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Renzo, l’ambientalista bolognese che si è offerto di raggiungermi per darmi una mano, arriva poco prima di Natale e insieme facciamo il tratto della costa sudovest della Turchia, quello che va da Izmir fino a Fethiye. Passiamo i giorni di Natale a Kuşadasi, in un alberghetto che ha certamente avuto giorni migliori. 

Qui inizio a scoprire cosa significhi vivere fuori dal mondo Occidentale: la linea elettrica salta ogni due ore, e, con quella, il wifi e la pompa dell’acqua. Come si risolve? Armandosi di pazienza. 

La spiaggia di Kuşadasi, come le altre in zona, ci rivela sin da subito pessime sorprese.

Una mattina troviamo in una spiaggia una ventina di scarpe. Le scarpe sono ritrovamenti molto frequenti, e non è una novità: dati del 2018 dicono che in un anno vengono prodotti 48 miliardi di scarpe, che è dunque logico, una volta usate, si ammassino in parte nell’ambiente: sono ormai in viaggio da un paio di mesi e ogni giorno trovo una media di una o due calzature. Ma stavolta, nel giro di una mattinata, ne raccolgo una ventina. Tanto che mi sorge il dubbio possa esserci stato un naufragio in zona.

Il dubbio diviene pressoché certezza la mattina dopo quando, nella spiaggia accanto, io e Renzo recuperiamo i resti di un gommone, semi-sotterrato sotto la sabbia. 

Foto IG @ecoprof.travel

La tragicità dell’evento ci colpisce come un cazzotto. Le persone che ogni anno perdono la vita nel Mar Mediterraneo sono sempre di più: circa 1400 nel 2020, mentre addirittura oltre le 1800 nel 2021. E noi abbiamo, proprio davanti agli occhi, la testimonianza di tutta questa sofferenza. 

Uno degli ultimi giorni dell’anno, mentre raccogliamo plastica e altri tipi di rifiuti, decidiamo di contare i tappi di plastica che riusciamo a racimolare. È un esperimento. Prima di cominciare ad ammassarli e contarli, spariamo delle cifre. Renzo dice che, nel giro di qualche ora, ne beccheremo un centinaio. Io, forte di tutto lo schifo trovato sino ad ora, scommetto sul doppio.

Alla fine della mattinata i tappi raccolti sono 404. 

È necessario fermarsi a fare due considerazioni: la prima è che se i tappi sono più di quattrocento, le bottiglie recuperate sono parecchie meno, non più di una cinquantina. Un numero sconvolgente, ma comunque estremamente minore rispetto ai tappi. Che lascia spazio ad una considerazione: quanti sono i rifiuti che non possiamo recuperare perché si sono ormai inabissati? A questo rispondono i dati: per ogni pezzetto di plastica che troviamo a riva, in fondo al mare ce ne sono altri 95. 

La seconda è che disperdere i tappi in ambiente è doppiamente assurdo. Non solo perché si alimenta l’inquinamento da plastiche, ma anche perché i tappi delle bottiglie vengono riciclati con estrema facilità e sono per questo ben pagati (un chilo di plastica dei tappi viene retribuita intorno ai 20 centesimi). Per questo numerose associazioni li raccolgono e li rivendono utilizzando il ricavato per cause di beneficenza. In Italia sono numerose le associazioni impegnate su questo fronte, dalla Caritas di Livorno che recupera i tappi con l’intento di sviluppare un progetto idrico in Tanzania, all’associazione So’Bellicos di Foggia che li utilizza per piantumare alberi .

Da Kuşadasi ci muoviamo verso Bodrum, dove io, Renzo e Polly cominciamo un breve Workaway nella casa di un ingegnere che ha costruito il proprio alloggio in terra cruda, secondo il modello iraniano antico che prevede case a forma di uovo. È una struttura particolarissima, a due piani, ma pare davvero di entrare in un uovo. All’interno, però, è calda e accogliente. Per chi fosse interessato al processo di costruzione, è testimoniato qua.

È il 27 dicembre e nella notte avviene, poco distante, un terremoto. Lo percepiscono in tutta la valle. Noi, invece, nella nostra casa in terra cruda, immersa nella campagna più verace, non ci accorgiamo di niente.

In questi giorni avviene un altro evento significativo. 

Stiamo andando verso Bodrum, tramite una superstrada che fiancheggia il mare, molti metri più giù. Io, Renzo, Polly ci fermiamo per capire come fare a scendere sino alla spiaggetta sottostante, da cui si vedono enormi cime e lunghe reti incastonate tra gli scogli. 

Mentre studiamo la situazione si ferma un fuoristrada. A bordo ci sono due ragazzi. Hanno evidentemente appena finito di banchettare, perché lei scende con in mano un cartone della pizza, due lattine, delle posate di plastica, dei bicchieri di plastica, dei tovaglioli. Poggia tutto per terra, giusto accanto allo strapiombo che arriva al mare, e risale in macchina. 

È un attimo. 

Sento dentro una ferocia che non mi appartiene dai tempi dell’adolescenza. Mi metto davanti alla macchina per impedirle di ripartire, faccio abbassare i finestrini, raccolgo la spazzatura e la ributto dentro. 

Aggiungo qualcosa, non ricordo se in italiano o in inglese. Poco importa. Il messaggio è stato chiaro.

Da Bodrum facciamo qualche altro giorno lungo la costa, ma poi decidiamo di riavvicinarci al confine, tagliando la penisola occidentale turca. La Turchia è veramente uno Stato enorme, pieno di contraddizioni, estremamente eterogeneo, e tutto ciò che sto vedendo nella parte ovest non è detto che trovi un corrispettivo nell’altro lato. Anche dal punto di vista paesaggistico parliamo di una terra estremamente variegata, e in brevissimo ci ritroviamo a passare dal mare alle nevi perenni delle montagne dell’Anatolia. 

Cerco di evitarle il più possibile: non ho le catene, non ho mai guidato sulla neve, odio il freddo. Non c’è alcuna ragione per spingersi verso l’interno. 

Foto IG @ecoprof.travel

La nostra prima tappa è Denizli, dove ci fermiamo qualche giorno ospiti di un docente di inglese trovato tramite Couchsurfing. Qui approfittiamo per la sosta obbligatoria a Pamukkale e Hierapolis: il primo è un sito naturale, una conformazione calcarea che ha dato vita a piscine naturali con pochi rivali al mondo; la seconda è l’antica città greca che sorge proprio sulla conformazione calcarea e che conserva ancora monumenti colossali, di straordinaria bellezza.

Dopo Denizli passiamo a Uşak, poi Eskişehir, Bursa. Da qui ci avventuriamo nel Mar di Marmara, dove ci attende una delle peggiori scoperte di tutto il viaggio: sono i primi giorni di gennaio e noi passeggiamo alla ricerca di una spiaggia da pulire. Incappiamo in una piccolissima caletta appena fuori Yalova, in cui è impossibile camminare senza calpestare la plastica: bottigliette, lattine, cannucce, reti, persino qualche copertone seminterrato. L’incubo però si manifesta nel momento in cui, dalla riva, mi sporgo a guardare il mare, e osservo quelle che, in un primo momento, mi sembrano decine di meduse. 

No, sono buste di plastica.

Afferro un bastone e ne affondo un’estremità in acqua. In questo modo comincio a sollevare le buste e portarle a terra. Rimango così per minuti interi, sino a quando, ai miei piedi, ci sono delle pile di buste di plastica prelevate dal mare. 

Se oggi ripenso alla scena più brutta e più emblematica della tragedia che sta avvenendo nel nostro mare, mi viene immediatamente in mente quel bastone infilato nell’acqua che si porta via, una dietro l’altra, decine di buste di plastica flottanti. 

È il giorno 85 del viaggio. Arriviamo a raccogliere una tonnellata di spazzatura. 

L’indomani saluto Renzo, che riparte, e io e Polly ci incamminiamo verso un nuovo Workaway a Kocaeli, dove un ragazzo e la sua famiglia stanno costruendo un campeggio per camper. 

Se penso a cos’è l’ospitalità, penso a loro: la mamma che cucina tutto il giorno i migliori piatti della tradizione turca per farmeli provare; il padre un po’ zoppicante che fa lunghi tratti sulla neve per venirmi a portare del caffè caldo; il ragazzo, Alper, che con pazienza mi insegna come tagliare la legna e come accatastarla, passando le mattinate a mostrarmi come costruire un pollaio in legno. 

Foto IG @ecoprof.travel

La neve è alta e per giorni, appena finita la mattinata di lavoro, ci stringiamo tutti nell’unica sala riscaldata, la cucina, in cui una bellissima e antica stufa a legna ci tiene al caldo. 

Poi nel pomeriggio io mi dirigo verso il fiume. Potrei andare al mare, che dista una ventina di minuti, ma le strade sono gelate e non mi fido. Il fiume, invece passa giusto dietro la casa, per cui posso arrivarci camminando. 

In una settimana recupero dal fiume circa 140 kg di spazzatura. Molta plastica, ma anche molti indumenti. Trovo anche vari materiali che porto alla famiglia: possono essere utili per i lavori in campagna. E una o due volte, quando il ghiaccio si è un po’ sciolto e non ci sono rischi nella viabilità, vado in spiaggia facendomi accompagnare da Alper. Lui non ha mai fatto una raccolta rifiuti, né in spiaggia né altrove, e rimane molto sorpreso, soprattutto da tutti gli oggetti ancora utilizzabili che si trovano. Quando ci saluteremo mi ringrazierà molto. Mi dirà che gli ho insegnato a vedere tesori dove lui ha sempre visto spazzatura. 

È uno dei ricordi più belli che ho di questa avventura.

Resto con Alper e i suoi una decina di giorni. Poi, piano piano e appoggiandomi ai vari couchsurfing, risalgo la parte nord della Turchia verso il confine con la Bulgaria. No, non entro a Istanbul: diciassette milioni di abitanti sono troppi per la mia macchinina, per il mio cane, per i miei nervi. Passo invece nel lato del Mar Nero dove recenti mareggiate hanno trasportato sulla spiaggia materiale di tutti i tipi.

L’ultima tappa turca è Kirklareli. Ci sono -4 gradi, le strade sono coperte di neve e trafficate soprattutto da carretti a traino animale. Un paesaggio completamente diverso rispetto a quello che mi aveva riservato la Turchia ovest. 

Da qui varco il confine con la Bulgaria. 

È il giorno 98.

Sino ad ora ho raccolto 1313,415 kg di rifiuti. 

Ma il viaggio è ancora all’inizio.