fbpx

EP0 – Perché una serie sull’intelligenza collettiva e come puoi aiutarci

«Nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa, la totalità del sapere risiede nell’umanità»
Pierre Levy

In queste righe cerco di spiegare perché ho scelto di occuparmi, per Slow News, di un tema decisamente non all’ordine del giorno nella copertura giornalistica. Un tema che si chiama intelligenza collettiva.

Si tratta, prima di tutto, di una risposta ad alcune delle richieste che ci vengono fatte nelle risposte al nostro sondaggio aperto sul giornalismo che vorresti. E si tratta anche di un’interpretazione di quelle richieste.

Non solo. È anche il modo in cui, su Slow News, concepiamo il nostro giornalismo.

Quanto lavoriamo a un pezzo, a una storia, a un’idea, quello che cerchiamo di proporre a chi ci legge non è l’atto creativo del singolo ma è, piuttosto, un percorso di collaborazioni. Che passa anche attraverso la collaborazione fondamentale dei nostri lettori e delle persone con cui ci interfacciamo. Non solo fonti del nostro lavoro, ma vere e proprie coscienze esperte della vita e degli argomenti che trattiamo.

È per questo, per esempio, che la prima cosa che ho fatto prima di iniziare a scrivere questa serie è stata fare un appello sulla mia pagina Facebook.

Il concetto di intelligenza collettiva non è certo nuovo né – come molti vorrebbero – applicabile solo a partire dall’epoca storica in cui emergono le tecnologie digitali. Non appartiene nemmeno agli esseri umani, se vogliamo, visto che il miglior esempio che possiamo immaginare di intelligenza collettiva è rappresentato da uno sciame d’api.

Per l’umanità, facilitare l’applicazione dell’intelligenza collettiva è, però, senz’altro nella natura stessa di internet come strumento. Così come lo è di tutto ciò che favorisce la creazione di collegamenti virtuosi fra esseri umani.

Se è un tema così importante, perché la sua copertura è sottodimensionata, nel giornalismo? Perché spesso non fa notizia. Perché sembra troppo vicino a una good news. Perché – duole dirlo – l’abilitazione di una tecnologia partecipativa è poco conveniente per chi gestisce posizioni oligopolistiche in termini di controllo dell’informazione o della partecipazione stessa. Non basta: anche da un punto di vista politico, è molto più facile puntare il dito contro l’internet cattivo dove si annidano mostri invece di esaltarne le componenti positive. In generale, è più facile e, per il vecchio modello di business del giornalismo, anche più interessante raccontare i problemi ed evitare le soluzioni.

Cosa leggere?

Oltre alla serie di Slow News, c’è molta letteratura sul tema.

Le migliori letture che puoi fare sul tema sono, a mio avviso

Cultura convergente di Henry Jenkins
L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio di Pierre Levy
Spreadable media – Creating value and meaning in a networked culture di Henry Jenkins, Sam Ford, Joshua Grewen

ci sono senz’altro altri testi utili e altrettanto interessanti. Se vuoi, segnalaceli.
Per chi ha già letto o leggerà Cultura convergente, una piccola curiosità: la t-shirt che indosso nella foto non è casuale. Star Wars è un esempio in cui l’intelligenza collettiva – almeno prima dell’intervento della Disney – ha favorito la co-creazione di contenuti narrativi paralleli a quelli ufficiali.

Come puoi aiutarci e partecipare a questa serie?

È molto semplice: puoi rispondere (nei commenti, via mail, come preferisci) a una o più di queste domande:

  • Hai qualche esempio di applicazione pratica dell’intelligenza collettiva da segnalarci?
  • Hai una storia personale in cui la collaborazione di più individui (anche molto distanti e diversi tra loro, ma non necessariamente) ti è stata davvero utile?
  • Hai esperienze virtuose in cui hai collaborato con altri per arrivare a un risultato di interesse comune e per il bene comune?
  • Ti è mai capitato di vedere un reale impatto politico di iniziative che nascano con persone che fanno rete per risolvere un problema?

(AP)

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp