle 18.00 di nuovo in servizio. 

Cose rilevantissime di questo periodo:

– mangio molto bene: la cuoca è bravissima e ho la possibilità di provare i piatti tipici greci;

– ho una stanza tutta per me, addirittura col bagno in camera, e mi sembra un lusso sfrenato;

– la spazzatura in spiaggia sembra non finire mai. 

Talvolta lo stesso Georgeus passa e mi dà una mano: insieme raccogliamo decine e decine di materie plastiche. È evidente che sia tutta spazzatura portata dal mare, in particolare proprio la plastica: qualcuna viene da lontano geograficamente, ha addirittura le scritte in arabo, qualcun’altra viene da lontano nel tempo. La plastica ha tempi di biodegradabilità potenzialmente infiniti, un oggetto in plastica ha bisogno di centinaia di anni per decomporsi ed essendo che la plastica è stata inventata solo nel XIX secolo, tutta quella prodotta dalle sue origini a oggi è ancora presente nell’ambiente. Per sensibilizzare questa problematica stanno nascendo molte iniziative. Una è quella di Archeoplastica, un progetto che raccoglie e cataloga tutta la plastica trovata in spiaggia che può ormai essere considerata “reperto storico”, appartenente cioè a decenni e decenni fa. Si trovano bottiglie, ma anche giocattoli, spesso sponsorizzati dalle pubblicità dell’epoca. 

Foto IG @ecoprof.travel

Ma cosa succede alla plastica una volta che, dopo secoli, si dissolve nell’acqua? Niente. Rimane là. Non più come catena di polimeri ma nella forma di microparticelle. Per sempre

Con Georgeus riempiamo così tante buste che si pone il problema dello smaltimento, anche perché non ci sono cassonetti in zona e trasportare tutta quella roba sino al centro del paese richiede tempo e forze di cui non dispongo. Così il piano è semplice: ammassiamo tutto nel relitto di una barca a remi che si trova tra la spiaggia e il boschetto attiguo, una volta terminata la pulizia chiamiamo dal paese un ragazzo col pick-up e portiamo tutto all’isola ecologica. 

Il bottino finale, dopo dieci giorni, è di oltre duecento chili di rifiuti raccolti.

Ripenso con nostalgia a quei dieci chiletti recuperati dopo la prima settimana in Italia. Mi sembrano già tempi lontanissimi. E ancora non ho visto niente. 

Quando saluto, Georgeus mi ringrazia per avergli mostrato quanto profondamente era sporca la spiaggia, e promette che metterà dei cestini a sue spese e che tutte le settimane farà una pulizia di routine. Ma, soprattutto, mi mostra che sta smettendo di dare ai clienti bottiglie in plastica: ha capito che, il modo migliore per non avere plastica in mare è non produrla. 

Orgogliosa di questo piccolo successo, riparto. Polly sempre con me, dopo dieci giorni passati a prendere il sole e correre sulla sabbia.

Di nuovo in macchina, destinazione sud. Ci fermiamo lungo la costa per qualche altra pulizia, poi tagliamo verso l’interno: ho appuntamento in un Workaway a Megalopoli, nel cuore del Peloponneso. 

Qui mi trovo in una sorta di villa in ristrutturazione. Non sono l’unica volontaria, ce ne sono in tutto una ventina, ragazze e ragazzi tra i 18 e i 25 anni. Io sono la più vecchia e l’unica che non ha alcuna intenzione di fare baldorie notturne.

La sveglia è all’alba: devo lavorare 5 ore al giorno aiutando a ristrutturare la casa. Ho mansioni varie, dallo spostare i massi per creare la pavimentazione esterna, a cercare foglie con cui abbellire il viale, allo svuotare, pulire, riordinare, catalogare le stanze. L’altra metà della giornata, invece, la passo a cercare rifiuti da raccogliere. 

Sono lontana dal mare, ma non è per nulla difficile trovare un luogo da ripulire: a pochi passi dal centro di Megalopoli scorre un fiume, l’Alfeo. E io non ho mai visto nulla di così sporco: non si tratta di qualche rifiuto che galleggia in acqua, qui si tratta di una sedimentazione di strati e strati di spazzatura. È chiarissimo che sono davanti ad una discarica. 

Quando parlo con Alex, il proprietario del Workaway, mi conferma che probabilmente ho ragione. Negli anni passati, secondo lui, era lì che la municipalità svuotava i cassonetti cittadini. Mentre ora dice che hanno aperto una discarica vera lontano da qua, quindi non lo fanno più.

Foto IG @ecoprof.travel

Sono sconvolta.

Per quanti anni hanno usato il fiume come discarica? Perché non hanno poi mai bonificato il territorio? Tutti i rifiuti presenti finiranno piano piano in mare, per non parlare di tutti quelli che già ci sono finiti. Mi armo della migliore volontà possibile, ma è chiaro che si tratta di una lotta impari: ci vuole una squadra, ci vogliono delle gru, ci vogliono le istituzioni.

Recupero circa 30 kg al giorno, per cinque giorni. Alla fine del mio lavoro, la differenza, rispetto a prima, si nota appena. 

È il momento di ripartire, tornare verso la costa, verso il mare. Dopo una rapida visita a Sparta e una notte in macchina nei pressi di Leonidio, mi preparo a qualche giorno da passare a Corinto.