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EP3 – Perché (soprattutto in emergenza) una bozza non è una notizia

Nella notte fra il 7 e l’8 marzo 2020 il Governo italiano ha approvato un decreto per isolare quanto più possibile alcuni territori del Nord Italia per contenere quanto più possibile l’epidemia da coronavirus.

Questa è una notizia, così come il testo del decreto. Ma qui non ci occupiamo dell’istante.

Ci occupiamo di quel che succede in un’area in emergenza, coerentemente con questa serie giornalistica dedicata al tema.

In emergenza succede una cosa importante: quando un governo decide che siamo in stato d’emergenza, può sospendere anche i diritti fondamentali. Di fatto è una sospensione del normale vivere democratico. È per questo che ci sono dei limiti a quanto può durare uno stato d’emergenza. In Italia il Codice della Protezione Civile (Decreto legislativo n. 1 del 2 gennaio 2018), ridefinisce la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale, portandola a un massimo di 12 mesi, prorogabile di ulteriori 12 mesi.

In emergenza succede un’altra cosa: che le persone a cui è destinata l’informazione sono coinvolte dall’emergenza in senso emotivo. E lo sono anche i giornalisti, che sono persone.

Una delle tante cose che succedono quando viene decretata un’emergenza, poi, è che le voci corrono velocissime. Sempre più veloci, soprattutto in un’era in cui spostare un’informazione da un punto A a un punto B è facilissimo. Basta un telefono, basta uno smartphone, un social network, una connessione a internet.

Come scrive Il Post a proposito del decreto con cui parte questo pezzo, anche i giornali fanno circolare velocemente le voci. Per esempio:

«Una bozza del decreto poi firmato da Conte aveva cominciato a circolare sui giornali nel tardo pomeriggio di sabato, generando molta confusione e allarmi».

Qui dobbiamo per forza di cose fermarci e provare a capire un paio di dinamiche.

L’obiettivo di questo pezzo, infatti, è di servire sia alle persone non-giornaliste sia ai giornalisti (e fra questi ultimi, in particolare, a coloro che possono non aver mai lavorato in aree dove è stata decretata un’emergenza).

È normale che circolino bozze di un decreto? Sì. È normale. Le persone che le ricevono sono tante. Nel decreto in questione, per esempio, si sentono i pareri di 13 ministri diversi e di 6 diverse istituzioni regionali. E ciascuna di loro potrebbe avere altre persone cui girarlo confidenzialmente, per aver pareri, per esempio. Ma anche molti giornalisti possono ricevere le bozze.

A cosa serve, a un giornalista, ricevere una bozza di decreto? A tante cose. Primo: a studiare per tempo una volta che il decreto uscirà. Secondo: a riuscire a trovare velocemente le differenze fra bozza e decreto. Terzo: a individuare eventuali condizioni di abuso dello stato d’emergenza (un esempio pratico? Si devono spulciare tutte le leggi a cui in quel periodo si può andare in deroga, ovvero che non devono per forza essere rispettate. E poi vigilare per vedere se qualcuno se ne approfitta).
La decretazione di uno stato d’emergenza è un contesto di sospensione della democrazia così come la conosciamo. È un contesto in cui c’è un bisogno assoluto di grande giornalismo fatto con i suoi tempi, con calma, senza eccitazione e senza eccitare.

Serve a qualcosa pubblicare una bozza prima che il decreto venga approvato? Qui la risposta è: dipende. Dipende da come la pubblichi, dipende da come la amplifichi. Dipende da come la racconti. Dipende da come titoli. Dipende da un sacco di cose. Il problema principale che bisogna porsi è: perché sto pubblicando? A chi serve che pubblichi? Come reagiranno le persone e quanto posso permettermi di essere parziale in quel che pubblico? Se pubblico qualcosa che poi cambia, che cosa ho fatto?

Facciamo un esempio pratico anche qui.

Quella che vedi qui sotto è la bozza del comma a) dell’Articolo 1 del decreto con cui inizia questo pezzo.

Quello qui sotto, invece, è il decreto firmato.

Guardiamo insieme due commi a)

La bozza dice

a) evitare in modo assoluto ogni spostamento in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori di cui al presente articolo, salvo che per gli spostamenti motivati da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza

Il decreto firmato dice

a) evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute. È consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza

Le differenze sono sostanziali, non solamente di forma. Il decreto edulcora, alleggerisce il divieto della bozza. Passa da “evitare in modo assoluto ogni spostamento” a “evitare ogni spostamento”. Lo limita alle sole persone e non alle merci, per esempio (molto importante!). Aggiunge le eccezioni: si può tornare a casa, al domicilio o alla residenza (importantissimo!), ci si può spostare per esigenze lavorative (da provare, ma ovviamente anche questo importantissimo), ci si può spostare per situazioni di necessità (e non di emergenza: anche questo alleggerimento è molto importante!), per motivi di salute (idem come sopra!).

Ma il decreto non ti sembra troppo ambiguo? Ci sono ambiguità, sicuramente, anche se non è questo il tema di questa riflessione.

Ma allora dove va a finire la tempestività del giornalista?
Nessuna definizione dei doveri del giornalismo comprende come caratteristica essenziale e irrinunciabile la tempestività. Sulla tempestività vince il dovere di informare rispettando la verità sostanziale dei fatti. Cosa c’è di vero in una bozza? Che è una bozza. Una versione incompleta. E come si fa a dire la verità sostanziale dei fatti a proposito di qualcosa che è incompleto?

Ma allora i giornali di carta?
I giornali di carta hanno dei limiti, purtroppo, dovuti alla loro fisicità. Il loro ruolo è ancora molto importante e non vanno assolutamente minimizzati, ma è proprio in questi contesti che si capisce quanto sia vitale lavorare all’integrazione fra carta e digitale, il secondo come strumento di realtà aumentata, di miglioramento della prima. La carta è “condannata” a uscire a una certa ora con certi tempi di chiusura dei pezzi. Il digitale può essere un soccorso straordinario all’incompletezza forzata della carta. La carta può dire cose che il digitale può completare, migliorare, correggere, in un rapporto di mutuo miglioramento.

Perché è importante ragionare su questi temi? Per tanti motivi. Primo fra tutti, la necessità di rafforzare il patto di fiducia fra i giornali e lettrici e lettori, anziché indebolire.
Mettiamoci nei panni di qualcuno che si sia trovato a prendere decisioni per il prossimo mese ieri sera. Il dettaglio “si può ritornare a casa” poteva essere fondamentale. È questo lo sforzo che bisongerebbe fare.

Ci sono altre persone che la pensano come Slow News? Ma certo. Il Post per esempio ha preso la decisione di non pubblicare finché il decreto non è stato firmato.

Ma l’abc del giornalismo non è dare le notizie? Sì. Certo. Ma non è semplice, nell’era della sovrabbondanza dei contenuti e in un contesto di emergenza, nemmeno decidere cos’è una notizia. Una bozza di decreto in emergenza qualche ora prima che il decreto esca è una notizia?
No, non ne ha le caratteristiche, purtroppo.
O al massimo la notizia è «Sta per uscire un decreto, questa è la bozza (o meglio una delle bozze che sta circolando, ma il suo contenuto potrebbe cambiare anche tanto, quindi aspetta a prendere decisioni». È una notizia questa?

E allora quale dovrebbe essere l’abc del giornalismo? Secondo noi, secondo molti, contribuire a creare cittadine e cittadini correttamente informati.

[Questo pezzo fa parte della serie giornalistica “Emergenza” di Slow News. Abbiamo ritenuto di renderlo disponibile liberamente, anche a chi non fa parte della comunità di lettrici e lettori di Slow News. Se vuoi sostenerci, puoi decidere tu quanto pagare. Questo pezzo è in aggiornamento grazie ai vostri contributi]

 

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