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Slow News Lab

Povertà: voci ai numeri

di Martina Mari, Ludovica Rocca, Franca Rossini, Michael Strojny, Matteo Tuzi

La fila

È martedì, e come da prassi alle sedici si fa la consegna dei pacchi. A cinque minuti dall’ora prestabilita, fuori dall’emporio della Caritas si radunano una trentina di persone di tutte le età ed etnie. Un padre conduce per mano un bambino con in spalla uno zainetto e addosso un cappottino con sotto il grembiule blu di scuola, un po’ gualcito. A poca distanza due donne sulla cinquantina, nell’attesa, riposano sulle fredde panchine in cemento del marciapiede. Un uomo, appena uscito da un’auto parcheggiata vicino l’ingresso, chiede chi sia l’ultimo della fila, ricevendo una risposta bofonchiata da qualche astante. Tutti portano con sé un carrellino della spesa o una capiente borsa in tessuto. Chi si conosce fa gruppo per una chiacchiera e ammazzare il tempo. Alle sedici in punto l’inferriata dell’emporio viene aperta e iniziano a essere consegnati i primi pacchi. A uno a uno tutti entrano ed escono con le buste riempite ― chi più chi meno, a seconda delle esigenze ― e nel giro di una quarantina di minuti la folla si dilegua.

Voce alle statistiche

Quella descritta è la fila per i pacchi alimentari che abbiamo avuto modo di osservare presso la Caritas di San Benedetto Abate di Pomezia, un martedì pomeriggio di metà novembre. Ai nostri occhi, quello è stato l’esempio più fulgido di quanto le statistiche ufficiali oggi segnalino: la presenza in Italia di una nutrita schiera di persone in condizione di povertà assoluta, un numero che è in costante aumento da ormai quindici anni a questa parte (secondo il report Istat sulla povertà assoluta 2020, sono 5,6 milioni le persone in Italia in condizione di povertà assoluta, il 9,4% della popolazione totale residente. Nel 2019 il tasso di povertà assoluta si attestava al 7,7%. La serie storica Istat sulla povertà assoluta italiana rispetto ai nuclei familiari (anni di riferimento 2005-2020) mostra un aumento tendenziale del tasso di povertà assoluta tra le famiglie, passando dal 3,6% (820 mila famiglie circa) del 2005 al 7,7% (più di 2 milioni di famiglie) del 2020, il dato più alto della serie). Nella convinzione che, benché indicative, così prese le statistiche siano mute e che i suoi interpreti ― compresi coloro che qui scrivono ― dei pallidi ventriloqui, abbiamo raccolto le testimonianze di quattro persone di Roma e provincia che si trovano attualmente in stato di bisogno e che si rivolgono a onlus ed enti di volontariato per ricevere pacchi alimentari necessari al loro sostentamento. E ciò ci ha consentito di dare volto e voce ai numeri.

Alessia

Nel report sulla povertà del 2020 dell’Istat è stato rilevato che una famiglia su cinque tra quelle che hanno un affitto da pagare si trova in condizione di povertà assoluta. Alessia è una delle quasi novecentomila capifamiglia sulla cui testa pende questa spada di Damocle e che, in tale condizione, non riesce a garantire per sé e i suoi cari l’essenziale per una vita priva di stenti. Questa è la sua storia.

“La mia situazione attuale è il risultato di tutta una serie di difficoltà che c’erano già prima del covid e che, dopo, si sono semplicemente moltiplicate. Io ho un’agenzia immobiliare con mia sorella, e quei tre mesi di lockdown sono stati troppi ― per tutti, per qualsiasi attività, insomma ― e le conseguenze sono ancora in atto adesso, non ci si è ripresi subito. Noi facevamo sia affitti che vendite, e nel lockdown abbiamo avuto una restituzione di case in affitto pari al quaranta/cinquanta percento degli appartamenti già locati. Dopodiché il mercato si è fermato perché erano incrementati i costi per i cosiddetti “affittacamere” o case vacanza. Quindi, fermo il turismo e fermi gli affitti, sono entrata in crisi completa. E così mi sono ritrovata in una situazione che, se già era difficile…

Io sono una mamma single di una ragazza di quindici anni che cresco e mantengo. Se non avessi avuto questa rete sociale che mi sono creata accanto, grazie a Natalia e all’associazione dell’Arca (che mi ha veramente sostenuta), sarei in una situazione ancora più disastrosa. So perfettamente quanto questo sia importante: essendo io volontaria della protezione civile, ho semplicemente fatto agli altri quello che io avrei voluto avessero fatto a me. Sono andata in giro per tutto il periodo del lockdown a portare i pacchi alimentari con la protezione civile, e poi, quando sono serviti a me, tutto questo “bene” che ho distribuito mi è ritornato indietro. E non solo nella pratica, a livello alimentare, ma anche dal punto di vista sociale: i miei vicini di casa, le persone che magari prima salutavi soltanto, si sono aperte con me (e non solo) perché tutti quanti condividiamo gli stessi problemi, e questo ci ha avvicinati molto.

Io vivo con mia figlia, ma mia madre abita a cinquanta metri da me, e così anche mia sorella, che vive con mia nipote. Quindi siamo noi cinque. Mia madre è pensionata, vive in una casa in affitto ma ha perso l’inquilino, e quindi non ha più un sostentamento (lei di pensione prende solo duecentocinquanta euro). Io e mia sorella siamo senza lavoro e quindi la presenza dell’Arca ― la certezza che c’era e che continua ad esserci quando può distribuire ― per noi è un sollievo. Io poi non penso solo a me: quando arrivano con la spesa, penso a mia madre, mia sorella, alle due ragazze, ma anche alle persone che conosco e so che sono in difficoltà e che magari per vergogna non dicono nulla. A loro facevo trovare sempre qualcosina vicino alla porta perché così potevano sentire qualcuno vicino su cui contare.

Finito il lockdown non è che la storia si è risolta, anzi, per molti versi è peggiorata perché devi metterti a cercare in giro lavoro, i ragazzi vanno a scuola e quindi libri, autobus, mezzi… e tutto a carico nostro che dobbiamo ricominciare senza avere niente dietro le spalle. Adesso sì, si sta riaprendo un varco, ma è chiaro che ogni tanto ci sono delle ricadute. È chiaro che se io non lavoro, non ho soldi e non posso fare la spesa. A volte è capitato che non potessi neanche mandare mia figlia a scuola perché non sono una di quelle che le fa prendere l’autobus senza biglietto. Proprio in quei momenti mi capitava spesso di pensare “ma guarda te, a cinquant’anni non sono in grado nemmeno di avere un euro e cinquanta per il biglietto per mia figlia”. Mi vengono le lacrime. Però, insomma, è questa la vera realtà. Io non ho mai avuto vergogna di parlarne, non perché non ne sento la responsabilità ma, di fatto, io sono stata sempre una grande lavoratrice e ho sempre cercato di fare tutto con le mie forze, anche quel poco, ma comunque sempre.

Durante la pandemia ha di certo gravato l’impossibilità di fare anche quel poco, perché bisognava rispettare il fatto che c’era un’emergenza. E se prima magari mi aiutavo con delle pulizie a casa, in quel periodo ho dovuto smettere perché non potevo andare a casa di altre persone e trasmettere loro qualcosa. Adesso, pian piano, stiamo facendo dei passetti avanti, anche se ogni tanto si ritorna indietro. Le amicizie e i legami sono fondamentali. Ma capita spesso che non si possa venire aiutati dai propri familiari e, proprio in quei momenti, degli estranei possono esserti ancora più vicini. Con la pandemia è cambiato un po’ il mondo, io spero in meglio. Si sono riallacciati dei rapporti perché tutti quanti hanno passato una situazione tragica e, questo, ti lega di più a persone che magari hanno fatto gesti inaspettati che in altre occasioni o in una situazione di normalità non avrebbero mai fatto. E così capisci che c’è del bene anche nella persona più schiva. È uscito il bello delle persone, non ho visto il brutto per fortuna.
Per quanto riguarda il lavoro, noi comunque ci proviamo, perché bene o male è un’attività che abbiamo da vent’anni, ma per il momento — e la cosa ci dispiace — è chiaro che è un’attività ferma. Io però non mi sono mai scoraggiata, vado a fare le pulizie, cerco di trovare lavori anche come cameriera o, comunque, mi faccio andare bene qualsiasi cosa perché, appunto, ho fame! Siamo cinque e dobbiamo mangiare perché se non abbiamo la salute, non possiamo neanche lavorare e portare il cibo a tavola. Quindi adesso mi capita il sabato di andare a fare le pulizie da una signora, mentre la domenica vado in un locale per fare una mezza giornata… quello che capita, ecco.

Per quanto riguarda gli aiuti ho fatto la richiesta per il REM. Il reddito di emergenza mi è servito tantissimo. Io non avendo alcuna proprietà ho un ISEE pari a zero e col REM sono riuscita pagare le bollette. La cosa che al momento mi pesa di più è lo sfratto che purtroppo ho sulle spalle. Io, pur avendo pagato per undici anni costantemente l’affitto, ho avuto problemi a ridosso del lockdown e ho cercato di chiedere magari qualche riduzione almeno per quelle tre mensilità. Ma il proprietario, invece, ha richiesto le chiavi dell’appartamento, e quindi sicuramente me ne dovrò andare, sto solo aspettando lo sfratto. Dopodiché, mi attiverò di conseguenza. Io, comunque, non mi abbatto mai, penso sempre che le cose non succedano a caso e quindi come ho trovato questa casa, ne troverò un’altra. Per questo appartamento pagavo ottocento euro per una camera e mezza. Adesso, facendo i conti, potrei pagare sui quattrocento euro, ma a Roma ti danno una stanza per quella cifra. Quindi, mi rimboccherò le maniche e vedrò al momento che fare. Non dico che voglio occupare casa perché non le occupo, non le tolgo agli anziani, ma ecco, abbassiamo la testa, ci spingiamo fuori Roma e vediamo cosa troviamo.

Con la protezione civile sono ancora attiva e sono anche stata aiutata da loro. Durante il periodo di lockdown ho vissuto più fuori che dentro e ho conosciuto realtà che forse sono molto peggio della mia. Noi non portavamo solo pacchi, ma anche pasti caldi a chi non aveva il gas. Io continuo ancora con questa associazione ma, anche se siamo sempre in una situazione di emergenza, non ci hanno più attivato. Aspetto il mio momento e appena posso dare una mano corro e, dove posso aiutare, do il mio contributo. So che quello che faccio poi mi ritorna indietro. Non si tratta di una questione utilitaristica ma proprio me lo sento dentro e so che se oggi do dieci, domani posso anche ricevere dieci volte tanto.

Io e Natalia ci conosciamo da tanto e poi per motivi anche piuttosto sciocchini erano circa un paio d’anni che avevamo allentato molto i contatti. Questa pandemia ci ha fatto dimenticare tutto e siamo passate sopra qualsiasi cosa, ci siamo aiutate e ancora aiutiamo: facciamo dei gruppi per gli abiti per i senza tetto e moto altro. Siccome io ho proprio una mania, quando vado in giro per Roma parlo pure coi sassi e ne trovo tanta di gente che è stata buttata fuori di casa, e allora distribuisco loro coperte, abiti ecc. Noi cerchiamo di spargere la voce e radunare qualcosa. Sono frequenti gli episodi di guerra tra poveri, non qui ma fuori, ed è qualcosa di terrificante. Veramente, si mangiano per niente, per una coperta…. Io ho una ragazza che seguo, è una senzatetto che sta sul lungo Tevere e l’avevo mandata al dormitorio della croce rossa di viale Mazzini. Menomale che il lockdown l’ha passato lì anche se poi, appunto, mi ha raccontato che le avevano rubato le coperte e che doveva stare sempre attenta. Lì, purtroppo — come anche in Caritas, per esempio —, c’è sì la disperazione, ma c’è anche gente che ci andava già da prima e sono casi anche fuori dalle righe: ci sono ex tossici o tossici e così via. Ci va un po’ di tutto e in un momento di emergenza aiuti tutti.

Molti italiani ci marciano sopra, però io ho sempre detto che noi facciamo del bene, poi starà alla loro coscienza a fermarsi, e se non si fermano, noi comportiamoci bene. E poi, se ci sono questi comportamenti, purtroppo devi metterli in conto e basta, quello non si può controllare. Non va sempre bene. Pensa, prima del lockdown, la sera, organizzavo dei gruppi con delle mamme e andavo a Termini a portare pasti caldi, tè, biscotti ai senzatetto che dormono là fuori, e poi anche scarpe e così via. Qualcuno se le prendeva per lui ma qualcun altro se le vendeva, e io dicevo «va beh, non è che diventi ricco, magari questo è più d’aiuto”.

Marina

Nel 2020 sono circa un milione e cinquecentomila gli stranieri in condizioni di grave deprivazione materiale, quasi uno su tre. Marina è tra le persone che concorrono a fare la percentuale dell’incidenza della povertà assoluta nella popolazione straniera residente in Italia.

“Io sono peruviana, sono venuta qua che avevo diciassette anni e ho acquisito la cittadinanza italiana dopo altri diciassette (per fortuna mi è arrivata quest’anno). Io di lavoro faccio la domestica, quindi nel periodo della pandemia mi sono dovuta fermare e, di conseguenza, ho perso il lavoro. Ero disoccupata e tu sai come funziona un po’ qui a Roma, col lavoro in nero… non trovavo nessuno che mi volesse fare il contratto. Giustamente tutti quanti hanno le spese e poi la pandemia è stata per tutti — non solo per me — un periodo complicato, e quindi, se già era difficile un po’ prima della pandemia, figurati quando questa è cominciata. Io sono stata ferma parecchi mesi. Prima del lockdown avevo qualcosa, qualche ora di lavoro, ma quando è cominciata la pandemia non avevo più neanche quelle poche ore. Ho richiesto il reddito di emergenza e la prima volta che ho fatto domanda non me lo hanno dato, invece l’ultima sì. Io vedo però anche un po’ di anomalie qua: quando non avevo un lavoro non me lo hanno dato e poi all’ultimo — io nei mesi estivi lavoro in portineria con mio padre — me lo hanno concesso.

Per quanto riguarda altri aiuti ho fatto richiesta solo per il bonus spesa che, però, non mi hanno dato. Successivamente ho conosciuto Natalia grazie ad un’amica in comune che ha fatto da tramite; mi ha detto che, se mi fosse servito qualcosa, mi sarei potuta rivolgere a loro. Ci ha aiutati tanto, soprattutto perché io ho una famiglia numerosa. Abito coi miei genitori e mio fratello più piccolo ma, ultimamente, si è aggiunto anche quello più grande perché anche lui aveva bisogno. Mio padre fa il portiere e il primo mese di pandemia non poteva andare a lavoro e non gli hanno retribuito circa venti giorni. Mia madre, anche lei domestica, per due mesi non ha lavorato perché la signora da cui va, che è piuttosto anziana, aveva paura. Mio fratello maggiore prima lavorava in un albergo che con la pandemia ha chiuso; aveva trovato lavoro in un ristorante che, sempre causa covid, ha chiuso e poi ha provato con altri ristoranti, ma pure quelli lì hanno abbassato definitivamente la serranda. Pian piano ci siamo dati da fare e ci siamo un po’ ripresi, anche e soprattutto perché ho una bambina piccola di quattro anni e siamo io e lei. Inoltre gli affitti a Roma sono alti e per questo ci siamo uniti tutti e ci siamo ritrovati a essere tanti in famiglia. Natalia ci ha dato una grandissima mano; dico “ci” perché non ha aiutato solo noi, ma anche altre due famiglie di due amiche che hanno una situazione difficile e che necessitano di una mano. Lei stessa mi aveva chiesto se conoscessi qualcuno che avesse bisogno, allora le ho parlato di loro.

Ci tengo poi a sottolineare che a me dispiace perché ci sono sicuramente tante altre famiglie che hanno più bisogno di me e magari quello che danno a me potrebbe servire maggiormente a loro. Per questo motivo, essendo che io ora sto meglio, ho detto a Natalia che, se serve, può aiutare altre famiglie più in difficoltà. Mi sento pure in colpa, preferisco, finché ho le forze, di darmi da fare io. Comunque, in quel periodo, l’aiuto che abbiamo ricevuto ci ha dato un motivo in più per continuare. Nei pacchi ci sono le cose importanti come pasta e riso, prodotti per la colazione e i biscotti che piacciono tanto alla bimba ma anche mascherine e molto altro. Poi per fortuna, un po’ col passaparola, da gennaio inizio a fare la domestica anche da un’altra parte ed è comunque qualcosa in più.

Quando vado a ritirare i pacchi siamo tutti un po’ di fretta quindi è difficile incrociarsi. Conosco qualche persona che aiuta ed è capitato che siamo stati invitati alla festa di Halloween e quindi ho conosciuto anche lì qualcuno. E poi conosco il quartiere perché mia figlia va all’asilo della Caritas che è lì dietro, per cui è un ambiente che frequentiamo. Poi, sai, io ho la macchina (altro motivo per
cui devo ringraziare questa amica in comune con Natalia) e così aiuto anche quelle persone che so che non hanno mezzi o disponibilità. Mi piace dare una mano in questo senso, non mi pesa. ”

Stella

Le famiglie con più di tre figli pagano una condizione di povertà assoluta in un caso su cinque, e il dato aumenta quando queste sono monogenitoriali. All’intersezione di queste due condizioni c’è anche la storia di Stella.

“La mia storia è una storia un po’ travagliata, diciamo. Mi sono ufficiosamente separata da mio marito nel 2017 e poi ufficialmente nel 2019. Insieme abbiamo tre figli che vivono prevalentemente con me e vedono il papà un weekend sì e uno no. I miei figli sono tutti piuttosto grandini: il primo ha vent’anni, il secondo ne ha diciotto e la più piccola dodici. Per quanto riguarda la formazione e l’istruzione, io sono diplomata e poi, mentre facevo l’università, mi sono sposata che mi mancavano due esami e ho dato alla luce il primo figlio che me ne mancava uno e la tesi. Il mio grandissimo errore è stato quello di non completare il mio percorso di studi, l’averlo lasciato incompleto, l’essermi focalizzata esclusivamente sulla famiglia senza cercarmi neanche una piccola occupazione. Pensare alla famiglia è stato, da una parte, bello ed entusiasmante perché ho potuto seguire bene la crescita dei miei figli ma ,dall’altra, mi sono completamente annullata e, quando mi sono ritrovata a non avere più nulla, non sapevo proprio da cosa ripartire. Mi sono dovuta reinventare e non è stato facile e non è stato neanche giusto perché non puoi pretendere a una certa età di potercela fare come se avessi ancora venti o trent’anni, e infatti non ce l’ho fatta.

Ma qualche tempo fa ho chiesto il diploma alla segreteria di scienze politiche della Sapienza per poter accedere allo stesso corso in Toscana e lì mi è stato consigliato di chiedere l’istanza per concludere gli studi. Io proprio non ci credevo, ma l’ho fatto e me l’hanno accettata. Ora ho dato l’ultimo esame, storia dei trattati e relazioni internazionali, e sto preparando la tesi sul Grand Tour occupandomi, in particolare, dei pochi ma significativi viaggi delle donne. Quello sul quale mi sto dunque concentrando è la letteratura femminile di viaggio. A gennaio, se tutto va bene e se la tesi mi viene accettata ー vediamo che dicono ー dovrei discutere la tesi. Però tutto con molti sacrifici.

Io prima di separarmi non lavoravo, perché mi sono sempre occupata della casa e dei figli. Poi, per necessità, ho iniziato a lavorare e, visto che all’epoca avevo 49 anni, non è stato facile trovare un lavoro “normale”. Mi sono adattata all’inizio a fare pulizie in un bed and breakfast. Successivamente ho lavorato in un albergo e ho anche fatto le pulizie in ospedale, ma tutto questo mi ha portato poi ad avere dei problemi di salute con la schiena (io ho subìto un incidente stradale nel ’99 per cui ho nella schiena delle placche che stabilizzano la colonna vertebrale) e anche un po’ in tutta la parte superiore del corpo, per cui ho dovuto abbandonare quei lavori, anche se non del tutto perché è l’unico tipo di lavoro riesco a trovare. Per cercare di cambiare un po’ le cose ho deciso di intraprendere un corso nel 2019, a fine contratto con l’ospedale, e ho preso il tesserino di accompagnatrice turistica riconosciuto dalla regione Toscana, a Firenze. Poi però, nel marzo del 2020, è scoppiata la pandemia e mi sono ritrovata con questo bel tesserino che è rimasto nel cassetto. Il turismo è una delle aree più colpite a livello lavorativo da questa situazione, soprattutto quello che dovrei fare io e, cioè, occuparmi di gruppi di persone accompagnandole coi mezzi e attuando poi il programma di viaggio dell’agenzia. Inoltre, per poter iniziare un lavoro del genere bisogna fare anche un periodo di accompagnamento. Per questo non ho potuto fare più nulla e le agenzie hanno riaperto qualcosa questa estate grazie alle vaccinazioni, anche in giro per Roma, ma questo lavoro io non sono ancora riuscita a svolgerlo.

Adesso, due volte a settimana, vado a casa di una signora per sei ore al giorno e mi occupo di lavare, stirare, riordinare gli armadi. Ovviamente sono alla ricerca di un buon lavoro, ma il mio problema più grande è l’inesperienza. Ora, in più, mi sto concentrando molto sulla tesi perché è un lavoro anche quello. Spero così di trovare poi qualche concorso. Non escludo niente, neanche di prendere i ventiquattro cfu per accedere all’insegnamento, che non è una cosa impossibile. Devo assolutamente trovare una sistemazione perché così non posso andare avanti, sono sempre piena di debiti ed è difficile. Però… va beh.

Ho iniziato a rivolgermi a Natalia durante il lockdown, quando i problemi erano decisamente più seri di come sono ora, anche perché nemmeno il mio ex marito allora lavorava. È stato un disastro. Il mantenimento che mi dà mio marito per i figli è quasi tutto per l’affitto. Infatti, pago settecentotrenta euro al mese a cui, d’inverno, ci devo aggiungere anche cento/centodieci euro di riscaldamento e, considerando che mio marito mi dà milleduecento euro, parte quasi tutto per la casa. Poi c’è anche la spesa, la luce, il gas, la tassa universitaria e uh mamma mia! Certe volte vorrei fuggire via e basta, aprire la porta anziché la finestra. Ti prende proprio la depressione e ti dici “oh Dio, che faccio?”. Ma per fortuna la mia famiglia mi dà un po’ una mano e così si va avanti.

Quindi, dicevo, che durante il lockdown ho avuto proprio la necessità impellente di rivolgermi a Natalia, che ho conosciuto tramite una mia amica, Annalisa, con la quale ho fatto la rappresentante di classe essendo suo figlio della stessa età della mia. Quando io ho avuto proprio bisogno concreto della spesa, e non sapevo cosa fare e dove sbattere la testa, sapendo che lei si occupava di persone in difficoltà, l’ho chiamata. Era proprio un momento buio perché non avevo neanche questo piccolo lavoro di adesso e quindi stavo proprio messa male. Mi sono rivolta solo a lei e mai a strutture pubbliche perché, devo dire la verità ー non so se per ignoranza o altro ー ho sempre avuto un po’ di timore a rivolgermi agli assistenti sociali. Magari è sbagliato, ma non l’ho mai fatto. Non avere una certezza del fatto che possano aiutarti, che magari siano solo dei burocrati che guardano dall’alto e decidono che i miei figli non possono stare con me perché io non posso garantire loro tutta una serie di cose, è sempre stata la mia paura più grande. Io da quando me ne sono andata ho sempre cercato di tenere unita la famiglia anche se, ripeto, non è facile. Ma, anche se faccio mille salti mortali, ho sempre cercato di non dividerli tra loro. Forse avrei dovuto mandare i due grandi dal padre e la piccola farla rimanere con me ma ho sempre pensato che non fosse giusto dividere i fratelli perché, comunque sia, hanno un loro equilibrio adesso e non è stato facile ottenerlo, non posso permettermi di romperlo. Ma a volte c’è proprio la disperazione, mi chiedo “che mi invento oggi? che faccio questo mese?”. Comunque mi sento di ringraziare Natalia per questo contributo perché, anche se solo in parte, ti solleva; si tratta di una serie di cose a cui poi per una settimana uno non deve pensare e questo è già qualcosa.

Devo dirti che c’è molta solidarietà da parte di Natalia e tutto il loro gruppo ma, tra noi bisognosi, no. Credo sia perché questa situazione ha riguardato anche famiglie italiane e penso che questa sia stata, per alcuni versi, un po’ una novità: magari gli aiuti prima si rivolgevano perlopiù a famiglie che venivano da altri paesi e avevano difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro. Penso sia anche per questo che, molto spesso, c’è una certa vergogna e timore a confrontarsi. All’inizio pure per me è stato così.

Devo dirti che durante la pandemia ho anche preso il reddito di emergenza e quello mi ha aiutata tanto, solo che adesso quegli aiuti sono finiti e quindi diventerà più difficile se non trovo un lavoro, che è la cosa più importante per me. È veramente straziante vivere di sussidi e aiuti, è terribile per me non avere la possibilità di una certezza economica. Poi il discorso è che non è che sei sola: se anche una sera sei da sola e non sai mettere una cena a tavola, non importa, ma se hai dei figli, anche se sono grandi, comunque hanno delle necessità e dei bisogni a cui tu devi assolutamente fare attenzione. Poi, sono sì grandi, ma non lavorano, quindi stanno sempre a casa.

E così cerco di migliorare completando i miei studi perché ho capito questo: con la mia condizione e la mia mancata esperienza io riesco a trovare solo lavori da domestica e, al limite, posti come segretaria. Ma, anche qui, è sempre richiesta un’esperienza e quindi poi non hai scelta. Certo, il lavoro lo trovi attraverso conoscenze che, se però non hai, è ovviamente tutto più difficile. Quindi, ho pensato di puntare su un mio miglioramento, dandomi una formazione con l’Università. Poi magari è anche tutto inutile ma, per ora, è l’unica strada. Anche perché, un lavoro come quello del riordino delle camere in albergo ー io l’ho fatto per sei mesi ー ti distrugge; non ho più vent’anni. Anche in ospedale ho dovuto abbandonare perché facevo dei turni impossibili e con la schiena e la spalla bloccate mi sono detta “Oh Dio, ora che faccio?”. Perciò ora mi tengo questo lavoro di 12 ore settimanali, ma è pochissimo, ci faccio giusto la spesa.

Ecco, spero solo di vincere qualche concorso, di trovare qualcosa con l’insegnamento o cose del genere. Anche in quel caso sarebbe un lavoro itinerante, dettato dalle varie graduatorie, ma sicuramente sarebbe qualcosa di meglio di quello che ho ora e sicuramente percepirei una paga un po’ più consistente. Considera poi che io non ho un contratto e quindi non ho nessun tipo di diritto. A settembre, ho subìto un incidente e, nonostante stessi male, sono dovuta andare comunque a lavorare perché, se non fossi andata, quella signora si sarebbe trovata qualcun altro. E io poi come avrei fatto? È così che funziona quando non hai un contratto. È vero che poi avresti dei doveri, ma avresti anche dei diritti sacrosanti, come la malattia, le ferie e tutto quanto. Invece io zero. Per non parlare poi dei contributi: se mi metto a pensare a questa cosa mi vengono veramente i capelli dritti. Io non avrò nulla di pensione quando non potrò più lavorare e infatti, dentro di me, spero di non arrivarci mai.

Insomma, se tu mi chiedi che cosa voglio adesso, io ti dico trovare un lavoro, avere una serenità, andare a letto serena. Non mi interessa di tutti gli aiuti, io voglio un lavoro… che poi, non è una richiesta così assurda. Un lavoro che sia un lavoro umano e sia pertinente alle mie capacità e qualità, questo vorrei. Eppure, nella nostra società è difficile per l’età, perché hai figli, per i contatti che sono purtroppo fondamentali, e dico “purtroppo” perché questo fa, secondo me, della nostra società, una società malata. Credo proprio ci sia bisogno di una bonifica, di qualcosa. Non è possibile che non ti si possa garantire un lavoro: è un diritto di tutti noi. La cosa assurda è che ti dicono che se non sei formata e non hai esperienza non ti accettano. Ma dammela tu questa esperienza, io sono disposta a fare dei corsi di formazione, io sono disposta a fare tutto: un affiancamento, uno stage… ma ti dicono: «no prendo uno con più esperienza».

In definitiva, la consapevolezza di aver buttato via tutti questi anni è stata la cosa più brutta, ma è stato l’insegnamento più grande: non lasciare mai le cose a metà, concludi percorsi e non lasciarti sopraffare dalla vita perché poi i giorni passano. Uno pensa di avere dei figli, un marito e questo è giusto, ma poi può arrivare la batosta che ti fa aprire gli occhi e tu, come donna, soprattutto come donna, devi essere realizzata e devi avere una tua indipendenza economica, altrimenti è la fine”.

Martina

L’Istat non disaggrega i dati sulla povertà tenendo conto della condizione dei portatori di disabilità e degli affetti da patologie psichiatriche. Su questo fronte i centri statistici nazionali pagano un ritardo rispetto alle esortazioni della Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità, le quali spingono verso un monitoraggio costante di tali situazioni. La Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD) è stata adottata dall’ONU il 13 dicembre 2006 ed è entrata in vigore il 3 maggio 2008. In Unione Europea è entrata in vigore il 15 maggio 2014 dopo la ratifica della Svizzera. Aderendo alla Convenzione, le nazioni si impegnano a eliminare gli ostacoli che incontrano i disabili, a proteggerli dalle discriminazioni e a promuovere le pari opportunità e l’integrazione nella società civile.

Nonostante manchino statistiche a supporto per affermarlo, è però chiaro che disabilità fisiche e patologie mentali spesso si correlano a gravi disagi sociali ed economici, in quanto squalificano le persone nell’accesso al mondo del lavoro. Martina riversa esattamente in queste condizioni.

“La mia storia inizia nel 2004, quando mi hanno assegnato la casa popolare a Pomezia. Allora lavoravo in un supermercato di Tor Bella Monaca. Ci ho lavorato due anni. Poi, nel 2006, ho provato ad aprire un’attività in proprio di vestiario per bambini zero-quattordici anni a Via Alberto Giussano, sempre a Roma. Però lì è andata male: eravamo andati in bancarotta. Quel negozio mi ha distrutta. Fa’ conto che la notte mi veniva l’ansia, perché non volevo che venisse il giorno. E più vedevo che la notte finiva, che sorgeva il sole, più mi veniva strano. M’andavo a mettere ai piedi del letto di mamma e papà e dondolavo, dondolavo — e adesso ce l’ho pure… però va be’. E piano piano mamma iniziò a dirmi che non stava andando per niente bene. Mi disse: «andiamo da ‘sti dottori e vedemo che dicono». Da allora ho pure iniziato a frequentare il Centro di Salute Mentale [d’ora in poi “CSM”] di Pomezia. Poi mi era presa anche l’ipersonnia, il contrario dell’insonnia. Sono stata sia ai Gemelli — dove c’è il campus in cui curano i disturbi del sonno — che al Policlinico di Torvergata, e alla fine hanno riscontrato che era una forma di depressione. Ora, però, va tutto bene, ringraziando Dio.

Dopo che sono andata giù di tutto, oltre che di soldi, nel 2009 sono riuscita a trovare un altro lavoro, perché andavo in giro a portare i curriculum a mano, sperando di entrare dentro a un McDonald’s. Però a Roma Fiumicino, fatalità, ho scoperto una società multiservizio che cercava dipendenti. Alla fine mi hanno presa e sono stata due anni lì con loro, fino al 2011, quando ho finito di lavorare perché hanno chiuso. Ha chiuso proprio il gigante, una ditta su, di Milano. E lì mi sono ritrovata nuovamente un po’ spiazzata. Nel 2016 quelli del CSM hanno cercato di spronarmi. L’assistente sociale che ci lavorava (allora c’era una certa Angelica) mi contattò dicendomi: «Martina, stanno cercando dei volontari per il servizio civico. Avrebbero bisogno di qualcuno dei nostri, che ne devono inserire un po’. Tu saresti interessata?». Le ho detto di sì e così ho iniziato a fare la volontaria. Mi hanno messa fuori dalle scuole per gestire il traffico per gli attraversamenti pedonali dei bambini, mentre durante il Covid mi hanno spostata davanti alle farmacie. Mi retribuiscono con cinque euro di buoni spesa l’ora, che posso spendere in alimenti e farmaci. Le cose primarie, insomma. Ma ho notato che non mi bastano. Devi sapere che ho un’invalidità all’ottantacinque percento e percepisco duecentoottantasette euro mensili. Io sarei molto interessata ad un lavoro, e infatti ultimamente all’assistente sociale gliel’ho detto perché so che le categorie protette trovano. Poi io mi faccio questo conto: con lo stipendio è tutta un’altra cosa… ci sono i contributi… è proprio un’altra cosa. Però il lavoro non l’ho ancora trovato. Mi hanno detto che è molto difficile riuscirci. Sinceramente non so se dipende dal Covid. Devi anche considerare che sono peggiorata di salute fisica dal 2018 ad adesso, e poi mi sono venuti a mancare mamma e papà nel giro di un anno. E credo che sia un po’ arrivato il punto per andare a capo. Però piano piano usciamo da questa situazione.

E su questo il CSM mi ha aiutata. Io ho i gruppi di discussione il lunedì e il mercoledì. Tempo fa ero anche entrata a ippoterapia. Andavamo a farla in un agriturismo sulla Pontina, dove c’è un maneggio per i cavalli. Però non combaciava con il servizio civico, con tutto che la psichiatra mi aveva chiesto il giorno libero. Ma a quelli del servizio civico non gli stava bene perché “che fa? lavora quattro giorni e uno ce l’ha libero?”. Non gli andava bene che ci andavo tutti i martedì. Però io a spazzolare quel pony (Ginger) come stavo bene… era così carino. Altri che facevano ippoterapia insieme a me andavano pure a cavallo, però io avevo chiesto espressamente di potermene prendere cura, perché montarli su a me pare una sottomissione. Per me loro sono nati liberi. Altre volte facevamo delle gite. Io, ad esempio, sono andata al Vaticano col CSM. Ci aiutano proprio tanto nel sociale. Ci portavano pure al cinema di Pomezia. Avevamo preso proprio il filone: andavamo una settimana sì e una settimana no. Però determinati film ce li dovevamo proprio dimenticare. Neanche i supereroi ci facevano vedé’, per le scene di violenza. Violenza, film che parlano di mafia… niente! Commedie, commedie, magari anche drammatiche, ma commedie. O
cartoni animati. Però il Covid ha rovinato tutto. Solo ultimamente abbiamo ripreso a fare gite. Una l’abbiamo fatta due giovedì fa e siamo andati al museo Lavinium. Ci hanno portato anche ai Tredici Altari. E pensa che lì c’ho fatto pure il servizio civico. E infatti la responsabile m’ha anche riconosciuta, il che m’ha fatto piacere perché io penso sempre che qualcuno, dopo un po’ che non mi vede, neanche mi riconosce. Comunque in questi gruppi ti senti pure più capita, perché ognuno c’ha la sua storia e tutti siamo un po’ così… senza scudi.

Sai, ti devo dire che col Covid il servizio civico è cambiato: prima erano più normali, invece ora sono diventati più cattivi. Invece di essere più morbidi, più comprensivi, sono molto più cattivi. E chi sta in grande in difficoltà, gli danno proprio addosso. Una volta ho chiesto se gentilmente, per comodità, potevano mettermi di servizio nella scuola che si trova vicino casa mia, a settecento metri — e lì non c’era nessuno del servizio civico, perché la signora che c’era prima aveva dato le dimissioni. Mi ci avevano messo, ma mi ci hanno tolto. Mi hanno detto che lì io non ci potevo stare: «o così o stai a casa». Eh, non si può far niente con questa associazione. Poi loro dicono di essere “insieme per la solidarietà”. E per fortuna! per fortuna! È da ridere. Io vedo che più la gente soffre e più vengono fuori queste persone. E quando provi a dire qualcosa, ti tengono fermo. C’è un signore con me, fino alla Castagnetta [frazione di Pomezia] l’hanno mandato! All’inizio gli hanno detto un mese, poi fino a Natale. Ti prendono pure in giro. Io quando andavo a parlare con loro — che poi mi emoziono e mi viene da piangere — loro mi dicevano: «non siamo noi a decidere dove mettere le persone, le decisioni vengono dall’alto», e io dico: «ma dall’alto dove, dall’assistente sociale?», e loro: «da più in alto». Ti prendono pure in giro, perché sono andata a parlare addirittura col sindaco, e invece non è lui a decidere su queste cose. È l’associazione che comanda.

Circa due anni fa ho iniziato a frequentare la Caritas. Una signora mi ha detto: «Martina, ma vieni qua se non ce la fai». Perché io, prima di allora, andavo alla Chiesa evangelica, che è un po’ distante da casa. È vero, danno tanti prodotti di qualità, però è anche vero che passano due/tre giorni e poi scadono. Poi, in più, chiedevano tre euro a settimana. Loro dicevano che dovevamo partecipare per la spesa del trasporto: il camion, la cella frigorifera… ma è arrivato il momento in cui, parlando con loro, ho detto: «sono dodici euro al mese, mi pesano un pochetto». Che poi lì c’erano tipo sessanta/settanta famiglie, eh. Poi pretendevano pure l’obbligo di andare almeno una volta a settimana alla riunione (la messa, per come la intendiamo noi). Ti obbligavano, se non andavi ti depennavano. E infatti lì mi ero un po’ incaponita. Ma non è solo questo il motivo per cui ho chiuso il rapporto con la Chiesa evangelica. Quando andavo a prendere i pacchi dovevo fare retromarcia a una discesa. Ma io non ci vedo tanto bene, e in discesa mi prende proprio il panico, e quindi, tante volte, chiedevo aiuto a loro. Una volta: «vieni, vieni» scherzando così, m’hanno fatto prendere il muro. E il pastore e gli altri che ridevano. E io dicevo: «guarda che c’è poco da ridere». Da lì i fatti si sono manifestati.

E allora questa signora mi ha accennato della Caritas di San Benedetto Abate e quindi ci sono andata. Basta che vai lì con l’ISEE, gli dice quanti siete in casa, e loro ti inseriscono. Che poi mi è dispiaciuto perché c’è qualcuno… la signora Manuela… Lei in questo periodo sta un po’ sul chi vive. Quando andavo a prendere i pacchi, lei: «vieni, vieni» e faceva passare tutti avanti a me. Allora io mi son messa in fila. Tre, quattro, alla quinta persona ho detto: «Scusi, ma ci sto io». E ‘sto signore alto che mi era passato avanti diceva che non era vero. Allora io — quello era alto, sì, però quando una cosa è giusta non guardo se è alto o no — gli ho detto: «no, ma ci sto io, tu sei venuto dopo di me». E nel frattempo guardavo Manuela come per dire “metti almeno pace”, ma lei: «ah no no, io non voglio sapé’» ed è risalita all’emporio della Caritas. E io ho detto: «ma scusa, ma almeno quieta gli animi, no?». Che poi m’ha messo sul libro nero, e per parecchio. Determinate cose non me le dava. E questo perché lei diceva che io animavo le liti. Ma uno va lì, si mette in fila e poi vede le persone che gli passano davanti. Le ho detto solo questo… Dopo questi fatti avevo provato ad andare alla Caritas di San Bonifacio, a via Singen. Sono andata due volte. La signorina lì m’ha detto: «se c’è qualcun’altro che ha bisogno, portamelo». Io ho portato questa vicina che c’ha una nipote. Siamo andate una volta a prendere i pacchi insieme, ma poi la signorina c’ha fatto: «Guardate che però voi non fate parte di questa chiesa». Ma io non lo sapevo. E quindi siamo dovute ritornare alla Caritas di San Benedetto Abate. Un amico del servizio civico mi dice che lì alla San Bonifacio quello che danno, lo danno a tutti uguali. Non è che a uno gli danno il prosciutto e a un altro no. Poi se c’hai il bambino ti danno qualcosa in più, però danno tutto. E lui dalla Caritas di Manuela se ne è andato perché non ha retto. Una volta, infatti, è arrivata una signora che… non è passata solo lei avanti, c’aveva una lista! Doveva prendere per lei e per altre cinque persone. E lui ha detto: «no, così siete sei persone che mi state passando avanti». ‘Sta signora l’ha aggredito e lui ha tirato fuori lo spray al peperoncino e glielo ha spruzzato, perché questa gli stava dando delle manate in viso. Insomma, lui si è trovato in questa situazione e infatti lo hanno accettato alla San Bonifacio, anche se non fa parte di quella chiesa. Poi, rimanga tra noi, lì da Manuela i pacchi non sono tutti uguali: quelli che vanno per primi ricevono di più e quelli che arrivano per ultimi ricevono di meno. Poi dove abito io ci sono delle siciliane che gli dà proprio delle cose che magari io e quella ragazzetta della nipote della mia vicina neanche vediamo. Le chiama anche in settimana se le arrivano gli yogurt, tipo quelli che si bevono… Actimel. Se glieli scaricano, le chiama in settimana e glieli dà. Allora la mia vicina mi dice: «ma noi l’affettato non lo vediamo mai?» e allora io per ammortizzare dico: «e va be’, ma loro c’hanno i bambini minori…» e lei mi fa: «ma se a loro dà dieci buste, a noi danne almeno una». Che poi a noi la Caritas c’ha fatto presente che ad alcuni danno di più mentre ad altri danno di meno, perché è anche giusto che una famiglia di tre persone ottiene di più rispetto a una famiglia di due. Però non c’hanno detto che ad alcuni danno delle cose che altri non ricevono proprio. Per farti un esempio, la mia vicina ha tre persone in casa, ma con l’ISEE ne risulta una sola, mentre in casa mia siamo in due, io e mio fratello. E in quel periodo, ogni volta che andavamo a prendere il pacco c’erano, ad esempio, i succhi di frutta? uno a lei e uno a me. Per parecchi mesi uno a lei e uno a me. E lei mi diceva: «ma va a reclamà’, diglielo che ve ne sta dando uno ma voi siete in due», e io le ho detto: «Eleonora, tu mi fai riandà là e già mi hanno messo sul librone nero. Io vengo qui per un obiettivo. Se ci faccio il battibecco, poi che faccio, vengo qui con la busta vuota?» Purtroppo tocca sta’ al gioco. Io conosco una coppia che è andata via proprio per questo motivo. Hanno detto: «Martina, noi abbiamo scritto. Devi scrivere alla diocesi di Albano». Io li ho contattati e quelli m’hanno detto: «faccia un piccolo video. Inquadri i piedi» però… metti caso poi chiudono la Caritas per indagare? Poi quanti ci vanno di mezzo…

Poi sempre la signora che mi ha detto di andare in Caritas mi ha anche parlato della Croce Rossa. Io ho chiamato il numero verde solamente durante il lockdown per farmi portare il pacco a domicilio, perché la Caritas non poteva farlo. La Croce Rossa ti veniva invece sotto casa: tu gli mostravi il documento e loro ti davano il pacco. Portavano pure la verdura. Poi, dopo un annetto così, mi ci ha inserito ufficialmente l’assistente sociale che mi segue ora, Carlo. Ha detto: «io ti posso tenere in conto se hai bisogno di generi alimentari». L’ho ringraziato e mi ha inserito in una lista. Poi lì alla Croce Rossa sembra che ti trattano meglio, proprio a livello umano, eh. Dài nome e cognome, stai in fila tranquillo, ti igienizzano le buste, ti chiedono se vuoi che ti portino il pacco in macchina. Da Manuela, invece, nel periodo in cui mi ha messo nel librone nero (mi viene da ridere) mi faceva salì’ con le buste pure le scalette, quelle dell’emporio. Ma io devo sta’ attenta perché perdo l’equilibrio. Solo ultimamente ha riniziato a portarle giù. Che poi anche alla Croce Rossa sono capitati dei problemi quest’estate, ma tutto è successo a causa di alcuni utenti che non volevano mettere la mascherina e volevano pure fare gruppo. E si sono trovati che quelli della Croce Rossa li hanno proprio depennati. E ha dovuto insistere l’assistente sociale per farli reinserire.

Poi, ti dirò, in Caritas io ho avuto esperienza con due intossicazioni alimentari, perché a volte ci danno dei prodotti, soprattutto gli affettati, che sono scaduti. Però loro ci dicono :«li abbiamo surgelati», ma io non lo so quando è vero che li hanno surgelati prima della scadenza. E allora ho a che fare con ‘ste due intossicazioni. Io non l’ho detto a Manuela perché ho paura che magari mi segna, e allora quand’è così, che mi dà la roba scaduta, metto direttamente tutto all’umido. Una volta m’ha dato un salame, un Cacciatorino. Era scaduto il 18 novembre, e a me l’ha dato il 23. Però era congelato. E io l’ho mangiato e ho combattuto di nuovo co’ l’intestino. E mio fratello: «te l’avevo detto, te l’avevo detto» e io gli dico che c’ha ragione, ma vai a commatte co’ la gola. Il Cacciatorino fa gola. E così imparo. Invece alla Croce Rossa non capita. Lì ti danno tutto del Carrefour, tutto è a lunga scadenza. Anche i pomodori scadono nel 2024.

Il Covid ha aumentato le difficoltà. Però, tutto sommato, ha creato anche delle nuove occasioni: ci ha fatto conoscere persone. Una di queste, Tania, conoscendomi anche da poco, mi ha dato dei capi di abbigliamento, perché momentaneamente non potevo acquistarli. Tutti mi hanno fatto i complimenti quando sono andata ai gruppi del CSM: «che bel giubbotto», e io dicevo: «me l’ha regalato Tania». Io l’ho incontrata al servizio civico, però anche lei frequenta il CSM. Andiamo molto d’accordo: lei mi accetta per come sono. Ci aiutiamo a vicenda. Ma non c’è solo lei. Io ricordo che, quando non stavo messa proprio male male, ho sempre avuto la cosa di aiutare. E adesso che sono in difficoltà, alcuni giorni mi devo alzare, anche se sto male, per andare a prendere le medicine. Un giorno io non ce la facevo proprio ad alzarmi. Mio fratello ha dei suoi problemi e non poteva andare. E la nipote della mia vicina è andata a piedi lei a prenderle. E io le sono tanto grata, perché parto dal fatto che niente ci è dovuto. E allora anche quando si fa un gesto così piccolo rimango sorpresa: quella ragazza è andata a prendermi le medicine, a piedi. E chi glielo faceva fare ad andare”.