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Il titolo che leggi qui sopra non è inventato. Lo ha scritto il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti in un Tweet, definendo così gli anziani. C’è anche un però, Inquel Tweet, che fa così: «che però vanno tutelate». Chissà quante persone potrebbero essere ascritte a questa categoria, secondo i più vari criteri e punti di vista.

Ovviamente ci sono state polemiche, poi il chiarimento, poi altre polemiche. Qualunque cosa volesse dire Toti, quella frase racconta un modo di vedere il mondo.

Quella frase è entrata anche a far parte di una conversazione pubblica in cui si parla – ovviamente, come in tutto il 2020 – dell’emergenza Covid. E, nel caso specifico, delle possibili misure di lockdown selettivo per età. Cioè, in altre parole, isolare le persone stabilendo una soglia d’anzianità sopra la quale toccherebbe stare chiusi in casa

In molti paesi quest’idea è stata esplorata e si è arrivati al massimo a fare delle raccomandazioni ai più anziani. L’idea è stata chiamata in vari modi: autoisolamento, coprifuoco, confinamento, schermatura, confinamento selettivo.

In alcuni casi le restrizioni per età sono state effettivamente rese operative. Ad Abu Dhabi, Dubai e Ras Al Khaimah, per esempio, hanno impedito alle persone con più di 60 anni di muoversi di casa. Lo stesso è successo nelle Filippine. In Argentina ci hanno provato con le persone ultra-settantenni, ma poi hanno fatto retromarcia. In Tunisia hanno confinato i bambini sotto i 15 anni, gli over 65 e le donne incinte. Anziani e malati non potevano andare a funzioni religiose in Pakistan.

Dall’ONU hanno preso posizioni esplicite contro questo tipo di restrizioni.

Il rapporto delle Nazioni Unite sull’impatto del Coronavirus rileva che, nei casi in cui le persone anziane sono state sottoposte a restrizioni più severe rispetto ad altri gruppi di persone, per loro è stato spesso impossibile aver accesso a cure mediche, ai servizi di cui hanno bisogno, alle pensioni, al lavoro, ai mezzi di sostentamento.

Ma anche quando le restrizioni sono state le stesse, la fragilità derivante dall’età ha reso, rende e renderà le cose difficili. Ecco perché bisogna pensare a lungo termine. Nell’era post-COVID, si legge in uno studio italiano (pubblicato in lingua inglese. La traduzione è mia)

«la saturazione dei servizi sanitari potrebbe essere solo la punta dell’iceberg relativamente al carico di fragilità derivante dalle misure restrittive. Durante il confinamento, il minor stato di resilienza delle persone più vecchie può aver peggiorato tutte le condizioni già associate all’età, come l’ipertensione arteriosa, l’intolleranza al glucosio, le disfunzioni immunitarie, le infiammazioni, e problemi mentali con tratti ansio-depressivi».

Il direttore del servizio pubblico sanitario britannico Simon Stevens ha commentato l’idea del confinamento selettivo rigettandola e definendola una sorta di apartheid per età.

L’associazione AgeUK ha pubblicato un breve sommario delle ragioni per cui l’isolamento delle persone anziane non è una buona idea, contrariamente a quanto potrebbe sembrare di primo acchitto. Fra queste ragioni:

– le restrizioni per età sono discriminatorie: non tutte le persone oltre una certa età sono egualmente a rischio

– le restrizioni per età mettono a rischio la salute degli anziani, aumentando la loro condizione di fragilità, riducendo le loro energie fisiche e mentali, fino a un punto difficilmente recuperabile

– le restrizioni per età non sono praticamente realizzabili. Nel Regno Unito (dove è stato redatto il documento) 2,3 milioni di anziani necessitano di aiuto quotidiano anche solo per alzarsi dal letto. 1,3 over 65 lavorano ancora. Moltissimi aiutano le proprie famiglie occupandosi attivamente dei nipoti. In Italia i nonni sono una specie di welfare aggiuntivo e invisibile. Fra i 3 e i 4 milioni quelli che si occupano dei nipoti, a seconda degli studi. A ottobre del 2019 il Sole 24 Ore li ha definiti un perno del menage familiare, anche per il contributo economico che danno alle loro famiglie.

L’associazione HelpAge International ha prodotto una serie di raccomandazioni fin dal mese di giugno del 2020, ribadendo che:

– le misure che isolano persone sulla base dell’età per sono dannose per la dignità e la salute delle persone, che rischiano di essere lasciate senza accessi di base alle cure, al conforto, al sostegno, alle pensioni, al lavoro, al cibo, alle cure palliative, all’affetto dei propri cari. È successo, per esempio, in Giordania e in Australia

– le misure che isolano persone sulla base dell’età rinforzano gli stereotipi sul fatto che tutte le persone anziane siano deboli e vulnerabili e impediscono loro di rendersi utili nei vari ruoli che hanno nella società e anche nel ripristino dalla pandemia

– le misure che isolano persone sulla base dell’età non tengono conto della reale situazione abitativa e famigliare di queste persone

– le misure alternative dovrebbero minimizzare il rischio di infezione per tutti, inclusi gli anziani, e contribuire a costruire società più coese

Questa lunga panoramica non significa che non si debbano utilizzare il principio di precauzione e tutte le raccomandazioni ormai ben note per prevenire il contagio. Anzi, sono fortemente raccomandate, soprattutto per le categorie più a rischio. Fra i comportamenti individuali che possiamo adottare: distanziamento fisico, uso corretto della mascherina, igiene delle mani, limiti alla frequentazione di spazi chiusi affollati e agli assembramenti. Poi ci sono quelli della politica, che deve garantire test, tracciamento e trattamento.

Ma non si vede alcun tipo di beneficio per un confinamento selettivo per età, se non il fatto che può generare facili entusiasmi sembrando una soluzione ovvia e semplice. Non esistono soluzioni semplici a un problema complesso.

Alcune storie

Ma soprattutto, anche in una situazione d’emergenza mondiale come quella che stiamo vivendo, non si può essere costretti a dover fare una scelta del tipo “l’economia o la salute”. L’economia è una convenzione, per quanto fondativa della società così come la conosciamo. La salute non è una convenzione.

Tutti i concetti che fanno parte di queste considerazioni, però, rischiano di essere molto astratti.

Ecco perché proviamo a dare nomi e volti a numeri e teorie: raccogliamo qui alcune storie che ci hanno raccontato lettrici e lettori o che abbiamo trovato da noi. Sono storie che hanno come protagoniste quelle che, secondo la definizione da cui siamo partiti, sarebbero persone non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese.

Approfondiremo queste pagine e le aggiorneremo con le storie che ci arriveranno. Puoi scriverci anche tu, se vuoi. Le storie sono verificate, per quanto possibile, insieme alle persone che ce le raccontano: qualsiasi licenza del racconto deriva dall’esigenza di rendere le persone irriconoscibili. I nomi sono perlopiù di fantasia.

Quando le leggerai speriamo che possano aiutarti ad avere un’idea più ampia della complessità delle migliaia e migliaia di storie individuali che stiamo vivendo nello scenario condiviso dell’emergenza.

La depressione di mio papà

Papà ha 75 anni. Ha iniziato a soffrire di una forte forma di depressione a maggio del 2020, durante quel periodo della nostra vita che chiamiamo e chiameremo per sempre lockdown.

È stato lui a rendersene conto per primo: soffriva a stare in casa, aveva l’ansia, ha iniziato ad avvertire insicurezze che non riusciva a gestire.

Non viviamo insieme ma ci sentiamo spesso, per fortuna, così abbiamo iniziato a parlarne anche con mia madre, che ci diceva: «Papà ha cambiato faccia». Letteralmente.

Abbiamo fatto un paio di consulti privati e i medici hanno trovato una cura che lo aiuta.

In questi giorni, però, è di nuovo irrequieto.
Abbiamo trovato una soluzione: può fare le cose che faceva prima se non prende i mezzi e se non ha a che fare a lungo con le persone. Niente spesa “grossa”. Una volta alla settimana va a prendere la carne e il pesce.
Tutti i giorni esce all’aperto con mia mamma: fosse per lei, starebbero tappati in casa sempre.

Si aiutano e si sostengono a vicenda.

Papà è una persona semplice: non ha studiato molto ma è una persona leale, consapevole dei propri limiti (che in questo periodo ha esacerbato). Sa benissimo anche lui che molte persone là fuori non hanno un partner, una famiglia, affetti a cui rivolgersi o la consapevolezza di quel che succede.

Ci sentiamo fortunati. Siamo stati fortunati a poter agire per tempo e i miei genitori sono fortunati a essere insieme. Questo non vuol dire che chi non è altrettanto fortunato debba essere lasciato solo.

Il sondino naso-gastrico, la disfagia e le videochiamate

Ci sono anziani che potrebbero stare a casa, ma vivono nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) per vari motivi. Sono anziani senza particolari disabilità, riconoscono le persone, sono orientati, salutano, parlano. Sono semplicemente anziani.

Questa è la storia di Giuseppina.

La Rsa dove vive Giuseppina ha chiuso le visite ai familiari durante l’emergenza Covid-19, organizzando videochiamate settimanali con i famigliari. In un certo senso, quindi, le persone residenti dentro all’Rsa sono già sottoposte a misure restrittive dovute alla loro situazione, il cui unico elemento in comune è proprio la residenza nell’Rsa. Giuseppina faceva un po’ fatica a interagire con il tablet in dotazione, comunque i figli la vedevano una volta a settimana trovandola tutto sommato tranquilla. Non ci è dato sapere se questa tranquillità fosse dovuta anche all’uso di calmanti (pratica in uso).

A un certo punto, però, Giuseppina ha smesso di mangiare: accade ad alcune persone anziane, magari perché prossime alla morte. Magari perché la depressione le porta in qualche modo a volerla accelerare. Si chiama disfagia.

La persona non ingoia più il cibo, perde il riflesso che serve per deglutire e se ci prova rischia di soffocarsi.

Giuseppina, però, non è morta. Né di Covid né di soffocamento. Il personale della Rsa ha proposto di metterle il sondino naso-gastrico e i figli hanno approvato. Lei la prima volta se l’è strappato via: ci è riuscita anche se il protocollo prevede che la paziente sia sottoposta a contenzione (in altre parole: è legata al letto).

La seconda volta l’ha tenuto.

I figli continuano a vederla una volta a settimana col tablet: dicono che è tranquilla e si è rassegnata a tenere il sondino.

Il pedibus e il centro anziani

Carlo ha appena compiuto 80 anni. Si è fatto il lockdown fuori da casa sua suo malgrado, ma tutto sommato gli è andata bene: è rimasto con un pezzo della sua famiglia. Ha avuto la disavventura di un ricovero in ospedale non-Covid, ma a parte questo e il fastidio di non poter fare tutto quel che avrebbe voluto – a parte portar fuori il cane – non può lamentarsi troppo. Se non fosse che non può più dare una mano come prima.


Negli ultimi dieci anni (anche qualcosa di più), Carlo ha servito la sua comunità in tutti i modi che gli erano possibili.

Tutti i giorni, dal lunedì al venerdì apriva il centro anziani. Con sua moglie serviva ai pranzi del centro.

Il pedibus – cioè il servizio di accompagnamento a scuola a piedi per i bambini –, quello può ancora farlo. Cantava nella cantoria della chiesa e in un coro d’ispirazione popolare.

In bici prima, a piedi poi, faceva il giro di volantinaggio per il Comune, quando dal Municipio avevano bisogno di comunicare qualcosa alla cittadinanza e non c’erano dipendenti a disposizione per farlo.

Aggiustare le cose e rendersi utile

Luciano il COVID-19 non l’ha visto arrivare: se n’è andato un bel po’ prima, per un cancro, che a 92 anni non avrebbe dovuto andare così in fretta, ma a volte capita. Non si sa da dove cominciare a raccontare la quantità di cose che ha fatto dopo essere andato in pensione.

Prima di tutto, era uno di quegli uomini senza età, che diventano presto un punto di riferimento per il suo paese. Perché riparava le cose. I ferri da stiro, le radio, le televisioni, le biciclette. In cambio, in famiglia arrivava del cibo dai campi o dagli allevamenti, o anche solo tanta gratitudine. Dava ripetizioni di matematica alle studentesse e agli studenti del paese, fino al primo anno di ingegneria.

Era nel gruppo dei CB: prestava servizio radio per le gare podistiche o ciclistiche, ma anche per gli interventi di protezione civile che richiedevano un aiuto da parte delle persone che conoscevano il territorio. Gestiva il consorzio irriguo della sua zona, garantendo manutenzione e cura di uno dei tanti pezzi della rete dei canali di irrigazione del Piemonte.

Giocava a scacchi, faceva l’Università della Terza Età, non smetteva mai di cercare cose da imparare e con cui cimentarsi. Aveva superato l’esame da radioamatore, avrebbe voluto tentare anche l’esame di codice Morse, ma poi aveva lasciato perdere. Usava regolarmente il computer e internet, con cui faceva le videochiamate con la famiglia.

Ha accumulato una collezione di libri che ha lasciato ai suoi pronipoti. Per sette lunghi anni si era preso cura di sua moglie, molto malata, rimanendole vicino ogni giorno come caregiver, insieme alla figlia. I suoi famigliari non sanno dire come avrebbe preso tutta questa storia. Probabilmente avrebbe trovato il modo di rendersi utile.

Femore

C’era una volta una persona. Si è rotta un femore. È stata portata al pronto soccorso e prima di operarla le hanno fatto il tampone: era negativa al COVID-19.

L’operazione è andata bene. L’hanno trasferita in reparto e le hanno rifatto il tampone: era di nuovo negativa.

Poi sono arrivate le visite: le persone che sono andate a trovarla non hanno usato precauzioni.

L’hanno spostata in riabilitazione. Le hanno fatto il terzo tampone: era positiva.

Oggi è morta. C’era una volta una persona.

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